VOL. XIII-NO. 2
FEBRUARY 192
>^i^ (THE ITALIAM REVIEW) ^-«^
RIVISTA DI COLTURA PROPAGANDA E DIFESA ITALIANA IN AMERICA
Diretta da o4GOSTINO DE ^BIASI Collaboratore da Roma: ENRICO CORRADINI
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EDITOR: e^GOSTINO DE BIASI
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150 Nassau Street, New York
Entered at Second Class Matter
February 5th 1915, at the Post Ofiice at New York, N. Y.
New York, N. Y.
Under the Aet of March 3. 1879
Voi. XIII NEW YORK, FEBRUARY. 1921
No. 2
SOMMARIO
Friendless America? — Il Carroccio Pag. 139
La "Gronda" di Arbe — Leo Nerelli " 140
Documenti delle Cinque Giornate di Fiume : di Gabriele d'Annunzio
— L'Alala funebre — con illustrazione " 141
— Riconciliazione " 143
— // commiato fra le tombe " 144
— Le parole della fedeltà " 146
— La ferocia contro il miracolo d'amore " 14S
— Gli "uomini" di Fiume: Grossich e Host-Venturi (con ritratti) " 150
— Il bombardatnento dello studio di D'Annunzio (con illustrazione) " 151
Sennino non vide l'America — Agostino de Biasi "' 154
lì Presidente dell'Italy America Society al Dipartimento di Stato — con
ritratto di C. E. Hughes " 160
La reazione della vittoria dopo i fatti di Fiume — Enrico Corradini,
collaboratore da Roma del Carroccio " 161
La fioritura delle spade — illustrazione " 163
// confine orientale d'Italia e l'Adriatico — Prof. Ettore Pais " 164
Frante, humanity's greatcst mind — Dr. James J Walsh " 171
Dante poeta e apostolo — Prof. Ernest H. Wilkins dell'Università di
Chicago — Prof. Antonio Marinoni dell'Università di Arkansas...... ''^ 179
// Centenario di Dante e i dantisti anglo-americani — Prof. Egizio Guidi " 180
Parlano i morti — Versi — Maria Capuano " 183
// nome di Dante nella geografia degli Stati Uniti (con cartina) — Pro- fessore Arnaldo Faustini " 184
// progresso industriale e il risparmio degl'italiani — Comm. Giovan- ni Nicotra :--- " 187
Gemma e Andrea — Novella di Matilde Serao. collaboratrice mensile
del Carroccio " 188
// primato italiano: la popolazione 191
Arturo Toscanini (con due illustrazioni) — Ettore Cozzani '' 192
// Vibro d'un ministro — P. Giovanni Semeria 'j I99
// ritorno di Garibaldi dall'America in Italia ^| 200
// fascismo in Italia — Aurelio Manca ^^ 201
// Diario dell'Ambasciatore Cellere "^ 204
// problema del pane in Italia — E. D. ^ 214
Discussioni del (Barroccio — Il biolco " 218
Impressioni di Europa: l'Aìistria — Cav. G. B. Vitelli j' 222
La Banca dell'Italia Meridionale (con illustrazioni) " 225
La Celebrazione delle Cinque Giornate di Avellino (con illustrazioni)
— Prof. Vincenzo Cannaviello ._. " 228
Cronache dell'Intesa Italo-Americana (con illustrazioni) — La celebra- zione del Centenario di Dante negli Stati Uniti "^ 231
Cronache d'arte (con illustrazione) — Pasquale de Biasi " 237
Libri, pag. 242 — Gli Italiani negli Stati Uniti — Il nuovo Ambasciatore agl'Italiani (con illustrazioni), pag. 243 — Dal Plaustro, pag. 254.
Il CARROCCIO I contro tittl il'IUllaiil i\ denUo e di faorl chi degradano la Patria all'Ettort
I 'ITALIA e' stata vittima in America della mancanza di una propaganda propria e degli eccessi della pro- paganda contraria : inglese, francese, jugoslava, greca, ecc., senza dire della germanica e dell'austriaca.
Il gioco delle influenze antitaliane e' sempre vivo e intricato. Chi deve formare, genuina, chiara e lam- pante, la pubblica opinione americana riguardo all'Italia? Gli altri, cioè' gli ing'esi, i francesi, i tedeschi, i croati, gli sloveni, i serbi, i greci, i turchi, i bolscevichi.... ma- gari gli ottentotti - oppure noi italiani?
Se a noi italiani spetta, dunque, la missione di neutralizzare le forze della propaganda straniera insi- diosa, ininterrotta, che tenta di separare 1' anima e gli interessi del popolo italiano dal popolo americano, e semina equivoci e produce danni incalcolabili, spetta anche l'obbligo di dare vita e diffusione all'organo di pubblicità' e di difesa più' indicato, ormai, dall'uni- versale consenso in America ed in Italia : // Carroccio.
Dobbiamo portare la diffusione del Carroccio a centomila copie.
Il Carroccio e* letto — per la durata del mese — collocato com'è' in tutti gli Stati Uniti, Canada', Mes- sico, America Centrale, in Italia — da più' che cento- mila persone.
Ogni lettore dovrebbe trasformarsi in abbonato : qui sta il punto.
E il segreto di riuscire sta proprio in te, proprio in te, lettore che sfogli la Rivista in questo momento. Non sei ancora abbonato? Abbonati. Lo sei? Procura un altro abbonamento. Subito !
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Azioni della Banca delle Riserve Federali 330.000,00
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Contanti e dovuti da altre Banche _ 11.133.820,04
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Garanzie per lettere di credito ed acccttazioni in corso 978.927,86
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Profitti non divisi 1.788.240,24
Totale del capitale, sopravanzo e profitti non divisi 12.913.240,24
Dividendi non pagati 541.617,71
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Riserve per tasse ed interessi maturati 154.490,23
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GEORGE E. HOYER, Vice-Presidente
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DIRETTORI
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On. LOUIS A. VALENTE, Giudice della City Court della Città di New York.
JAMES C. FRANCESCONI, presidente della J. C. Francesconi & Co., Espor- tatori.
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Il CARROCCIO ha fatta l'unica propaganda illumliiata e seria della Guerra d'Italia In America ; —
1921
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ANNO VII
FEBBRAIO 1921
No. 2
n=
FRIENDLESS AMERICA?
— This country.... has not a friend among the nations of the earth.
ReprEsentative KAHN
Chairman of the House Committee
on Military Affairs
— What about Italy, Mr. Kahn?
While the politicai and commercial interests of England, France, Japan, Germany and South-America may be opposed to those of the United States, ali being competitors of each other for world influence, Italy — being the naturai force of civilization and order, and therefore a guardian of peace in the heart of Europe — is the best protector there of the legitimate interests of the United States.
Italy is a true friend of America, the naturai and loyal ally and collaborator of the United States in what regards the latter's policy in Europe — in the lands of the destroyed Danubian Empire, in the Balkans, in Turkey, in Asia Minor. Italy is thus a curb and a guarantee against every re-establishment of Mittel-Europa courted by German- ism and a barrier against any invasion of the bolshevik Slav hordes into the Adriatic and Mediterranean, the centre of civilized Europe. Italy provides an open road for American vessels — via Gibraltar or the Suez Canal — to the Indian and Pacific oceans.
Combine Italy's man-power and America's capital and Italian industries would be in a position to compete in European markets where American goods could not be offered in competition.
America and Italy bave no conflicting politicai or commercial interests, but with Italy's co-operation America can exercise an im- portaht influence in the world.
IL CARROCCIO
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D
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LA "GRANDA" DI AREE
C'è una campana che dovrà inevitabilmente, inesorabilmente squillare la sua Italianità nelle acque del Carnaro abbandonate al nemico vinto — invincibile nel suo odio ante e post-bellico: — è la Granda di Arbe. Sul campanile del Duomo della città dogale che diede i natali a San Marino fondatore della Repubblica, essa at- tende silenziosa così come D'Annunzio ordinava, dopo l'occupazione del 13 novem- bre dei suoi Legionariì, nelle ore d'ansia e di fremito in attesa dell'attacco nemico (chi poteva pensar mai all'attacco italiano?^- — ....Anche la Granda rimanga si- lenziosa. Sonerà a stormo per la battaglia — sonerà a gloria per il sacrifizio. In alto i cuori I —
Poi venne l'infamia del massacro di Fiume: lo splendore del Carnaro arrossato di sangue italiano.
Arbe la fedele veniva abbandonata il io gennaio al dominio dello straniero aborrito, e il vecchio volontario della Guardia cittadina che stava sempre vicino alla Granda perchè aveva giurato di morire suonandola a gloria, ne fu allon- tanato. Ma la fede di Arbe, la fede di tutti coloro, di tutti noi che ancora teniamo gli occhi fissi al Carnaro e alla Dalmazia, ricondurrà quel vecchio alla campana silenziosa che alfine sonerà per la battaglia e pel sacrificio.
P iccoLA, Arbe, è la cerchia delle tue mura. E non tutte le tue mura sono in- tatte. Temperie di male stagioni e incuria di uomini d'altra gente cinci- schiarono i tuoi sassi saldati con tenace calce veneta.
Ti furono tolti, per dispetto della tua gloria e della tua origine, ì leoni di San Marco Evangelista. Perchè ti tolsero i leoni? Rugghiavano sommessi _ancora_ e si temeva il loro risveglio anche dopo tanti anni di servaggio? L'avvoltoio bicipite temeva i tuoi Leoni, San Marco ! Ma non poterono essi togliere, per quanto fa- cessero, dalle anime dei tuoi cittadini il palpito italiano, come non potevano soffocare alla tua Granda la sonora anima latina "fatta d'oro, d'argento, d'amore".
Essa squillò già tante volte la tua gioia e la tua disperazione. Ora mi par di sentirla fin qui squillare la disperata speranza. L'unico leone, che t'è rimasto sul poderoso bastione che regge il tuo duomo, ha rugghiato fortemente il suo rugghio di riscossa ed ha chiuso il libro: contro tutti e contro tutto !_
"Turbabuntur genfcs et qui habitant termino s a signis tuis", dice un leone dì Veglia vigilante sopra il portale di una chiesa.
"Tutte le genti si turberanno, Italia, e più ancora quelle che abitano ai limiti dei tuoi territori".
Il Leone di Arbe ha riscosso dalle sue viscere lapidee quel grido di passione e forse esso soverchierà la tinnula passionalità della Granda, fiore di armonia sullo stelo meraviglioso del campanile.
***
Due volte i reggitori d'Italia t'hanno tradita. Ma non ti tradì il Salvatore dì Fiume.
Ti fu promessa, Arbe, nel tuo duomo latino la salvezza.
La natura prima, a duemila anni di storia con i loro eventi poi, ti tenne se- parata da quella regione alla quale innaturalmente i trafficanti di Rapallo decreta- rono dovessi appartenere. Non un canale stretto dell'arcipelago del Carnaro, ma il profondo e procelloso canale della Morlacca separa con taglio incongiungibile il dominio di due razze, di due civiltà. Perchè le tue genti non avessero a vedere la squallida costa croata. Dio ti diede come uno schermo la giogaia della Tignarosa anche a ripararti dai venti e dalla vista degli Uscocchi, e ti aperse con i dolci seni dì mare, con ì lievi pendii densi di pinastri scarmigliati la vista verso Cherso, verso Lussino, verso l'occidente, verso l'Italia.
Da essa ti venne quanto era anima, lingua, arte. Con la costa croata ad oriente non avesti alcun legame, alcun aiuto, solo minacele di venti e dì uomini.
E tu vivrai nella tua italianità, piccola isola della patria del Carnaro. Tu sei, Arbe, una vìva parte della "causa dell'anima", causa che non ha limiti di amore, non confini di potenza, che non bada all'estensione della materia, ma alla poten- zialità dello spirito.
LEO NEGRELLI
L'ALALA' FUNEBRE
/ più importanti documenti della Causa di Fiume — di prima e dopo la Marcia di Ron- chi — hanno trovato posto sul Carroccio nel loro testo completo ufficiale pervenuto diret- tamente dalla Città Olocausta. Chi serba la collezione della Rivista li rilegge fremendo tutte l'ore. Bisogna leggere sempre quelle pagine — perchè neW'Idca di Fiume" c'è la vendetta della Vittoria d'Italia.
Completiamo la raccolta con gli ultimi scritti e discorsi del Comandante Liberatore. Giungono alle anime amareggiate d'oltre oceano come a richiamo di doveri che ancora vanno compiuti — sono viatico di salute ai raminghi dell'Italianità. — "A chi l'ignotof A noi!" Chiude così /'Alala funebre — e noi lontani rispondiamo come la martire fiume: — ''Creda nella Patria futura, e mi prometto alla Patria futura".
LEGiONARii, vegliate in armi per l'ultima notte su la linea che abbiamo difesa e abbiamo tenuta.
La notte è fosca; ma ciascuno di voi ha la fiamma nel pugno.
Su le cime che espugnammo nel tempo della prima guerra, i nostri morti tengono accesi i fuochi, di ricordanza, con le loro ossa che non si consumano.
Così stanotte i nostri morti accen- dono i fuochi, dalla Casa degli Emi- granti a Cosala, da Valscurigne al Macello, dal Belvedere al Calvario, con le loro ossa che non si consumano.
E' una bella notte funebre, o com- pagni. LaggiiÀ, ad Abbazia, verso sera, fu compiuto pulitamente l'assassinio della città. La città assassinata non urla più, nel suo buio inerte, sotto la pioggia molle. E il buon sicario taglia la sua grossa cena col suo coltello di sgozzatore.
Abbiamo la pace.
Sapete come?
Bisogna risalire al tempo dell'in- vasione alemanna nel Belgio, nella Fiandra gallica, nell'Isola di Francia; bisogna risalire al tempo dell'invasione austriaca nel Friuli e nel Veneto, per ritrovare un episodio sinistro come quello che s'è svolto oggi, in Abbazia, tra un Generale italiano e i due Mèssi del Comune libero.
Voi sapete che un ordine di operazioni, venuto in nostra mano, assicurava all'accozzaglia delle truppe regie e dei regi sbirri la scorpacciata della vigilia di Natale in Fiume esultante. , .
10 so con qual vigore poco più di duemila Legionari! scalzi respinsero quella stupida ingordigia e fin dal primo scontro tolsero ai nuovi lanzichenecchi ogni
speranza di vittoria.
11 fatto militare è questo. Il 24 le truppe regie dovevano occupare la citta. Oggi 31 le truppe regie non son riuscite a imprimere nella nostra linea la più lieve inflessione.
Noi siamo dunque vittoriosi. , • ^
Il furore del Capo non ha potuto sfogarsi se non con la vigliaccheria tonante
LA PASSIONE DI FIUME
Bronzo di Cecil Mathews
142 II, CARROCCIO
delle navi e delle batterie di terra puntate contro la città, contro le case della città, contro la povera carne della città.
Il vinto di Fiume e il millantatore di Vittorio Veneto, perchè noi desistiamo dal combattere, minaccia di distruggere la cerchia di San Vito con un bombar- damento continuato, quartiere per quartiere.
E ai Mèssi del Comune pone sotto gli occhi il pulito disegno di tanta gesta !
Imagino che i due buoni popolani di parte franca abbiano mozzato tra i denti l'interiezione plebea che meritava quella vanitosa ferocia di saccomanno gallonato.
Bisognava porre ai quattro angoli della carta quattro bombe manesche, prima di ragionare.
Invece essi hanno dovuto lasciarsi mettere il coltello alla gola, e lasciarselo passare e ripassare.
A ogni segno di protesta il negoziatore diceva freddamente: "E io dò l'or- dine di sparare".
A ogni lampeggiamento di rivolta, il negoziatore ripeteva freddamente: "E io dò l'ordine di sparare".
Ma non voleva che questo fosse registrato nel documento infame. Avev^ paura della verità. Tentava di sfuggire alla verità.
E, come cadeva la sera lùgubre, appariva pel vano della finestra la nave esecutrice in rotta coi suoi cannoni verso la città ansante tra il freddo e la fame, verso la carne palpitante delle madri in attesa del primo colpo.
Tutti gli effetti del tirannico terrore erano stati premeditati e preparati con arte grossa da colui che passerà nella storia della ferocia sgrammaficata sotto il nomignolo di "Chiunque il quale", o miei allegri compagni.
I due Mèssi hanno firmato la pace di Abbazia, e hanno sigillato il foglio col sigillo di Maria Teresa e col sigillo di Vittorio Emanuele in cera rossa.
Noi abbiamo sigillato la nostra fede col miglior sangue.
E questo soltanto vale.
E soltanto questo è memorabile.
O compagni, abbiamo offerto ogni piiì alto sacrifizio alla città che amiamo e serviamo.
Questo è il supremo sacrifizio che le offre il nostro coraggio. »
Fra poco quest'anno di dolore e di orrore precipita. Fra poco il nuovo an- no incomincia.
E' già nostro. Già ci appartiene. Sarà il nostro anno mirabile.
Gettiamo stanotte un alala funebre su la città assassinata.
E poi restiamo in silenzio, e teniamo gli occhi fissi nel buio.
C'è qualcuno di voi, o miei Arditi, che abbia quella medaglia coniata dal XXX Reparto di Assaltatori dopo Fontanasecca, dopo il Monte d'Avien, dopo Io Spinoncia, dopo il Solarolo, dopo il Grappa, dopo Vittorio Veneto?
Una testa di morto coronata di lauro serra fra i denti scoperti il pugnale nudo e guarda fisso dalle profonde occhiaie verso l'ignoto.
Stanotte i morti e i vivi hanno il medesimo aspetto e fanno il medesimo gesto.
A chi l'ignoto?
A noi!
31 dicembre 1920.
IL COMANDANTE
GABRIELE D'ANNUNZIO
RICONCILIAZIONE
// 2 gennaio nel cimitero di Fiume fu celebrata una solenne messa per le vittime del confhtto fraterno. Dopo un discorso di mons. Costantini parlò D'Annunzio. Dinanzi erano alhneate le bare ricoperte di lauro "con i nostri morti e con i loro'— -dice la Vedetta di Fiu- me. Sulle bare il Comandante aveva disposto la grande bandiera che già avvolse ad Aquileia ii corpo di Giovanni Randaccio, intrisa del sangue dell'eroe, portata da D'Annunzio in Campidoglio; — la bandiera destinata ornai — vorrà un giorno tutia l'Italia! — a ritornarvi.
MIEI LEGiONARii, milizie fiumane, popolo mutilato di Fiume, ha detto il vero dall'altare posato in terra, dopo aver franta l'ostia e votato il calice, questo umile e forte uomo di Dio che nel suolo di Aquileia sotterrò le primizie dell'offerta cruenta e oggi qui benedice l'estremo tributo imposto a noi dall'ingiustizia dell'oppressore.
Se colui che pianse presso la fossa di Lazaro, se il Figlino! d'uomo ora ap- parisse, tra l'altare e le bare, tra la tovaglia sacra e il labaro santo, tra i ceri accesi e le vite estinte; se qui apparisse e facesse grido e risuscitasse questi morti discordi su dai coperchi non inchiodati ancora, io credo ch'essi non si le- verebbero se non per singhiozzare e per darsi perdono e per abbracciarsi.
Qui sono i nostri compagni e qui sono i nostri aggressori, fratelli gli uni e gli altri a noi e alla nostra angoscia, allineati nel silenzio perpetuo, agguagliati nella requie eterna.
E forse v'è quel giovine Alpino che, verso uno dei nostri fanti curvo su lui moribondo, anelò: "Baciami, fratello. Non mi maledire. Solo chi mi mandò contro di te sia maledetto".
Lo spirito di pietà e di orrore, che faceva così straziante quell'anelito di agonia, sale da ciascuna di queste povere casse d'abete già piene di dissolvi- mento, dove omai le stesse madri disperate non potrebbero più riconoscere i volti dei figli, troppo a lungo attesi dalla madre di tutti.
"O terra, terra! Non ricoprire questa carne e non celare questa testimo-
nianza".
E' la supplicazione antica.
Non vogliamo ripeterla.
Mettiamo nella terra i morti. Risorgeranno.
Il martirio è semenza, e anche la colpa è semenza.
Li abbiamo tutti ricoperti con lo stesso lauro e con la stessa bandiera. L'a- roma del lauro vince l'odore tetro, e la bandiera abbraccia la discordia.
Ma queste bare sono le piti tristi che sieno mai state condotte alla fossa, o compagni. Sono ancor più tristi di quella che in un giorno d'inverno condu- cemmo qui, o compagni, nella chiostra di rocce e di cipressi che a noi ricorcja le doline e le fòibe della tradita guerra.
Ecco viene di tra i cipressi e le accoglie il fante veneto Luigi Siviere, con quel sublime sorriso che della sua faccia di contadino fa una bellezza rimodel- lata dall'estasi di un angelo ardente.
Se chiudo gli occhi, sento i lembi viventi della bandiera palpitare come il mio cuore, come i vostri polsi.
Chi di voi portò su le sue braccia alcuna di queste salme?
Non pesava come il bronzo? e il cammino non sembrava senza termine?
Anche una volta, in questa Italia dilaniata, in questa Italia di crucci e di vendette, in questa Italia senza rimorsi e senza rimpianti, i fratelli hanno uc- ciso i fratelli!
'44 II. CARROCCIO
E chi li cacciò innanzi ciechi a odiare a imprecare e a uccidere non ha ma- ledizione e punizione, laggiù, ma lode di ben remunerati servi.
L'odio non parla dinanzi alla morte, né il dispregio.
Ascoltiamo l'uomo di Dio. Riceviamo nel nostro sacrifizio il raggio del- l'immortalità.
Ci siamo tutti comunicati nell'elevazione del calice.
Abbiamo tutti creduto di vedere il volto della Patria somigliante al volto del Figliuol d'uomo non apparito.
Questi Italiani hanno dato il loro sangue per l'opera misteriosa del fato latino, con terribile ebrezza d'amore i nostri, e gli altri con inconsapevole tremito.
Gli uni e gli altri si sono infranti nello sforzo inumano e sovrumano da cui sta per nascere quella grandezza che tuttora invocano la nostra passione e la nostra vittoria.
La martire Fiume, simile a quella sua donna che da ferro italiano ebbe tronche le due braccia di fatica e non fece lamento, si solleva su i suoi piedi piagati e col moncherino sanguinante scrive nella muraglia funebre: Credo nella Patria futura, e mi prometto alla Patria futura.
Inginocchiamoci e segniamoci, armati e non armati. Crediamo e promettiamo.
Davanti a questi morti che riconciliano la nostra speranza, o mie legioni eroi- che, o mia forza inseparabile, giuriamoci per una lotta più vasta e per una pace di uomini liberi.
2 gennaio 1921.
GABRIELE D'ANNUNZIO
"E OGNI LACRIMA ERA ITALIA"
IL COMMIATO FRA LE TOMBE
IERI, nel camposanto di Fiume, la volontà di ascendere, che travaglia ogni gesta di uomini, toccò l'ultima altezza. Parve la nostra più alta ora nel cielo dell'anima. Ma ne avremo forse una più alta.
Da quella piazza in vista del Carnaro, dove furono consacrati dal popolo tutti i nostri segni, dove il popolo ricevette il nostro giuramento e ci donò il suo amore, dove al modo veneto furono fondati i tre pili della libertà e issati i ves- silli della Buona Causa, le Legioni mossero verso le tombe.
Camminavano in silenzio. Le bocche ancora riarse dal grido e dall'anelito della battaglia s'erano ammutolite. Ma la via risonava singolarmente sotto il passo cadenzato. Quel passo pareva non avere mai avuto tanta potenza. Era il passo romano preceduto dalle Aquile su le vie assodate dai costruttori. Tutta la città stava in ascolto, come quando le donne ansiose ponevano l'orecchio con- tro il suolo per udire il rombo della marcia di Ronchi, Sapeva ch'era l'ultima volta e che quelle orme sarebbero state cancellate.
Passavano i figli d'Italia migliori, quelli che il maschio ardire della razza formò in un'ora felice, con la sua più ricca sostanza, col suo più netto vigore. Passava la giovinezza latina, sotto l'elmetto di ferro e sotto il panno rozzo, bella come il più bello eroe vergiliano. Passava la forza chiomata su le cui fronti le lunghe ciocche sembrano vampeggiare come i fuochi di una Pentecoste im- minente.
II, COMMIATO FRA LE TOMBE) 145
In qual plaga del mondo, sotto qual cielo, vivono oggi strutture umane com- parabili a queste ? Quale stirpe può vantare un tanto privilegio ? Anche di questi miei guerrieri si può dire, come degli imberbi combattenti nel Solstizio, che l'antica elezione è fatta carne: "gentil sangue latino".
Ma ieri pareva riscolpisse i loro volti quella pensosa severità che l'onda continua delle canzoni vela o cancella come fa delle statue sommerse l'acqua corrente. I cantori della giovinezza andavano verso un mistero di giovinezza che somigliava a un trapasso oscuro e somigliava a una assunzione radiosa.
Tacevano. L'inno di Goffredo Mameli essi l'avevano cantato l'ultima volta, su la linea del fuoco, andando incontro ai fratelli nemici. Goffredo non era con loro disperato, e non era rimorto coi loro morti? e non giaceva anch'egli chiuso fra quattro assi, accanto alle altre salme, col suo inno senza voce, ricoperto da una catasta di lauri?
Tacevano. E si vedeva come anche per essi il silenzio fosse l'elemento del rilievo e dell'espressione. Si pensava che, in un tempo indistinto, avessero potuto respirare l'eroismo nelU vòlta della Sistina e dominare da quella profondità la colpa, la vergogna, la sventura, la paura, 1. morte.
S'erano compiuti per me? s'erano perfetti per amore di me? Volevano ine- briarmi e straziarmi alla vigilia del commiato? Volevano dimostrarmi che erano veramente le creature della mia aspirazione furibonda e del mio fato crudele? Sapevano che io li conducevo verso la sommità di una bellezza a me stesso ignota?
Quante volte, nelle piazze, nelle corti, nei crocicchi, nei prati, su per le col- line, lungo le rive, dalla ringhiera, quante volte avevo detto a questi poeti incon- sapevoli le parole della più ebra poesia!
"Chi mai potrà imitare l'accento delle nostre canzoni e la cadenza dei nostri passi? Quali combattenti marciarono come noi verso l'avvenire? Non eravamo una moltitudine grigia; eravamo un giovine dio che ha rotto la catena foggiata col ferro delle cose avverse e cammina incontro a sé stesso avendo l'erba e la mota appiccicate alle calcagne nude".
Comprendevano. Dischiudevano le labbra perchè si gonfiava il cuore. Be- vevano la melodia. Credevano ch'io dessi loro da mangiare il miele del mattino : "il miele senza sostanza".
E tutto quello che avevo detto non era più niente. Ieri tutto mi pareva cancellato, come la luce è coperta dalla maggior luce. Non potevo parlare, non sapevo parlare. Portavo il silenzio come si porta la rivelazione. Ma quel passo cadenzato su per l'erta misurava quel silenzio con una potenza musicale che io non misi mai in alcuna ode del tempo vano.
Avevo sopra la spalla la mia croce?
Non può esser vero che la pura Vittima sia caduta tre volte sotto il peso. Ma deve aver sentito il legno penoso alleggerirsi come più s'avvicinava alla vetta. Su la vetta il patibolo non era se non una forma di luce ineffabile. La spalla non s'inchinava più, la schiena non sì curvava più, né più le ginocchia si piegavano.
Il cimitero di Fiume pare foggiato dai dèmoni sotterranei del Carso per contenere un sepolcreto di santi e di eroi. L'imaginazione riempie di grandi arche granitiche quella cerchia di pietre rotte e di cipressi cupi.
Ieri non guardammo né a destra né a manca, entrando, avanzando, per non essere offesi dalle tombe meschine dei piccoli lutti.
Il sentimento della grandezza trasfigurava il luogo e la gente. Il dolore
146
IL CARROCCIO
aveva un respiro smisurato. Le povere donne del popolo piangevano come le sublimi Marie.
Noi respiravamo l'aridità del Carso, e risoffrivamo la sete del Carso, come al Dèbeli o a Boscomalo. Per noi i quattordicimila morti del carnaio di Ronchi stavano sotto le lapidi e le forzavano.
Quando l'uomo di Dio sollevò il calice, tutti avemmo desiderio di bere. L'o- dore della putredine ci serrava la gola, e l'odore del lauro c'inebriava d'eternità. E il labaro dei fanti era veramente il sudario del sacrifizio perchè veramente appariva nel bianco effigiata l'iniagine di colui che vi poggiò la testa in quell'alba del Timavo. E v'erano le tracce del sangue, e v'erano le tracce della sanie ; perchè, quando il corpo fu traslato da Mon falcone ad Aquileia, il piombo cedendo e fendendosi lasciò colare quel che di divino la morte aveva disciolto e corrotto.
E quel medesimo uomo di Dio, che in Aquileia aveva ribenedetto il feretro amm.antato, ora vedeva la grande bandiera ricoprire la medesima dissoluzione. E l'altare da campo era basso, era prossimo a terra ; ma il sacerdote coi suoi gesti creava nell'aria le guglie eccelse della preghiera. Prendeva le anime e la loro vo- lontà di ascendere ; e le collegava e le sollevava ; e ne formava la cattedrale aerea, con l'arte votiva degli artieri senza nome.
Non eravamo legioni armate; eravamo un'armonia ascendente. Prossimi a piegare sotto il carico, c'inginocchiammo per meglio sopportare tanta bellezza.
Nessuno rimase in piedi : nessuno delle milizie, nessuno del popolo. E colui che versò più lacrime si sentì beato. E qualcosa di grande nasceva, di là dal presente. E ogni lacrima era Italia ; e ogni stilla di sangue era Italia ; e ogni foglia di lauro era Italia. E nessuno di noi sapeva che fosse e di dove scendesse quel- la grazia.
Tale fu ieri il commiato che i Legionari diedero alla terra di Fiume. ^ E domani a un tratto la città sarà vuota di forma come un cuore che si schianta.
3 gennaio 1921.
GABRIELE D'ANNUNZIO
LE PAROLE DELLA FEDELTÀ'
Dette dal Liberatore dalla ringhiera del Palazzo del Consiglio Nazionale nell'imminenza
di lasciare la Città il 18 gennaio 1921.
Concittadini,
COME troverò nel profondo del mio cuore ancora un resto di forza per parlare, perchè ancora una volta la mia voce vi tocchi?
Voi la udite: è un'altra voce. Non è più quella della ringhiera, non è più quella che scendeva con tanto orgoglio quando il fiotto popolare in tem- pesta batteva contro le bugne del palazzo e domandava a me la parola di con- siglio e di conforto che non mancava mai.
Vi ricordate, fratelli, le più alte ore della mia vita spirituale? Vi ricordate quando questa lapide fu murata nel muro del Consiglio e rimurata nella fede dei nostri cuori? Quel giorno fu chiamato la "Riscossa dei Leoni". Vi ricor- date, fiumani, il giuramento dinanzi alla vecchia colonna, dinanzi alla vecchia asta rossa, dinanzi al tricolore?
^__ tE PAROLE DELIBA FEDEI^TA' I47
I legionarii si sono battuti per la difesa della città veramente come giovani leoni, e anche i fiumani hanno dato prova di coraggio leonino durante le cinque giornate che nessuno di voi deve dimenticare poiché sono giornate gloriose, tra le pili gloriose della storia del mondo.
Dianzi, nella sala, dove tante volte mi intrattenni in ore pericolose, ho riu- dito la stessa voce fedele che tante volte mi ha dato la lode che non merito e non cerco, e anche oggi la lode mi è stata grave. Io voglio soltanto il ricono- scimento della purità della mia opera che non è stata mai offuscata da passioni basse e non contaminata da alcun interesse vile.
Io sono stato e sono ancora e sarò sempre un semplice cittadino di Fiume che ho servito e servirò, che ho adorato e adoro. Non esalto e non inalzo l'opera mia che è fatta d'amore. Io non temo l'ingiustizia dell'oggi, non chiedo la giu- stizia di domani ; mi basta di ardere e se anche Fiume si spegnesse, e che Dio non voglia e che Dio vi aiuti, la mia anima arderebbe sempre per lei.
Le lagrime che ho versato sul corpo del nostro primo morto, sul giovine tenente Mario Asso che tuttora nella bara deve avere il viso intatto con gli occhi aperti d'Arcangelo, le lagrime sparse alla partenza dell'ultimo mio legionario e le lagrime versate sul petto fedele del nostro Antonio Grossich, mi valgano davanti a Voi e al nostro Dio. Vi ho lasciato qui im patrimonio spirituale che voi dovete difendere a qualunque costo con tutto il vostro ardore, contro qua- lunque insidia. ^4|| Se voi riuscirete a preservare ciò che io vi lascio, non posso non sentir tre- mare il mio cuore al pensiero del giorno in cui tornerò.
Non fate che stranieri, che intrusi lo manomettano, perchè soltanto allora questo non sarebbe piìi un arrivederci, ma un addio. Io voglio poter ritornare tra voi e rivedere i vostri visi lucenti di passione. ^ <
Giuro davanti a questa colonna antica e all'asta rossa e al tricolore che sventola, giuro che vi sarò fedele anche se voi mi sarete infedeli. La mia fe- deltà sarà senza fallo. Sia eguale la vostra.
Dopo di aver evocato gli episodi piìi notevoli della passione fiumana e della fedeltà fiumana e della devozione di tutte le anime invitte, il Comandante conclude:
Io posso aver errato qualche volta; voi siete stati perfetti sempre. Rifarò tra poco quella via che feci sotto il sole di settembre, rivedrò il trivio della Ru- pa, dove feci la prima sosta per riordinare la colonna in ordine di battaglia verso la città invisibile, verso quella Fiume che resterà sempre nel mio cuore. Se voi mi amate, se io sono degno del vostro amore, quella Fiume voi dovete preservare contro ogni sopraiì'azione, contro ogni insidia, contro ogni vendetta. .
Viva l'amore. Alala.
GABRIELE D'ANNUNZIO
La ferocia contro il miracolo d' amore
Testo della lettera con cui Gabriele d'Annuncio rimise il 20 dicembre IQZO ì suoi poteri nelle mani della Rappresentanza Comunale di Fiume.
IO VENNI il 12 settembre 1919 dal cimitero di Ronchi, colmo di fanti, con pochi combattenti fedeli. Dalla vittoria dei morti, venni contro la barra di Fiume, determinato ad affrontare le forze dell'Intesa e ad avversare il Trattato di Versaglia. Ruppi la barra, entrai senza colpo ferire, liberai la città. Le bandiere di Francia, dell'Inghilterra e degli Stati Uniti furono abbassate. Fu issata vittoriosamente la bandiera d'Italia. Fu riconfermata con voto popolare la dedizione alla Patria. Dal Consiglio Nazionale, rappresentante legittimo del popolo, mi furono conferiti i pieni poteri politici e militari. Li esercitai per quindici mesi, soffrendo e lottando senza tregua perchè la Patria accettasse l'offerta, si meritasse la fedeltà, ricompensasse il patimento. Per quindici mesi i cittadini e i legionarii soffrirono e lottarono a gara. Resistettero a minacce, sventarono le perfidie, sopportarono ogni miseria.
Le tre Nazioni, offese dalla marcia di Ronchi, si tennero in disparte. Solo l'Italia si fece carnefice implacabile della sua creatura. Alla dedizione tenace rispose con la persecuzione costante. Quando poteva confortarla, la ingannò. Quando poteva salvarla, la tradì. A Rapallo condusse trattative contro di lei. Quello che doveva essere rimorso non fu se non rancore. L'Italia preparò a Rapallo la morte nazionale della città italiana.
Coperse con una maschera di libertà il piìi certo servaggio. Tuttavia non aveva potuto ottenere il confine giulio se non in grazia della nostra resistenza sagace e della nostra volontà perpetua di lotta. E' indubitabile che Fiume ha dato alla patria nemica il confine giulio; è indubitabile che la patria nemica ha dispos'to per consegnare Fiume allo straniero. Ci sollevammo contro l'ingrati- tudine, contro l'inganno e contro il sopruso. Per quindici mesi il Governo di Roma ci aveva combattuti con la fame.
Deliberò infine di ridurci all'obbedienza con le armi. Fummo stretti in una cerchia di ferro. Tutte le forze armate della Venezia Giulia furono condotte contro le poche migliaia di legionarii. Alla folle arroganza degli assalitori io opposi una chiara fermezza. Più di una volta, per mio solo merito, fu evitato spargimento di sangue fraterno.
Quando il territorio della Reggenza fu invaso, con violazione palese del Trattato stesso di Rapallo, e con cruda lesione di ogni diritto stabilito, io or- dinai ai miei legionarii che non si opponessero, ordinai che indietreggiassero, occupando una linea di vigilanza. I prepotenti furono ammoniti che non pas- sassero anche tale limite, se volevano evitare la grande sciagura. L'ammonizione fu anche scritta in larghe tabelle infisse a pali piantati nel terreno. I prepotenti ci aggredirono all'improvviso. Ripiegammo sopra un'estrema linea di difesa per impedire che pigliassero la città.
Sperammo ancora di evitare il combattimento ad oltranza. Ma non pote- vamo cedere altro terreno. La linea, dalla casa degli emigranti per il passaggio a livello del viale d'Italia, per lo sbarramento della via di Trieste, per la ca- serma Diaz, per il bivio di Val Scurigno, per il Belvedere, per Cosala, per il Calvario, per il Macello, per l'Eneo, si chiude sul porto Sauro. Combattemmo come sanno combattere i veterani del Carso e dell'Alpa, del Grappa e del Piave.
I,A FEROCIA CONTRO II, MIRACOLO d'aMOrE 149
I giovanetti seguirono un tanto esempio, taluni lo superarono. I cittadini fu- rono pari ai legionarii. Le donne furono eroiche, come quando tentavano di sfamare i prigionieri di Caporetto, come quando sfidavano la morte per dare al fratello italiano il boccone tolto ai loro propri figli. Per cinque giorni le truppe regie furono respinte. E questi cinque giorni vittoriosi sono fra i più alti della storia fiumana. Saranno conosciuti e saranno glorificati. Noi teniamo la linea intatta e questa linea è insuperabile.
Lo confessano quelli che cacciano innanzi la loro gente sciagurata ubbria- candola di vino, di guadagno e di menzogna. Essi confessano di non poter abbattere la resistenza eroica dei legionarii se non distruggendo la città, se non uccidendo i cittadini inermi. Essi dichiarano di voler distruggere la città senza lasciar uscire il popolo ! Essi mostrano un loro disegno di operazioni e dicono : "Noi diroccheremo le vostre case ad una ad una coi nostri grossi -f:alibri e vi seppelliremo tutti sotto le rovine se voi non costringete i legionarii ad abban- donare la difesa. Non abbiamo altro mezzo di vincere". Nella storia delle igno- minie militari non ce n'è una più bassa. La ferocia tedesca, che almeno era intelligente, è superata da questa, che è ottusa, come è testarda. E tanta ferocia è esercitata contro quel miracolo di an.ore che si chiama Fiume, contro l'Olo- causta. I legionarii, fermi sul suolo che seppero ben difendere, hanno la vit- toria delle armi e hanno la vittoria dello spirito.
Io non posso imporre alla città eroica la rovina e la morte totale che il Governo di Roma e il Comando di Trieste minacciano. Io rassegno nelle mani del Podestà e del popolo di Fiume i poteri che mi furono conferiti il 12 set- tembre 1919 e quelli che il 9 settembre 1920 furono conferiti a me ed ai colleghi rettori adunati in Governo provvisorio. Io lascio il popolo di Fiume arbitrò unico della sua propria sorte, nella sua piena coscienza e nella sua piena volontà. Noi siamo fieri di aver potuto testimoniare col sangue la nostra devozione a una gente di così pura tempra e di così alta fede. Io sono oggi, come nella notte di Ronchi, il capo delle legioni. Non serbo se non il mio coraggio. Attendo che il popolo di Fiume mi chieda di uscire dalla città dove non venni se non per la sua salute. Ne uscirò per la sua salute. E gli lascio in custodia i miei morti, il mio valore e la mia vittoria.
GABRIELE D'ANNUNZIO
Il libro di Gabriele d'Annunzio che illustra le Cinque Giornate di Fiume si intitola: Legione di Ronchi — Documenti delle cinque giornate di Fiume. Consta di 221 pagine. Esso dimostra, in base a documenti, che il Governo di Roma ed il comando di Trieste, come tentarono giustificare il passaggio dal blocco allo stato di ostilità, con pretesi atti di ostilità che sarebbero stati compiuti dalle truppe legionarie, mentre l'ordine di operazioni aggres- sive e premeditate contro Fiume risulta fino dall'ordine di operazione emanato il 30 no- vembre 1920, modificato soltanto nei particolari alia vigilia di Xatale; così hanno •tentato di addossare alle forze legionarie di Fiume In responsabilità materiale dei primi atti di ostilità. Il volume inoltre prova: i. la volontà assoluta del Comando di Fiume di evitare la scintilla del conflitto armato: 2. che il Comando di Fiume prese tutte le misure politiche e militari di difesa che garantissero la città; 3. che emanò le più severe disposizioni contro gli eventuali atti di iniziativa isolata; 4. che ordinò, fin dal 23 dicembre 1920, la evacuazione delle linee avanzate sottraendo le proprie truppe su quasi tutto il fronte al contatto imme- diato delle truppe regolari, affiaacndo perfino tabelle ammonitrici sulle linee di ntarcia delle colonne regolari: 5. prova largamente la preparazione delle forze regolari contro la città ed i suoi difensori, documentando che fin dal 13 dicembre il comando delle truppe di investi- mento meditava l'attacco; 6. il 24 dicembre il Comando di Fiume faceva assumere alle proprie artiglierie un atteggiamento difensivo e non dette ordine di fare fuot.o se non quando non si potè nutrire alcun dubbio sulle intensioni ostili dei regolari.
GLI "UOMINI" DI FIUME
IL CAPO DEL GOVERNO
A NToNio Grossich a capo del governo provvisorio di Fiume è la garenzia d'italianità ■*^ che fu data ai Legionari! uscenti dalla città — è l'assertore più antico e piìi alto della fede italiana della Città del Carnaro.
Discende da vecchia famiglia di patrioti italiani. Nel 1866 era già chirurgo e ginecologo primario all'Ospedale civico di Fiume.
Il nome del dottor Grossich è legato a importanti progressi scientifici; fama mondiale gli derivò dalla scoperta delle proprietà antisettiche della tintura di iodio. Fu ripetutamente
consigliere municipale e nell'ultimo consiglio sciolto dal governo ungherese nel 1915 era pro-sindaco. Il governo imperiale lo costrinse a domicilio coatto per l'accesa propaganda italiana che conduceva.
Dal cro'lo dell'impero in poi, il comm. Grossich fu capo del Consiglio Nazionale di Fiume, e prima che D'Annunzio liberasse la Città, come anche con- temporaneamente, fu il portavoce più nobile e sentito dei concittadini. Il comm. Grossich tenne attiva cor- rispondenza con noi del Carroccio — tramite il com- pianto prof. Oldrini — per la difesa del diritto di Fiume davanti al Senato degli Stati Uniti.
D'Annunzio gli dedicò uno dei suoi mirabili scritti : L'arpcse votivo, il 26 settembre 1920, quando onorando Grossich Fiume riaffermò l'incrollabile vo- lontà di essere annessa all'Italia.
Che l'annessione sia il punto fermo della politica di Antonio Grossich è dimostrata dal discorso di glorificazione di D'Annunzio pronunciato il 18 gen- naio scorso nel Consiglio Nazionale, mentre D'An- lunzio si congedava :
— Correva il 12 settembre del 1919. I maltesi 'rano già in vista, prossimi a sbarcare, quando, per uno di quei prodigi che appena si possono concepire, ecco apparire nel mezzo della città martire automo- bili e autocarri stipati di soldati d'Italia.
Eravate Voi, Comandante, alla testa dei vostri Eroi — eravate Voi che a Venezia sentiste il nostro angoscioso grido d'aiuto — e pronto accorreste per- chè l'attimo di salvezza non trascorresse e Fiume non fosse perduta. — In un baleno tutta Fiume si schierò intorno a Voi e con quella gra- titudine che prova chi, ritenendosi prossimo alla morte, si sente miracolosamente rivivere, vi salutò suo Salvatore.
Da allora passarono quindici mesi di dolorosa aspettativa. Tutti i numerosi progetti che da quel tempo sorsero e che stabilivano confini deleteri per l'Italia e segnavano la ro- vina di Fiume, tutti caddero per la nostra comune fermezza. L'Italia non può aver sacri- ficato la miglior parte dei suoi figli e tutte le sue ricchezze, non può né deve aver schiacciato il suo secolare nemico a Vittorio Veneto per vederlo risorgere su questa sponda, minaccia perenne alla grandezza della patria nostra. Il glorioso vessillo tricolore deve garrire al vento, superbo, sulle terre e sui mari che non possono non appartenere all'Italia in forza del diritto della vittoria.
Su questo sacro vessillo noi scrivemmo a parole incancellabili il giorno 30 ottobre 1918
Comm. ANTONIO GROSSICH
II, BOMBARDAMENTO DELLO STUDIO DI D'ANNUNZIO
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la nostra fede, su questo vessillo Voi rinnovaste il 12 settembre 1919 il giuramento. Voi avete compreso l'anima di Fiume, l'avete amata prima ancora di venire fra noi; veniste per darle il premio di questa sua fede : l'unione alla Patria.
Se il destino ci è ancora avverso e ci fa sentire tanto amaramente il distacco dalla no- stra madre, la fede fiumana non vacilla, e l'annessione verrà. —
IL MINISTRO DELLA DIFESA
r\ loVANNi HosT- VENTURI, che fu l'organizzatore ^^ della difesa, rimasto nella stessa carica nel Go- verno provvisorio, è il figlio prediletto di Fiume.
Abbandonò Fiume perchè condannato dopo la storica gita dei fiumani alla tomba di Dante a Ra- venna. Una volta in Italia, operò a far conoscere ed amare Fiume italiana.
Scoppiata la guerra, s'arruolò volontario e si battè valorosamente, da meritare diverse decora- zioni.
Rientrò in Fiume coi primi soldati d'Italia. Il 17 novembre 1918 volle alzare lui il tricolore sul Palazzo che fu dei governatori magiari e che lo consacrava all'italianità.
Come e quanto operò Giovanni Host-Venturi da allora per il trionfo del diritto italiano di Fiume è nella mente e nel cuore di ogni fiumano : creò ed organizzò l'esercito volontario fiumano ; fu il colla- boratore discreto e instancabile ed entusiasta del- l'impresa di Ronchi a Fiume ed in Italia; stette sino all'ultimo momento, fido, accanto a Gabriele d'Annunzio qual rettore della difesa della Reggen- za. Nel costituirsi il Governo provvisorio, il com- mendatore Grossich non potè non dipendere anche da lui come capo delle milizie cittadine.
Gli arditi sono usciti da Fiume — ma l'ardito degli arditi rimane, fermissim.o nella sua mai smentita fede dannunziana.
Cap. GIOVANNI HOST-VENTUiRI
Il LoinLardamento dello studio di D'Annunzio
26 DICEMBRE 1920
" T V, FINESTRE delle mie stanze nel palazzo erano ben conosciute, anche perchè a una di -'-' quelle ero rimasto lungamente in osservazione, poche ore prima. Il glorioso canno-* niere s'era messo all'agguato. M'aveva veduto novamente apparire a quella finestra e osser- vare la nave {V Andrea Boria). Incurante mi ero seduto davanti alla tavola per lavorare coi miei ufficiali, quando una granata in direzione esatta è venuta ad interrompere il lavoro. Poteva decapitarmi, e risolvere d'un tratto ogni controversia e liberare d'ogni molestia il buon Governo del Re. Per sfortuna, la "testa di ferro" è stata soltanto incisa.
O vigliacchi d'Italia, sono tuttora vivo e implacabile. E, mentre m'ero preparato ieri a! sacrifizio e avevo già confortato la mia anima, oggi mi dispongo a difendere con tutte le armi la mia vita".
Con queste parole Gabriele d'Annunzio tramandava alla storia l'infamia del 26 dicem- bre nel manifesto agli Italiani emanato il giorno dopo.
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IL CARROCCIO
— Il bombardamento del Palazzo del Comando — testimonia il capitano Coselschi, se- gretario del Comando — fu eseguito col premeditato scopo di uccidere il Comandante. L'Andrea Boria che colpì la finestra del gabinetto di lavoro del Comandante era così vicma all'imboccatura del porto che quasi si sarebbero potuti distinguere a occhio nudo i marinai intorno al pezzo.... Una granata da 152 colpì la finestra innanzi alla quale il Comandante
LA FINESTRA COLPITA DALLA GRANATA TIRATA PER UCCIDERE D'ANNUNZIO
SI trovava. Egli fu ferito molto lievemente alla testa, noi rimanemmo illesi. Ma quella stanza, ove egli per tanti mesi aveva lavorato per la grandezza della Patria era sconvolta orrendamente dai cannoni italiani. Altre granate caddero subito dopo sul Palazzo.... Alcuni soldati lasciarono la vita, spargendo ampiamente il loro sangue sui tappeti e sui divani. — Corrado Zoli racconta : — Trovai D'Annunzio nel salone del suo appartamento al se- condo piano insieme al capitano Coselschi; poco dopo ci raggiunse anche l'ufficiale d'ordi- nanza tenente Tonna.... Sedevamo attorno alla tavola quadrata nel centro del salone. Il Co-
It BOMBARDAMENTO MLtO STUDIO DI d'aNNUNZÌO I53
mandante seduto dì fronte a me, volgeva le spalle alla finestra. E alla finestra di sinistra aperta — era un tepido e sereno pomeriggio di sole — io vedevo l'Andrea Daria nello spec- chio d'acqua alla foce dell'Eneo, che virava lentamente di bordo sino a mettersi colla prua in direzione esatta del Palazzo. Adesso, francamente, non saprei dire se la vista di quella strana manovra inspirasse il seguito del mio discorso.
Continuai, dunque, osservando che non mi pareva conveniente che il Comando rima- nesse a Palazzo. A domanda del Comandante, risposi che il Palazzo era troppo visibile, troppo facilmente individuabile e che poteva quindi essere bombardato con precisione ma- tematica : ciò avrebbe causato indubbiamente vittime fra gli ufficiali e, quel ch'è peggio, rtvrebbe niesso per qualche tempo il Comando in condizioni di non poter funzionare.
Il Comandante ribattè :
— Ma vuole che bombardino senza un preavviso? senza una intimazione?
— Signor Comandante — risposi ridendo — mi par di ricordarmi che noi a Gorizia, aprissimo il bombardamento sulla città, — e che bombardamento ! — senza alcun preavviso e senza alcuna intimazione....
— Ma quelli erano austriaci !
Il Comandante aveva appena pronunciato l'ultima sillaba, che una granata da 152, lanciata dall'Andrea Daria con una precisione che fa onore al cannoniere, scoppiava fra- gorosamente sull'architrave della finestra sottostante al salone, nel quale ci trovavamo. Vidi D'Annunzio sobbalzare sulla poltrona e piegarsi in avanti : egli ci ha raccontato poi che, per lo spostamento d'aria prodotto dall'esplosione avvenuta quasi alle sue spalle, egli si era sentito proiettare il capo in avanti. I vetri volarono in frantumi : una miriade di queste piccole schegge ci piovvero sulla testa; il salone si riempì di fumo e di polvere. Si preci- pitarono dentro tre o quattro ufficiali, che afferrarono il Comandante e lo trassero a corsa fuori del salone e giù per le scale.
Discesi io pure al primo piano, dove mi meravigliai di constatare che il grande lucer- nario a vetri, che copre tutto il salone d'ingresso, era rimasto intatto. Sul pavimento si ro- tolava un sergente mitragliere. Mi chinai per vedere di soccorrerlo, ma gU vidi nella schiena tale una caverna prodotta da uno scheggione della granata, che giudicai inutile di perdere tempo. Di fatto, quando uscii dal mio ufficio al primo piano, dov'ero entrato soltanto per riprendere il mantello e il berretto, constatai che il sergente era spirato. In quel momento, una seconda granata da 152 scoppiò al piano superiore....
Uscii all'aperto. Nella corte, una quarantina di arditi della compagnia della Guardia, correvano, gridavano, si agitavano, brandendo moschetti, pugnali, bombe: parevano impaz- ziti. Mi ci volle del bello e del buono a persuaderli che il Comandante era incolume ed a convincerli ad allontanarsi dal Palazzo, su quale c'era da attendersi che il bombardamento sarebbe continuato. —
La kìcceezza in Italia. — Le denunzie presentate da contribuenti di patrimonio su- periore alle 50 mila lire sono state complessivamente in tutta Italia 361.080.
La ricchezza complessiva denunciata ammonta a 60 miliardi di lire.
Non è poco, considerando che finora si tratta di dichiarazioni di contribuenti. In seguito dovrà avvenire il controllo, partita per partita, la revisione, con criteri diversi, del \;alore dei betti immobiliari e finalmente, entrando in vigore la nominatività dei titoli, dovranno anche essere accertati e denunciati i titoli che finora erano sfuggti ad ogni accertamento.
Si può prevedere che complessivamente si arriverà ai cento miliardi. Sulle partite già liquidate provvisoriamente ammontanti a 48 miliardi, viene già pagata la prima rata di im- posta. Le imposte ammontano complessivamente, sopra questi 48 iniliardi, a 350 milioni circa.
Da un primo esaine sommario risulta che i milionari in Italia ammontano a 5118 e complessivamente possiedono poco più di dodici miliardi di lire. Questi milionari sono così divisi per regione: Piemonte 694; Liguria 503; Lombardia 1129; Veneto 331; Emilia 318; Umbria 54; Marche 62; Toscana 530; Lazio 647; Abruzzi e Molise 43; Campania 364; Pu- glie 162,- Basilicata 19; Calabria 78; Sicilia 173; Sardegna 21. Il patrimonio più grosso denunciato è di 70 milioni di lire. L'ammontare medio dei patrimoni delle denuncie liquidate è di lire 213.805.
L'ITALIA A WASHINGTON NEL CORSO DELLA GUERRA
Sennino non vide l'America
(Quinto articolo della serie. — // primo: Il duello Nitti-Cellere apparve nel Carroccio di ottobre; il secondo in novembre: Perchè i soldati americani non andarono in Italia; il terzo in dicembre 1920: Perchè Cellere venne richiamato; il quarto in gen- naio 1921: Wilson, la tesi strategica italiana in Adriatico, la rinimzia di Rapallo).
SE I negoziatori italiani a Parigi avessero posseduto la preparazione ade- guata alla poderosa opera cui si accingevano — se avessero sentito nella coscienza il peso della missione di cui la Patria li investiva — se aves- sero, prima di prendere il treno per la Francia, interrogato il loro cuore ed il loro fegato per saggiarne la forza di combattimento — insomma, se avessero avuto la sensazione di essere italiani di genuino stampo e avessero compreso che specie di lavoro andavano a compiere, avrebbero dovuto:
— Essere sicuri dell'arma della Vittoria. (A gennaio l'equivoco che gli an- glo-francesi, con prontezza istantanea, avevano gettato sulla vittoria italiana era stato digià dissipato, almeno nelle sfere ufficiali, poiché la vittoria nostra si era stagliata in cielo nelle sue linee perfette; e d'altronde l'avversione palesata dagli alleati nelle trattative dell'armistizio a coronamento delle ostilità subdole e im- placabili àtWintero periodo della guerra combattuta, non avrebbe dovuto che rafforzare sempre più la determinazione di valorizzare fino agli estremi amica- mente e semplicemente l'arma della Vittoria che il destino ci aveva messa in pugno) ;
— Accertarsi della saldezza dell'opinione italiana. Il popolo che aveva vo- luta e s'era data la Vittoria era compatto; non era necessario che una mano di ferro che avesse inesorabilmente mozzate teste e unghie all'idra montecitoriale che vomitava ancora veleno disfattista dall'anima sua putrefatta;
— Poi: mettersi sulla pedana per tener testa a visiera alzata ai due diretti avversari nostri: Francia e Inghilterra. Nel gioco del Giappone troppo lontano l'Italia non poteva che agire d'equilibrio, di opportunità e saggezza d'equilibrio, per avere poi i delegati di Tokio a suo fianco nel momento opportuno. Riguardo agli Stati Uniti bastava un'esatta comprensione della posizione dell'America rimpetto all'Inghilterra di prima e di dopo la guerra, alla Germania di prima e di dopo la guerra, alla Francia di prima e di dopo la guerra, al Giappone di prima e di dopo la guerra. Da aggiungere a tutto ciò: la ideologia di Wilson e la voglia di costui di decidere lui le cose del mondo. Allora i due enormi equi- voci: — Wilson novello messia e i forzieri americani di continuo aperti ad alla- gare il mondo di dollari — erano ancora forze agenti sull'opinione mondiale — specie nei paesi vittoriosi, cui s'era dato a intendere che l'America aveva salvato tutto e tutti — e quindi prementi sui governi di vecchio regime.
* * *
L'Italia — tradita prima nella stesura del Trattato di Londra, quando Son- nino non potè strappare niente piìi ai futuri alleati, del cui animo e delle cui fu- ture intenzioni già s'era avveduto, ed aveva perfettamente capito il gioco che Inc^hilterra e Francia avrebbero fatto in Adriatico — l'Italia si trovò a dovere accettare la nuova alleanza. Doveva scegliere tra la malafede dell'Austria-Un- gheria, l'ira minacciosa di Berlino e l'anglico strozzinaggio; altra alternativa non
SONNINO NON VIDE^ 1,'aMERICA 155
v'era che di rimaner neutrale ; però più tardi — inevitabilmente — avrebbe dovuto resistere con le armi all'Inghilterra ed alla Francia già dimentica delle giornate della Marna vinte soltanto per la neutralità italiana. Mettersi contro gl'in- glesi ed i francesi era per noi la guerra a fianco dei tedeschi, da costoro non più stimati e già designati invece alla punizione; era subire l'orrore dell'abbraccio della barbarie denunciata da noi il 2 agosto con l'atto di neutralità suggerito a San Giuliano dallo stesso Giolitti.
Portare a Parigi l'anima della vigilia della guerra, cioè lo spirito servile del ripiego e dell'accomodamento, sarebbe stato come subire ancora le forze predo- minanti e comandanti che avevano inesorabilmente travolta l'Italia nel vortice della conflagrazione. Portarvi, invece, la coscienza del valore che l'Italia, omai, aveva assunto nella ricostruzione del mondo politico europeo, direttamente, e mondiale di riflesso, era di una semplicità logica elementarissima : sia che l'Italia dovesse rientrare nella politica degli equilibri ante-bellici — quindi nell'egemonia britannica sostituita alla germanica — sia che la faccia delle cose dovesse essere cambiata secondo i dettami di Wilson.
In tutti i modi, essa sapeva di non poter contare sull'Inghilterra e sulla Francia, poiché tutti i loro interessi antichi e nuovi, di prima e dopo il conflitto, contrastavano a tutti gl'interessi d'una Italia riuscita a essere quinta grande po- tenza del mondo, potenza nel senso letterale e sostanziale della parola. Anzi, quanto più questa potenza s'elevava nel concetto mondiale — quanto più gl'Italiani s'aggrandivano in essa e singolarmente e nazionalmente ^ quanto più permaneva nell'Italia, a differenza di tutti gli altri paesi sconvolti dal ciclone della guerra, la virtù della ricostruzione immediata, la quale si sviluppava nel nostro paese mentre si combatteva (è sempre bene dirlo, per illuminare il concetto umanitario che noi italiani abbiamo della guerra), e nelle stesse fucine dei proiettili mortali si preparavano gl'istrumenti della pace e del lavoro, e s'allenavano dovunque le novelle forze intellettuali e industriali del risorgimento nazionale, e lo stesso .'■angue perduto veniva ridonato al paese dalle buone madri nostre datrici di prole molta e gagliarda — quanto più la potenza italiana si pronunciava equi- libratrice e decisiva in quel periodo di decisioni diplomatico-militari— ■ in qiiel periodo in cui si gettava nelle forme del destino il bronzo eterno in cui sarebbe stato fuso il globo — noi dovevamo basarci sull'alleanza con gli Stati Uniti, per legittima difesa e per tornaconto. Nelle mani dei nostri negoziatori l'alleanza con gli Stati Uniti sarebbe stato il più valido ausilio alla loro abilità, se di questa avessero potuto disporre! Ma più che altro il tornaconto stava nel sapere allac- ciare la tradizione della nostra civiltà, delle nostre libertà, e la nobiltà della no- stra guerra al programma dell'America, la quale, pur negoziando i propri affari (fu, in seguito, a Parigi, che degenerarono in mercimonio internazionale, quan- do fu dato campo libero alle torme fameliche dei saccomanni), teneva ancora su il programma di libertà e di democrazia rispondente al nostro e al comu- ne avvenire.
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Da associati noi avremmo dovuto divenire alleati dell'America.
Avremmo servito ai suoi interessi, sta bene. Ma noi a interessi "economici" stranieri dobbiamo sempre accomodarci : o tedeschi e inglesi, o americani. Sol- tanto, quelli significano servitù politica — questi no.
Comunque, allo, stato delle cose, dovevamo allearci all'America, senza per- dere mai il nostro punto di vista nazionale, — stella polare del nostro cammino:
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Vittorio Veneto; — il che ci dava la possibilità di gettar sempre nella bilancia la spada del nostro diritto e di fare intendere che i vittoriosi, infine, non erano uomini disposti a lasciarsi disarmare. C'era un solo esercito nel mondo ricco anco- ra di energia e fulgente di vittoria: il nostro. Gli altri, diciamoli "vincitori", se non giungeva l'armistizio, eran guai! All'America non pareva vero di ritirar tosto i suoi figliuoli. La nostra sola rimaneva forza salda e temibile. Unificare: forza militare italiana e forza politica di Wilson sarebbe stato il capolavoro della diplomazia. Sarebbe stata la conclusione logica liberale e democratica della guerra mondiale. L'Italia, rinata alla sua civiltà e alle sue tradizioni popolari, sarebbe ritornata regina fra le genti del Mediterraneo: — non una goccia di sangue italiano sarebbe stata sparsa invano ! L'America tanto generosa in guerra avrebbe mantenuta intatta la luce dei suoi ideali. Allora, giustizia sarebbe stata pei popoli vinti e vincitori, per le nazioni vecchie e per le nazioni rinascenti.
Qualsiasi cosa avesse potuto accadere alla Conferenza, l'Italia n'avrebbe avuto vantaggio : nel caso d'insuccesso, l'appoggio continuo degli Stati Uniti con- sorti nel disappunto; nel caso di trionfo, una Italia formidabile in Europa, e nel sistema politico europeo rappresentante diretta dell'America, guardiana dei suoi interessi e depositaria del suo programma.
Era il profilo della "Grande Alleanza" che noi avevamo carezzato durante la guerra (i), quando il pensare a dividere gli Alleati era considerato disfattismo e poteva anche costar la libertà e la vita — l'alleanza fra gli Stati Uniti e l'Italia che in un colloquio da noi avuto al Ritz Carlton di New York con l'Ambasciatore Cellere, provocò questa esclamazione del diplomatico : — Ma una politica esclu- siva italo-americana è il sovvertimento della guerra; in questo momento sarebbe il disastro ! —
Era vero. Parlava l'Ambasciatore dell'Intesa, che non voleva compromet- tersi col giornalista, e che non voleva menomamente lasciare scorgere le incrina- ture dell'alleanza, nonostante la documentazione d'ogni giorno della malafede dei collegati. Che gelosa opera di nascondimento ! Era fatica insigne diplo- matica; la sola che valesse a fronteggiare il tedesco, il quale attendeva appunto, unicamente da quelle incrinature, da aprirsi in falle, l'opportunità di vincere. Chi s'aspettava mai.... Vittorio Veneto? Che le incrinature portavano già all'ar- mistizio in Francia — l'armistizio senza vittoria — e soltanto gl'Italiani diedero la soluzione fatale alla guerra con la loro gesta trionfale.
Aveva ragione di parlare così l'Ambasciatore dell'Intesa — ma, poi vidi, non dispiacque al diplomatico di imprimere, di accentuare per meglio dire, nei suoi rapporti a Roma, la necessità di orientarsi verso Washington e quindi di portare là la battaglia piuttosto che lasciarsi coglionare a Londra ed a Parigi. Qui in America si tentava di assassinare l'Italia peggio che non facesse il tedesco sul Carso e sul Piave, qui bisognava lottare. L'America era stata conquistata dai nostri bravi alleati; noi bisognava sloggiarli dalle posizioni prese.
A ottener questo non occorreva che una semplice cosa: — conoscere l'Ame- rica — e l'America non la conosceva nessuno alla Consulta — cominciando da Sonnino. Come non si concepì un'America in guerra, ed arbitra delle risultan- ze di essa, nei primi tempi del conflitto (trascurando gl'interessi vitali che l'I- talia aveva in questo paese popolato di suoi figli, e costoro generatori di fortune e in diretto contatto con le lor famiglie — poiché non si pensò al pericolo che si corse, dell'alleanza degli Stati Uniti con la Germania, e quindi al rischio di
(i) Vedi il nostro articolo: La Grande Alleanza nel Cakhoccio di Maggio 1918.
SONNINO NON VIDE 1,'aMERICA I57
vedere gl'Italiani degli Stati Uniti perseguitati e confinati in campi di concen- trazione) — così non si valutò l'America scesa in battaglia se non come un ma- gazzeno d'approvvigionamento. Di tutto ciò che accadeva in America, della labo- riosa preparazione che qui si faceva dell'avvenire — dell'avvenire anche del- l'Italia — la Consulta non tenne conto. Qui sta la vera responsabilità di Sen- nino; responsabilità che noi denunciammo anche durante la guerra (settem- bre 1917) proprio quando a Roma il ministro era sugli altari.
Questa responsabilità di Sennino si accentua quando sia dimostrato che qui il suo Ambasciatore faceva buona scolta ed era sempre pronto ad informarlo.
Ora, non conosciamo migliore informatore del Conte Cellere — sollecito, coscienzioso, concettoso, chiaro, esplicito, lungimirante, coraggioso — fotogra- fico, fonografico.
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La responsabilità del Governo d'Italia e massimamente di Sonnino sta nel non avere appoggiato le tendenze americane del Cellere — di non aver fatto te- soro, per quanto riguardasse il governo di Washington, delle notizie che Cellere gli inviava circa le mene della Francia e dell'Inghilterra. Sonnino se ne serviva immensamente è vero, per tener duro sul Patto di Londra, l'ultima arma che si voleva strappare all'Italia per distruggerne i diritti ; ma in America l'ostinato uni) m n vile mai costruire niente di contro agli alleati. Eccesso di lealtà, senza dubbio ; ma indiscutibile difetto di duttilità diplomatica — cioè cattivo serv'zio reso al paese. Era certo che gli alleati demolivano il Patto di Londra; essi costruivano nuovi sistemi contro l'Italia ; mostravano di tenerla su, per quanto giovava all'equilibrio delle forze combattenti e alla guardia del fronte, ma le impedivano sistematicamente di prevalere nell'azione militare per tema che i successi si rinfrangessero nel campo diplomatico; infine, opravano sinistramente negli stesi confini del Regno, corrompendo e in connubio con gl'italiani parri- cidi sabotatori dell'opera del ministro degli esteri. Insomma: tutti tradivano, fuori é dentro, dentro e fuori, e solamente Sonnino credeva di poter vincere la grande lotta del mondo tenendo l'Italia sempre asservita ai traditori, sempre piiì isolandola dagli Stati Uniti.
Era la unilateralità sonniniana che vedeva l'America soltanto come un re- parto del commissariato militare, e non l'America di Wilson, quella che avrebbe — chi non lo vedeva? — deciso degli eventi della terra; quella ch'egli si trovò di fronte a Parigi e che lo umiliò e lo spezzò. L'America che Clemenceau e Lloyd George — anche discreti sprezzatori di Wilson e dispostissimi a tenergli fronte, come si vide — s'erano "lavorata" con centinaia di milioni di sterline e franchi, e alla quale, lasciandole abilmente la lustra del leadership, fecero fare ciò che vollero.
Ora, i negoziatori italiani avevano la fortuna di avere avuto "portato" a Parigi dallo stesso Wilson l'Ambasciatore Cellere. Pare che in questo il Presi- dente, che vedeva strano come l'Italia seguisse una politica di perdizione piuttosto che di salvezza, fosse consigliato dal desiderio di veder chiaro, a Parigi, nella incognita italiana che alla Basa Bianca non gli era riuscito di penetrare. Wilson non aveva potuto capire la politica degli ambasciatori dell'Intesa. Il Cellere, per quanto rifletteva la sua persona, i suoi sentimenti individuali, le sue vedute e la sua immediata responsabilità, si lasciava comprendere, e come!, ma quanto ai propositi d'oltre oceano, il povero Ambasciatore si trovava handicapped, di- minuito, dalla incurabile incertezza delle direttive della Consulta, la quale, pur
158 II, CARROCCIO
resistendo a Parigi ed a Londra, si faceva in quattro per dimostrare a Washing- ton la sua perfetta adesione ai "padroni" di Parigi e di Londra. A Washington, dove affluivano i rapporti delle capitali europee, dove era chiaro che si giocava l'Italia (anzi, la si giocava a Washington stessa!) Wilson cascava dalle nuvole. Vedeva l'Italia tutta prona a chi la tradiva! Vedeva l'Italia che resisteva alla politica americana, presa dall'ossessione del feticismo britannico (la realtà era che Sonnino non voleva romperla con l'Inghilterra e con la Francia per non cedere sul Patto di Londra) e non se ne sapeva dar ragione. L'Ambasciatore italiano gli negava la lettura del Patto, che allo stesso Cellere non era stato comunicato ! Ma quel Patto, appena sbarcato in Francia, gli agenti inglesi glielo posero sott'occhio per denunciargli l'orrore degli appetiti imperialistici italiani.
* * *
Anche Wilson sapeva che per la soluzione dei problemi della pace, era ne- cessario intendersi con l'Italia, E non c'era altro medium che l'Ambasciatore Cellere,
Che avvenne invece? Avvenne che l'Ambasciatore — l'unico che potesse comprendere Wilson e la mentalità americana, l'unico padrone d'ogni posizione, l'unico che portasse a Parigi il senso della Vittoria in quello che potesse valere a integrare la Vittoria militare con la soluzione dei problemi della Conferenza a giusto premio del patire e del sacrificio dell'Italia — avvenne che l'Ambascia- tore fu tenuto deliberatamente estraneo al lavoro intimo della Conferenza. A- vrebbe dovuto essere della Delegazione, e invece ne fu escluso. Si mise al suo posto il Salvago-Raggi, specialista in materia coloniale, e il cui portentoso inter- vento diede il noto bel risultato riguardo alle Colonie, tutte divise fra gli altri, ninna assegnata all'Italia.
Accettando l'esclusione di Cellere, Sonnino fu di una debolezza imperdo- nabile : privava la causa italiana del suo patrocinatore piìi simpatico a colui che bisognava guadagnare assolutamente alla causa stessa ; e rimaneva lui, di fronte al Wilson, che ostinavasi a non riconoscerlo interprete sincero della volontà nazionale, preferendo di trattare, in Italia, più che con lui, con Bissolati ed AI- bertini rinunciatarii a tutti i costi.
Sonnino non vide l'insidia dell'esclusione di Cellere, bestia nera omai del nittismo che stava acquattato dietro la feritoia apertagli da Orlando per vibrare i colpi mortali alle spalle dell'Italia, creare la situazione insostenibile della poli- tica sonniniana, e salire al potere per mutilare la Vittoria, evirare il paese e fare orrendo e inulto scempio della dignità "nazionale.
Orlando non aveva avuto il mandato di svalutare a Parigi la politica di Sonnino? Com'era possibile sollecitare colà la vittoria del Trattato di Londra, se era stato suggellato con i rinunciatarii il patto iniquo del tradimento della patria in Adriatico?
Era chiaro: se attorno a Wilson avesse agito Cellere, edotto appieno delle congiure anglo-franco-italo- jugoslave, si sarebbe corso il rischio.... dell'alleanza italo-americana I
Che tragedia! Che infamia!
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Di quanto accadde a Parigi dal gennaio ai primi di maggio 1919 ci troviamo d'aver dato nel Carroccio di luglio-agosto successivi ampie notizie di prima ma-
SONNINO NON VIDE L'AMERICA 159
no, nessuna delle quali è stata smentita, anzi tutte confermate ampiamente dalle susseguenti rivelazioni (i).
Riesce utile, oggi, a corredo di quanto stampammo allora, di leggere in questo fascicolo, più oltre, il Diario che il Conte di Cellere scrisse nel maggio e giugno di quell'anno, fermando sulla carta le vicende del secondo periodo della Delegazione Italiana, allorché — continuando a peggiorare le cose (le quali non ebbero conseguenze più funeste, nel periodo dell'abbandono della Conferen- za, aprile-maggio, soltanto perchè a Parigi era rimasto Cellere a trattare con gli altri ambasciatori) — si ricorse all'opera del Cellere presso quegli stessi ame- ricani che, fin dall'inizio della Conferenza, avevano mostrato di tener l'uomo e il diplomatico in grandissima considerazione.
Lo stesso Wilson aveva dato prova di amicizia a Cellere, nel momento più aspro, quando lo chiamò a sé perchè invitasse Sonnino a non lasciare Parigi (2).
Dire che la Consulta non ebbe a Washington un ambasciatore accorto e abile, tentare di sfuggire alle responsabilità che gravano tutte sui traditori della guerra e della Patria per appiopparle sulle spalle del Morto — di una vit- tima che non può più parlare — é dolo, é infamia, è viltà immensa. E vogliamo gridar questo in faccia a chiunque, in alto e in basso, ancora a Roma persiste a mistificare la storia e a tenere la coscienza nazionale ovattata di codardia nel- le tenebre.
AGOSTINO DE BIASI
(i) Nostro articolo: L'Italia tradita.
(2) Altro articolo: Come a Parigi fu sabotato il Trattato di Londra — Carroccio, set- tembre 1919.
Il libro che la Contessa di Cellere ha fatto pubblicare in Italia dall'editore Bemporad (V. Macchi di Cellere all'Ambasciata di Washington — Memorie e testimonianze) confer- ma in ogni particolare tutto ciò che il Carroccio — sia prima che dopo la morte del com- pianto Ambasciatore — stampò, raccogliendo elementi elucidatori e probatorii anche fuori l'ambiente dell'Ambasciata. Ciò che è stato dato di pubblicare ora alla Vedova, non poteva, è naturale, essere comunicato a noi, estranei. Ciò che vale, a riprova delle verità dette, e che la investigazione giornalistica mise in rilievo, per conto proprio, liberamente, quanto poteva riuscire utile nel pubblico interesse.
E' bene avvertire che la documentazione del Carroccio è anteriore alla pubblicazione del libro; per taluni documenti, contemporanea. Con una differenza: in Italia, la stessa Contessa e lo stesso autore del libro, Justus, non hanno voluto o potuto inquadrare l'opera dell'Ambasciatore sullo sfondo della politica poltrona flaccida stupida sudicia fatta a Ro- ma non soltanto a danno del Diplomatico, ma a rovina del Paese. Noi, invece, non abjjiamo usato riguardi. Riguardi non ponno essere usati verso gli uomini che sono responsabili dei guai procurati all'Italia e verso gli equivoci che intorno ad essi si vogliono ancora far gio- care perchè risalgano al potere e perpetuarvi, con i loro sciagurati sistemi, il danno di tutti e il loro tornaconto personale.
IL PRESIDENTE DELL' ITALY AMERICA SOCIETY AL DIPARTIMENTO DI STATO
CHARLES EVANS HUGHES
Seferetario di Stato dell'cvlmministrazione Hardinè
Appena il nuovo Presidente nn. Harding assumerà l'Amministrazione il 4 marzo a Washington, chiamerà a suo immediato collaboratore e consigliere l'illustre giureconsulto on. Charles Evans Hughes, che è un luminare del Foro di New Yr.rk — una figura politica di altissimo rango — già candidato repubblicano alla Presidenza della Repubblica — ei-giudlce della Corte Suprema Federale.
Nel corso della guerra l'on. Hughes accettò la presidenza dell'Italy America Society — carica che ancora copre. Sono noti i discorsi glorificatori della Guerra d'IUilia pronunziati dall'insigne oratore. Il CARROCCIO, che ha l'onore di contare l'on. Hughes tra i suoi migliori amici, ebbe il privilegio di riprodurre quei discorsi nel testo stenografico riveduto dall'oratore stesso.
LA REAZIONE DELLA VITTORIA DOPO I FATTI DI FIUME
Articolo di Enrico Corradini, collaboratore da Roma del Carroccio
LA VERTENZA di Fiume e la soluzione di questa vertenza non possono essere considerate dagli italiani senza profondo dolore. Sotto nessun aspetto, sia di Fiume, sia dell'Italia, sia dello Stato italiano, sia della Reggenza del Carnaro, sia di Caviglia, sia di Gabriele d'Annunzio. Coloro i quali debbono renderne conto all'estero, hanno da riflettere che tali fatti sono di na- tura essenzialmente interna, intima all'Italia. E che per conseguenza di là dai confini del Regno non possono es- sere compresi; dai connazionali sì, ma dagli stranieri no. Sono strettamente collegati con la psicologia della guerra italiana e con quella del dopoguerra italiano. Quando il "defunto" Wilson voleva secondo le norme d'una co- struzione sua cerebrale tracciare minuziosamente il con- fine orientale d'Italia, tutti gli italiani sentivano che egli compieva un'azione estremamente antiumana ai danni dell'Italia. Sentivano che egli, non tanto iniquamente (cioè, perchè parziale in prò degli jugoslavi), quanto indebitamente ficcava il naso negli affari loro. Indebita- mente due volte, e perchè capo d'uno Stato troppo lon- J tano, e perchè agente e imperante con un principio tutto di testa sua. Deve esistere per ogni popolo una zona di confine, una "vicinanza di casa sua", nella quale ogni popolo deve essere la- sciato libero di aggiustare i fatti suoi con il vicino, e gli stranieri lontani non hanno da immischiarsene. Il Confine Giulio era cosa che riguardava gli italiani e gli jugoslavi soltanto, e i primi dovevano trattarne soltanto con i secondi. Gli italiani, per esempio, mai avrebbero creduto loro lecito insinuarsi con le loro decisioni in quel tratto di mare che separa l'isola di Cuba dagli Stati Uniti. Ma il "defunto" Wilson già si era costituito imperatore di quel novissimo Sacro Ro- mano Impero che era la Società delle Nazioni uscita dalla sua debole mente, e trattava le nazioni, e specialmente l'Italia, da feudi che aspettavano la sua in- vestitura.
Abbiamo ricordato il "defunto" Wilson, perchè egli è causa prima del pro- fondo dolore che soffrono oggi gli italiani. Né ce lo dimenticheremmo mai, se egli non fosse già un "personaggio dimenticato" dalla stessa storia del suo grande e serio paese; non fosse, appunto, il "defunto" Wilson.
Intanto alla vertenza fiumana ed alla soluzione che ha avuto in questi tristi giorni, un'altra considerazione è da fare, ed è la seguente: che, per conoscerla . bene nel suo vero carattere, e forse averne meno angoscia, va esaminata stori- camente, piuttosto che cronisticamente. Va esaminata, cioè, con un alto senso, con una visione larga, con una capacità di sintesi.
Allora soltanto si può scoprire che cosa realmente fu l'opera, e che cosa realmente è la tragedia di Gabriele d'Annunzio, rispetto a Fiume.
Gabriele d'Annunzio fu la reazione della parte più consapevole e piti viva d'Italia contro una condizione di cose creata, ai danni dell'Italia, per un lato dalla debolezza dello Stato italiano, e per un altro dalla prepotenza straniera, sopratutto
tNitibU tun'KAUinl
1^2 It CAR]M)CClO
dall'intruso Wilson, come ricordavamo piiì sopra. E' da tener presente che Ga- briele d'Annunzio inizia la sua gesta, la marcia di Ronchi, contro le decisioni della Conferenza degli alleati, e specie contro Wilson, e la finisce contro lo Stato italiano. Contro tale combinazione. Stato italiano timido, debole, mal destro à cogliere i frutti della vittoria, nelle persone dei governanti e delegati italiani alla Conferenza di Parigi, e prepotenza degli alleati capitanata da Wilson, Gabriele d'Annunzio fu prima la reazione vittoriosa; di tale combinazione è oggi la vit- tima tragica.
La debolezza dello Stato italiano, nelle persone del governo italiano, allora forse anche in quelle del Comando Supremo italiano, cominciò subito con l'ac- cettazione della linea d'armistizio tracciata per man di alleati, dopo Vittorio Ve- leto. L'armistizio doveva essere segnato a Vienna, e allora tutto sarebbe stato diverso, più grande e più proficuo per l'Italia. Ma gli italiani, recuperate dopo tanti secoli la forza e la pazienza di vincere una guerra, subito mostrarono che non erano riusciti a recuperare ancora la capacità di far buon uso della vittoria. Dopo di che, alla Conferenza di Parigi, tutta la politica d'Orlando, uomo di alta italianità e di alto intelletto, fu d'estrema debolezza. Ed egli s'ingannò totalmente sul modo di prendere l'ideologo vano e testardo Wilson. La debolezza d'Orlando stremò la stessa austera resistenza di vSidney Sennino che va facendosi sempre più grande nel suo silenzio. Il governo italiano fu allora veramente a Parigi il rappresentante d'una vecchia razza, di quella vecchia razza, fondiglielo storico, che costituisce la "casta politica" e per essa domina ancora, purtroppo, sotto una forma novissima di "vecchio regime" la nuova, strenua Italia; perchè non portò nel consesso degli alleati e nella squisita capitale francese ne l'intelligenza sua- siva e fattiva dei popoli in piena civiltà, né la violenza dei barbari.
E' superfluo ricordare la condotta di Nitti rispetto a Fiume e a tutta la questione dei confini orientali d'Italia, quali avrebbero dovuto uscire dalla guerra vittoriosa. Nitti giudicò la marcia di Ronchi, che era, come più sopra abbiamo ricordato, atto, non contro l'Italia, ma contro l'Intesa e l'America; la giudicò come una offesa personale fatta a lui, all'oculatezza del suo buon governo, e più che compattezza di uomo di Stato comportasse, se ne crucciò. E già la "volontà della rinunzia" si era profondamente radicata negli uomini di governo italiani, qualunque nome avessero. Era diventata una seconda loro natura. La crede- vano necessaria all'esistenza stessa dell'Italia, sia per ragioni di parlamentaristici equilibrii interni, sia per timidità esterna e per uno stranissimo senso di giustizia intemazionale, consistente nel fare il danno proprio con benefizio altrui. Salan- dra, durante il periodo della neutralità e il primo tempo della guerra, aveva par- lato troppo del "sacro egoismo", e i suoi successori praticarono troppo il "sacro altruismo".
Questa volontà della rinunzia italiana è un fenomeno storico che per i non italiani potrebbe costituire, come suol dirsi, un "caso interessante" da studiare. Per noi è estremamente doloroso, perchè è manifestazione della "vecchia razza" che ci domina. E' manifestazione di debilitazione etnica. Noi possiamo ormai, grazie a Dio, dire queste cose anche fuori d'Italia, perchè esiste già una Italia giovane e forte, che ha fatto le sue prove e di cui è l'avvenire. Questa Italia, etnicamente rinnovata, non è ancora al potere, è ancora dominata dall'altra, dal "vecchio regime" dell'altra, a male agguagliare come la vigorosa e produttiva borghesia francese, lungo il corso del secolo xviii era dominata dal "vecchio regime" degli ordini superiori di anteriore formazione storica. Queste cose
LA REAZIONE DELLA VITTORIA DOPO I FATTI DI ElUME
163
adunque, oggi, le possiamo dire anche fuori d'Italia: che, cioè, la "volontà di rinunzia" dello Stato italiano dopo la guerra altro non è se non un "residuo sto- rico", spirito ancora superstite di servilismo delle generazioni italiane delle età passate.
La volontà di rinunzia è giunta, naturalmente, fino al ministero di Giovanni Giolitti. Il vecchio spirito ha ispirato il ministro Sforza, ha presieduto alla con- clusione del trattato di Rapallo, salve, questa volta, le forme esteriori, che furono quelle della risolutezza e dell'intransigenza. Ma soltanto le fo^me esteriori. Nella sostanza fu seguito l'indirizzo posto sin d'autunno 1918, né mai lasciato, attra- verso tutte le fortunose vicissitudini e mutazioni personali del governo italiano.
Contro tale indirizzo fu reazione la gesta di Gabriele d'Annunzio. Fu la reazione della vittoria. E' oggi la tragedia della vittoria male sfruttata.
Tragedia, anche perchè pur quella di Gabriele d'Annunzio fu reazione, come quasi ogni reazione, che non s'arrestò al tempo debito e al punto che era ne- cessario.
Roma, 14 gennaio igsi.
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LA FIORITURA DELLE SPADE
' Tht Star, Londra.
I PACIERI ALLA VECCHIA DIPLOMAZIA:^ — Com'è possibile? Dovevano venir fuori rami di olivo 1....
Prof. ETTORE RAIS
IL CONFINE ORIENTALE D'ITALIA
E L'ADRIATICO
// Trattato di Rapallo giustifica, legittima l'irredentismo dalmata. La Dahnasia è terra che l'Italia non può lasciare in mani altrui scnca temere della sua sicurezza in Adriatico. A Rapallo agirono influenze straniere a danno degl'interessi italiani: il popolo fu costretto a subirle tra- dotte nel documento in cui i ministri dell'Italia lasciarono genti e terre, di carattere nasio- nale inoppugnabile, al vinto, nemico sempre in ogni suo gesto e in ogni sua espressione.
Non c'è stato sostenitore del tristo documento diplomatico che non abbia ammesso la entità del sacrificio imposto al popolo italiano. Le discussioni parlamentari, specialmente quelle in Se- nato — non ostante le votate ratifiche — non hanno fatto che definire davanti alla coscienza pubblica il problema che dev'es- sere immancabilmente risolto, come dicevamo: l'irredentismo dalmata.
Chi dice che il trattato di Rapallo dev'essere legge sacra del popolo italiano, dimentica che il popolo italiano è stato tradi- to nella sua guerra, che fu immenso sacrificio e fu pure immensa vittoria, proprio con la violazioni- di due tratti sacri: il trattato di Londra e l'accordo di San Giovanni di Mariana. Non può essere riconosciuto giusto un trattato che suggella la violazione imposta e patita.
La materia dei trattati è passata, oggi, dalle mani del Prin- cipe a quella del Popolo. Vuol dire che quando il Popolo Italiano avrà ripreso coscienza di se. la sua volontà sarà legge. _ Poiché non può essere legge, per l'Italia libera indipendente vittoriosa del 1918, la volontà straniera.
Il nostro illustre collaboratore prof. Ettore Pais. che nell'o- pera sua di storico di Roma richiama gl'Italiani sulle orme dei Padri e li indica al loro imperiale destino, è dei pili illuminati e forti assertori dell'italianità delle terre transadriatiche. Lo vediamo nello scritto che ci manda. E' parte di un discorso da lui preparato pel Congresso delle Scienze che doveva essere tenuto a Trieste mesi fa, ma che poi non ebbe luogo. Il Carroccio che ira le sue insegne di combattimento tiene proprio accanto alla "martinella" quella rff//' Adriatico all'Italia, affida la prosa dell'insigne scrit- tore alla memore coscienza degl'Italiani d'America la cui missione è anche di ricordare, di raccomandare, ai fratelli della Penisola di non soltanto essere, ma di "fare" sul serio ^/'italiani.
ALLO SCOPPIO della guerra, non ancora composta, non tutti in Italia avevano chiari concetti sull'estensione dei nostri diritti nell'Adriatico ; non tutti erano concordi sui risultati che era giusto attendere. Ed anche oggi, dopo la vittoria, si è udita la voce di chi ha deplorato che le terre a mezzogiorno del Brennero siano state a noi attribuite e non si rende conto esatto di tutte le ragioni per le quali le sorti della Dalmazia sono strettamente congiunte con quelle d'Italia. Dimostrare qui a Trieste che tutta la Dalmazia, che tutto l'A- driatico sono terre e mari italiani, non solo è superfluo, ma oserei dire, ingiu- rioso. Qual'è infatti l'italiano nato sulle sponde dell'Adriaitco il quale ignori che i confini di nostra gente sono segnati dalle Alpi Giulie e dalle Dinariche, sino a raggiungere Ragusa e le bocche di Cattaro? Chi di voi non sa che l'A- driatico, grandiosa prosecuzione della valle Padana, spetta alle genti italiche, abitatrici delle due sponde e non alle popolazioni che lor vie naturali di espansione e commerci, hanno sopratutto attraverso li corsi della Sava, della Drava e del Danubio? Non certo a voi ricorderò quante ragioni ricavate dalla struttura dei monti, dal corso dei fiumi, dal rilievo geografico, dalla storia della civiltà romana e veneta, cospirino nell'affermare i nostri diritti sulle terre della Dalmazia !
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Tutti i popoli che abitano regioni interne mirano a raggiungere le sponde del mare. Monti e fiumi non oppongono ostacoli insuperabili ; e se, per necessità
Ih CONFINE ORIENTALE d'iTALIA E I^'ADRIATICO 165
di terre o per amor di conquista, furono tante volte valicati gli ardui gioghi delle Alpi Cozie, Graie e Retiche, h ben naturale che orde straniere siano più spesso giunte a noi, attraverso i men diffìcili passi che dall'Illirico conducono alle sponde dell'Adriatico.
Né ciò si è verificato soltanto in tempi storicamente determinabili, ma sino da età vetustissime, anteriori a fissazioni cronologiche. Origine illirica è dato constatare non solo per i Veneti, ma anche per varie genti delle coste orientali della Penisola, dai Liburni dell'Anconitano ai Peligni deU"Abruzzo, dagli lapodi, limitrofi alla Venezia, sino agli Iapigi della Sallentina. Né è il caso di invocare come condizione segnata dalla natura a nostro favore, l'importuosità delle coste occidentali dell'Adriatico, a cui, come già Strabone osservava, si contrappone l'abbondanza di seni, di isole, sulle sponde opposte. E' legge politica, che non si piega davanti a speculazioni di filosofi, che il più forte ha ragione del debole. Di fronte a chi è più vigoroso e sagace, é vano far vanto di ragioni d'indole storica. E lo è del pari attendersi gratitudine e rispetto dai popoli ai quali si elargirono i doni della civiltà. Assai di rado la natura, ove non si tratti di isole, ha segnato confini così precisi che non porgano pretesto di contestazioni ; ed a diritti storici, più o meno antichi e gloriosi, un altro popolo può opporne altri meno vetusti, ma più efficaci. Di fronte a nemici animosi, e talora feroci, fa valere il suo diritto, solo chi, argomenti di etnografia, di rilievo geografico e di storia, corrobora con forte coscienza politica, ed occorrendo con vigoria d'armi.
Roma, superiore per coscienza civile e per armi, potè affermare suo anche l'Adriatico, perché, purgatolo dai corsari, domate le popolazioni selvaggie delle coste Dalmate, vi radicò e difìfuse le usanze del viver civile. E la Serenissima, che alla sua volta vi rinnovò l'opera di Roma, considerando com'essa diceva, "il sangue, i sudori, le spese" sostenute per estirpare i pirati e per dar sicurtà al com- mercio, a buon dritto dava a tutto l'Adriatico il nome di "Golfo di Venezia". La coscienza del proprio valore morale, la ferma volontà e capacità di far rispettare i diritti acquisiti, furono il più saldo fondamento del dominio Veneto e dell'italia- nità dell'Adriatico. Quando questa coscienza venne meno e con essa la fiducia ed i mezzi della difesa, anche il concetto della italianità di questo mare si andò Attenuando; taluni, ne perdettero persino il ricordo. Al gesto magnanimo di Gabriele d'Annunzio, che rivendicava Fiume, una voce umile e rassegnata ri- spondeva "esser delittuoso chiamare l'Adriatico lago italiano 1".
* * *
Chi di noi, sino dalla giovinezza, allorché Trieste e l'Istria gemevano sotto l'oppressione austriaca, non ha appreso con reverenza i versi del Poeta:
....Fola presso del Quarnaro Che Italia chiude e i suoi termini bagna.
Si narra che Nicolò Tommaseo si rammaricasse che con essi Dante avesse esclusa dall'Italia la sua Dalmazia. Ed è ben noto che di recente i cosi detti "esperti", o meglio, "inesperti" del Presidente degli Stati Uniti d'America, si fecero forti dell'autorità dell'Alighieri, per negare il nostro diritto storico nel rivendicare i paesi Istriani posti al di là dell'Arsia ed il territorio di Fiume.
Eppure il verso di Dante non ha affatto l'autorità che i nostri avversarli e noi stessi, gli abbiamo per tanto tempo assegnata. Dante, come tutti sanno, nel precisare il confine d'Italia, si fondava su di un'indicazione analoga ad altra
l66 IL CARROCCIO
accolta da Plinio, e questi, alla sua volta, riferiva un dato della "descrizione di tutta l'Italia" distesa dal divo Augusto. Scrittori delle Alpi Giulie, al pari di quelli di altre parti della Penisola, si sono riferiti a codesta descrizione augustea ed ai confini in essa segnati alla regione X d'Italia per rivendicare la piena italia- nità dell'Istria sino all'Arsia; non tutti hanno però ben compreso il significato di codesta testimonianza.
Augusto, nella sua discrìptlo totius Itallae, non intese affatto designare con- fini etnografici od anche politici. Indicò solo, come oggi diremmo, limiti di puro carattere amministrativo; né li fissò in modo irrevocabile e perenne, ma solo in via transitoria.
Se ci approfondiamo nell'esaminare i criterii che guidarono Augusto nel fissare i confini d'Italia, ricaviamo che questi non furono uniformi. Qualche volta, come a proposito del Trentino e del Carso, vennero inspirati da ragioni puramente strategiche; altre volte, come rispetto alle Alpi Marittime ed all'Istria, Augusto giudicò che la difesa d'Italia fosse a sufficienza garantita, come da an- temurali, da limitrofe provincie saldamente governate, oppure da Stati federati ed amici. Nizza, sebbene al di qua del Varo, fu lasciata a Marsiglia, perchè si volle rispettato il territorio di questa antica e fedele amica di Roma, che molto aveva già sofìferto durante le guerre civili. Il confine d'Italia nell'Istria fu fissato con l'Arsia, perchè si vollero del pari rispettati i diritti dei vecchi alleati delle isole del Quarnaro, che insieme alle terre vicine avevano resi servigi a Roma nella lotta contro popoli selvaggi delle coste.
Non dò soverchia importanza al fatto, che dai confini dell'Istria sino a quelli della Grecia venne disseminata nell'età Augustea una fitta serie di municipi e di colonie di diritto romano, delle quali talune, come Zara, salutò Augusto con il nome di parens. Rilevo piuttosto che Augusto concedette Vimmunitas agli As- seriates e lo stesso ins italicum agli Alutae ed ai Flanates, dai quali traeva allora nome il golfo del Quarnaro. Fu la prima concessione di tal natura. Nelle età successive Vius italicum venne esteso a città di altre provincie ; ma l'assimilazione completa ed eccezionale delle terre del Quarnaro al suolo italico prova in modo irrefutabile che nella mente di Augusto, severissimo difensore dei privilegi d'I- talia, la regione del Quarnaro era del tutto parificata alle altre della Penisola. 11 territorio al di là dell'Arsia con le isole vicine formò sino d'allora uno Stato federato, un corpus separatimi, che precedette quello che in età a noi più vicine costituì lo Stato di Fiume. Codesto corpus separatimi, limitrofo, ma non del tutto aggiunto alla X regione di Augusto, fece parte del suolo italico allo stesso modo che oggi la Repubblica di San Marino, pur essendo Stato separato e sovrano, fa parte della Nazione d'Italia.
Che il confine orientale d'Italia sia variato sotto i successori di Augusto, che il territorio liburnico sino a Fiume, vi sia stato in seguito aggregato, prova, come tutti sanno, il vallo romano ivi sorto per ragioni strategiche. Nell'età Ro- mana, come al tempo della Serenissima, il possesso della Dalmazia fu esplicita- mente dichiarato valido e necessario propugnacolo per la difesa della Penisola. E' assurdo prendere alla lettera un sol punto della discriptio di Augusto e di basare sui testi di Plinio e di Dante, tra loro connessi, il confine orientale d'Italia. Giudicando a tale stregua dovremmo escludere dall'Italia parte cospicua di quella forte regione Piemontése che die' vita od accolse la generazione che ne meditò e compì il riscatto. Ne dovremmo pure escludere la Sicilia, la Sardegna, la
II, CONFINE ORIENTAI.^ D'ITAI^IA E) I^'ADRIATICO 167
Corsica, che formarono per secoli separate provincie e che solo ai tempi di Dio- cleziano, vennero aggregate e congiunte alla Penisola. Viceversa nell'età di questo imperatore, alcune regioni del Piemonte, furono aggregate alle Gallie. In codesti aggruppamenti prevalevano non tanto criteri! politici, quanto di opportunità am- ministrativa.
Il concetto che l'Istria, la Dalmazia, Ragusa e le bocche di Cattaro, fanno parte d'Italia, è stato più volte espresso da grandi scrittori e da uomini di Stato, Esso compare nelle opere di Napoleone, che praticamente vi si inspirò quando con il trattato di Presburgo pose riparo all'errore di Campoformio e costituì quel distretto dell'Illirico che, come già al tempo dell'Impero Romano e persino del goto Teodorico, era destinato a proteggere l'Italia verso oriente. Tra gli scrittori del nostro Risorgimento, non mancarono pensatori, come Vincenzo Gio- berti e Carlo Cattaneo, convinti dalla necessità di unire all'Italia la Dalmazia. Ma la sfiducia che tenne dietro all'onta di Lissa, indebolì tal convinzione. Alla vigilia della guerra, alla quale ha posto termine il valore italiano, taluni fra noi si sarebbero acconciati alla linea dell'Isonzo od al più dell'Arsia. Ma ormai non è più il caso di dissensi. La resistenza sul Piave e le giornate, di Vittorio Veneto, hanno determinata una più sicura coscienza dei nostri diritti storici e della vigoria della nostra sterpe.
La riconquista delle Alpi Retiche, e del passo del Brennero, naturale confine d'Italia, ci addita che più vigile che mai dovrà essere la custodia dei valichi alpini tante volte percorsi da genti alemanne, ed il possesso di Trieste, dell'Istria, di Fiume, di Zara e di Sebenico (i) ci imporrà la ferma rivendicazione dei fratelli non ancora redenti, oppressi tuttora da chi, non solo ci contenderebbe, potendo, la linea dell'Isonzo, ma accamperebbe stolide pretese persino sui piani del Friuli. Né dimentichiamo poi che l'espansione di un popolo non è segnata soltanto dai monti e dai fiumi che circoscrivono la sovranità territoriale, ma anche dalla dif- fusione della sua lingua, dei suoi commerci, della sua civiltà, protetta da ferma azione politica.
Il confine di Roma fu in realtà indicato da tutte le terre, più o meno sog- gette, nelle quali si parlava od intendeva idioma latino. Quello dell'Inghilterra sono i mari e le sponde dove fa mostra di navi e di merci. Il nome di Venezia non si estese solo sull'Adriatico, ma sin dove giunse l'efficacia della gloriosa Università di Padova, da cui partirono le scintille, che al di là dell'Istria e della Dalmazia illuminarono terre Balcaniche e Slave. Il nome di Francia si è affer- mato (e con la recente guerra lo si è di nuovo veduto), fra tutte le genti a cui è giunta la voce dei suoi grandi scrittori.
* * *
So bene che taluni partendo da altre concezioni sul valore della Storia e, ^ullo sviluppo politico dei popoli, giudicano vano il richiamo alle vicende del passato. Per costoro, le memorie di Roma e di Venezia sono vita vissuta che fion ha ripercussione nella^ coscienza dell'età nostra e non ha quindi valore nel guidare i destini di un popolo. Altri, fiduciosi in un roseo e tranquillo avvenire, chiedono, come al tempo di Simmaco e di Sant'Ambrogio che sia rimossa dal Senato la statua della Vittoria, e giudicano prossimo il giorno in cui, per virtù di nuovo assetto sociale, spariranno tutte le contese fra i popoli, sicché, anche le
(i) Questo discorso era stato preparato avanti molto che lo spirito rinunciatario si cristallizzasse nel trattato di Rapallo, che lascia Sebenico agli jugoslavi, Zara accerchiata di nemici e Fiume mutilata e insidiata. — Nota del Carroccio.
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due sponde dell'Adriatico saranno popolate da genti sia pure diverse, ma affra- tellate, come già lo furono talvolta quelle di Mol fetta e di Ragusa.
A tutti costoro si aggiungono quanti, rivolgendo la loro attenzione a studi» o dirò meglio a profitti economici, reputano oziosa qualunque azione politica che non sia esclusivamente diretta al possesso di grano, di carbone, di ferro, di ma- terie prime. E tra costoro, taluno trascura o disprezza quei fattori morali che ad un popolo danno animo per rivendicare diritti derivanti da tradizioni e da Storia.
I "filosofi" che giudicano inutile ingombro lo studio del buon tempo antico ormai lontano per essi dalla nostra coscienza e dalle necessità della vita e che anzi considerano "fossili" quanti a tale studio intendono, non valutano a suffi- cienza che non v'è fenomeno politico e morale anche recente che non tragga origine da tempi e da fatti, talora lontani. Assai spesso fenomeni che a primo aspetto paiono risultanza di condizioni recenti, sono frutto invece di cause seco- lari, che hanno solo mutato aspetto e che è necessario conoscere in tutte le fasi. Trascurare gli elementi del passato nel valutare il presente equivale disprezzare l'esperienza dei secoli.
Da assai più che duemila anni stirpi celtiche e teutoniche lottano fra loro per la valle del Reno ed il suolo della Francia occidentale. Da tempi ancor più vetusti popoli dell'Europa mediterranea ed altri d'Oriente vengono fra loro in contrasto per la supremazia sulle coste dell'Africa settentrionale. Sono passati venti secoli dacché le aquile romane, guidate dagli auspici di Mario sterminarono la prima volta i barbari del settentrione ridiscesi poi così di frequente per il valico del Brennero. Il concetto che è ormai prossimo il giorno in cui le società umane saranno governate solo da sentimenti di fratellanza ed amore, è per sé santo e grandioso. Esso non tien però conto con quanta lentezza, pur troppo, trionfino le più elevate idealità morali. Non contribuisce certo a dargli immediata esecu- zione il patto di Versailles sotto l'egida della Società delle Nazioni.
La guerra sanguinosa, non ancora per ogni parte composta, ha per sventura confermato il vecchio insegnamento che progredire di scienze, di civiltà, di rap- porti internazionali, non vale sempre a frenare egoismi nazionali, non impedisce scoppi subitanei di crudeli conflagrazioni che distruggono ad un tratto i benefici risultati del lavoro economico e morale di molte generazioni.
La guerra testé combattuta ha rinfocolato rancori che erano da mezzo secolo compressi ed ha dato nuovo incremento alla sete or di lucri or di impero fra le nazioni d'Europa. Ed a queste si aggiungono ora quelle di altri continenti già pronti ad avviluppare nei loro commerci il vecchio mondo. Né é escluso che l'inframettenza odierna possa un giorno diventar minaccia per effetto di energie ben diverse da quelle che hanno puro carattere economico. E' nobile illusione fare assegnamento esclusivo sulle più ideali tendenze dello spirito umano, nella fiducia che valgano senz'altro ad eliminare in un prossimo avvenire la violenza e l'ingiustizia. Ma è ben più grave e non perdonabile errore, seguire chi, pensando soltanto alla ricerca del grano, del carbone e delle materie prime, non solo di- mentica che le Nazioni non vivono di solo pane, ma che cereali, carbone, ferro e materie prime, non si ottengono in giusta misura per lavoro sottoposto al con- trollo ed alla protezione di nazioni preponderanti, ma anche per virtù di quella energia morale e politica che ne assicura la ricerca ed impone il rispetto di con- trattazioni internazionali.
E' del resto preconcetto diffuso in questi ultimi anni, che contese ispirate a soli interessi commerciali costituiscano caratteristica nuovissima, propria del
II, CONFINE ORIENTALE d'iTALIA E L'ADRIATICO 169
tempo nostro. Rivalità commerciali, sfruttamento di miniere, non meno che in- vasioni di terre, sono da secoli e secoli, le cause precise che hanno determinato contrasti fra i popoli. Sono invece cause perpetue ed immanenti, e per esse un giorno il popolo d'Italia sorveglierà con maggior cura taluno di quei territorii nei quali il sudore dei suoi figli torna di vantaggio alla prosperità di altre genti. Cause immanenti da secoli costringeranno un giorno l'Italia (ove non si assog- getti a serviti! economica e politica) a volgere più intento lo sguardo alle marine che le stanno di fronte. Altre del pari immanenti le impori^anno sempre piiì vigile custodia delle Alpi orientali tante volte attraversate dallo straniero.
Maestra di civiltà, propagatrice di ogni idea generosa, dirozzatrice di stirpi Illiriche e Slave, l'Italia promuoverà ogni azione ed accordo, affinchè tra i popoli delle due sponde dell'Adriatico si rinnovino quei benevoli legami che avvinsero talora alla Serenissima, genti Slave. Ma al pari della Serenissima, non dimenti- cherà che fra le stirpi più rudi, al breve ricordo dei beneficii ricevuti, segue ben presto la cupidigia di quello che chi benefica possiede. Di fronte a provocazioni, è pericoloso, anzi puerile far appello alla moderazione, mostrarsi disposto alle rinuncie. "Una Nazione, — osserva a ragione Vincenzo Gioberti — non può tener nel mondo quel grado che le compete, se non in quanto si crede degna di occuparlo, onde la modestia eccessiva, lodevole talvolta nei privati uomini, è sempre biasimevole nel pubblico, come quella che tronca i nervi richiesti al- la virtù".
Ove l'Italia non fosse ferma nel difendere i suoi diritti, si ripeterebbero fenomeni analoghi a quelli per cui sulle coste della Liburnia, Venezia ebbe a lottare contro i pirati Uscocchi. A proposito dei quali Paolo Sarpi, interprete della Serenissima, giustamente esclamava: "L'insolenza di un popolo contro il vicino in progresso per necessità, terminerà sempre in guerra, non solo perchè il prudente si stanca di soffrire, ma anche perchè l'insolente si stanca di essere sop- portato".
Nella difesa e nella rivendicazione dei propri diritti, il ricordo del passato è guida sicura del presente.
Distenderebbe pagine ben dolorose chi determinasse la misura del danno che a noi è venuto per la scarsa coscienza dei nostri diritti, per l'assenza di quella piena concordia di intenti che è generata da preparazione storica. Né era a far le meraviglie che uomini politici di nazioni straniere, si mostrassero così restii od anche apertamente contrarii nel soddisfare i nostri legittimi desiderii, quando fra noi uomini digiuni di cultura storica, o s'irritavano per la generosa audacia del Poeta rivendicatore di Fiume, o si affliggevano per i miseri Tedeschi situati al di qua del confine naturale del Brennero, confine che non fosse altro che per pure ragioni di difesa, era necessario riconquistare.
"O Italiani, io vi esorto alle storie — esclamava in un ben noto discorso Ugo Foscolo — perchè niun popolo più di voi può mostrare né più calamità da compiangere, né più errori da evitare, né più virtù che vi facciano rispettare".
Non sono frasi retoriche di un poeta sentimentale, ma è realtà sentita da uomini di azione. Se Napoleone meditava riunire tutti gli Stati della Penisola sotto il nome augusto di Roma, e di farne regno per il suo secondogenito, ciò non dipendeva soltanto da immediate necessità politiche che gli si presentassero alla mente, ma anche dalla attenta considerazione della storia e della civiltà Ro- mana. La civiltà, la legislazione e la politica di Roma hanno lasciate traccie perpetue fra tutti i popoli. Esse hanno tuttora particolare valore per noi Italiani. Conformata da natura in modo da promuovere sviluppo di vita separata di co-
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muni, al più di regioni, l'Italia si è spesso divisa in Stali deboli di fronte ad altri popoli abitatori dì terre o più estese o più compatte. Se non di meno, l'Italia è riuscita ad avere gloriosa unità di Nazione, ciò è merito di Roma. Se 1 Italia per. più secoli non patì il danno e l'onta di invasioni straniere, ma agli stranieri impose invece il benevolo giogo di umane leggi, anche ciò avvenne per opera di Roma. E' infine il pensiero della passata grandezza latina che ci consolò nelle sventure e che per tutte le età inspirò i nostri più insigni storici e poeti e l'indusse spesso a sperare nella nostra resurrezione. Per la resurrezione d'Italia, inspirata dal ricordo di Roma, martiri ed eroi soffrirono esilio, carcere e salirono sul patibolo. E' dal ricordo e dalla visita delle rovine di Roma che Giuseppe Gari- baldi attinse la fede che lo sostenne nelle lotte per il nostro riscatto.
* * *
Ma fra tutte le infinite testimonianze dalle quali emerge che la storia del nostro passato fu guida sicura per l'avvenire, le più tenaci e commoventi, son quelle che ci giungono dalle terre adriatiche. Da Tomaso di Spalato a Giorgio Sisgoreo di Sebenico, da Girolamo Muzio e Ludovico Vergerio di Capodistria ad Elio Lampridio Cerva di Ragusa, da Giorgio Lucio di Traù allo storico dì Trieste Ireneo della Croce, dal medioevo al Rinascimento, dal secolo xvi all'età nostra, una serie fitta e mai interrotta di poeti, di oratori, di storici, di uomini di Stato ha gareggiato nel difendere la lingua e la latinità dell'Istria, della Dal- mazia, di Ragusa, ha rievocato con fermezza ed orgoglio, come avito patrimonio le memorie di Roma e di Venezia. Il ricordo dell'antica civiltà latina non ha solo impedito l'imbarbarimento delle vostre terre, ma ha dirozzato i barbari, sicché questi per intendersi fra loro si sono spesso espressi nel nostro idioma. Ed anche oggi, nella nostra Dalmazia, anche chi ci opprime e bestemmia, se vuol narrare le gesta passate è talora costretto a scrivere in lingua italiana.
Né questa nobile tradizione si chiude col Rinascimento od al più con la fine del dominio di Venezia. Né il profondo affetto per la madre Italia si affievolì o disparve dopo la sciagura di Lissa o si lasciò abbattere per insidia 0 violenza austriaca !
Per mezzo della lingua, per virtù delle memorie di Roma e di Venezia, voi cittadini di Trieste, dell'Istria, della Dalmazia, avete gelosamente tramandato ai vostri figli il tesoro della latinità, della italianità.
Gloria a voi, Triestini. Quando nel secolo decimosesto gli arciduchi d'Au- stria tentarono unirvi a genti alemanne, voi rispondeste coraggiosamente che essendo Latini non comprendevate la lingua tedesca : cum Latini simus, lingnam ignoramus Teutonicam. Più tardi, anche quando per la sventura dì Lissa, scemò in parte nella Penisola la sfiducia di presto riabbracciarvi, fratelli, voi inviaste a Ravenna l'olio della lucerna che rischiara perpetua la tomba di Dante. Gloria a voi Triestini. I destini d'Italia non si sono ancora del tutto compiuti. Vittorio Veneto non ha ancor dato tutti i suoi frutti. Su sponde a noi vicine altri Italiani hanno gemuto e sperato, altri fratelli attendono ancora con ansia l'ora della redenzione. E voi o Triestini che avete amorosamente alimentata la fiamma che nella penombra rischiara la tomba del Poeta immortale, che personifica Italia, voi, o Triestini, sarete il faro luminoso a cui volgeranno lo sguardo i fratelli ir- redenti della Dalmazia, sicuri anch'essi che un giorno saranno dì nuovo e per sempre ricongiunti a San Giusto, a San Marco, alla madre Roma.
ETTORE PAIS
DANTE
HUMANITY'S GREATEST MIND
BY James J. Walsh, M. D., Pii. D., K. C. St. G.
COMPARisoNS are odious, but human nature likes to indulge in them and it is the sign that a man is growing old and losing his interest in man- kind when he stops using superlatives. When we are young most of US are prone to speculate a little as to who was the greatest man who ever lived and as a rule to give more than a little thought to the answer to the que. tion.
Tiie.dccis'on does not make the slightest difFcrence to mankind and it would be vcry easy to say "Oh wha.'s .lìe use", but then Benjamin Frankl'n's answer to that i|ucst'on, when he was asked what was the us2 of his iliscovery that electric^l toys exhibited phenomena iden- tical with lightning, must not be fcrgolten. for in typical American fashion he asked back "What is the use of a baby?" It may be of not the slightest use to discusc vvho_e was the greatest m!nd that humanìy has had, but then most of the things tlìat are leally worth wh'le in '.; G bave ccmparativeiy little utility. Utibtarianism is the lowest of philosophies. Perhaps then we may be permitted to indulge in a little speculàtion as to whose ■'.as the greatest human mind that the world has ever
Dr. JAl..tS J. ..ALbH kuOWU.
I suppose that if a serious vcte M-ere to be taken among ali those who bave à right to an opinion, — unfortunately most of thcse who vote on most subjects feel only too poignantly their lack of data for their opinion, — it would not be hard to reach a conclusion as to whose was considered the greatest mind in the history of humanity. Perhap it is just as well, however, that we are not to bave a popular plebiscite in the matter, for plebiscites on much more simple and concrete problems bave proven very disappointing, not to say bave gone very much awry in the past few month:-^ If the opinion, however, of those who know their Dante well were to be taken it seems very probable that the majority for Dante's as the outstanding mind of humanity would be not far from as large proportionately as that of the Republican party in the last election. Indeed as it is, most of those who know most about Dante bave already registered their opinion in print and the catalogues of our Dante libraries show that probably more has been written about him than about any man that ever lived, except iHim Who died upon the cross for us and Who was more than man.
Ruskin declared Dante to be "the centrai man of ali the world as represent- ing in perfect balance the imaginative moral and intellectual faculties ali at their highest". I suppose that a sentence almost equally laudatory of Dante might readly be obtained from Russel Lowell's great essay on Dante. The only thing Lowell can fìnd to compare Dante's great poem to is one of the sublime Gothic cathedrals of Dante's own day. Dean Church in England declared that "the Divina Commedia is one of the landmarks of history.... It is one of those rare and solemn monuments which measure and test wjaat humanity can reach to,
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which rise up incfifacebally and forever as time goes on marking out its advance by grander divisions than its centuries, an dadopted as epochs by the consent of ali who come after". IMacaulay thought Dante ever so mach greater than Milton, — a striking adniission f or an Englishnian to make ; our own Longfellow was willing to spend niany hours for many years in niaking a translation of the Di- vine Comedy so as to render its precious poetic message available to brother Americans.
These are only a few of the names of great men of the preceding gene- ration who in spite of the unsynipathetic quality as it might be presumed at least of their Teutonic or Anglo-Saxon heritage ,thousands of miles away from the region in which Dante lived and died and more than five hundred years after bis time thought him the supreme poet of ali time. The best definition of a poet that we bave is that he is a seer, that is one who sees more than the rest of us and deeper than we can and penetrates farther into the meaning of the world around us, — I should like to speli that English word with three e's, see-er, only that English orthography does not permit that. — for it is because of bis vision that the rest of us appreciate the poet. We want to borrow bis binoculars and see the world as he does, therefore we value bis poetry highly.
But it was not the poets and literary men only who appreciated Dante, for Gladstone declared that "in the school of Dante I bave learned a great part of that mental provision (however insignificant it be) which has served me to make the journey of life up to the terni of nearly seventy-three years". He thought "the reading of Dante as not merely a pleasure, a tour de force or a lesson, it is a vigorous discipline for the heart, the intellect and the whole man". Cardinal Manning declared "no uninspired band has ever written thoughts so high in words so resplendant as the last stanza of the Divina Commedia. "These testimonies might be multiplied from many countries and times until surely there can be little question but that Dante must be considered the favorite among those whose opinion is most worth while for the distinction of being humanity's greatest mind.
To a great many people in our time the suggestion that a man who died 600 years ago was the greatest man who ever lived, for of course it is the man with the greatest mind who must be looked up to as the highest specimen of our humanity, sudi as it is, would seem quite out of the question, since they are convinced that the race is constantly making progress ever upward and onward. As a result of this each generation carried on by the course of evolution has climbed a little bigher than before and therefore the greatest individuai that humanity has developed up to the present must come some place near our time.
Before the recent great war the world used to listen with much more com- placency to this idea of Constant human progress and evolution toward what is better and with the idea that we, as "the heirs of ali the ages in the foremost files of time", as the English poet laureate expressed it for us in the nineteenth century, must be far abead of the past. There are very few who bave had the disturbing experiences of the last decade of human bistory who are now quite so patient with these ideas of progress. We who represent the culmination of the human species according to this, bave just made. the most destructive war in human bistory. For nearly five years we gave ourselves to destruction. Ali the energies of civilization were engaged in annihilating anything and every- thing human that the contenders could get at. When the raiders appeared above
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London an d threw bombs, Englishmen wrote letters to the newspapers declar- ing that they wouid never be brought to comniit any such hideous barbarism, but Professor Osler at Oxford confessed that before the end of the war every- thing was ready and everyone was wilHng to bave BerHn sufifer in the same way. The war is not over yet, they are fìghting in a dozen places in Europe and anyone who thinks that our generation witnessed the last war there is to be need only listen to the rumors and murmurs that come to us from Europe,
Our complacent persuasion of progress was only a delusion, the flattering unction of which we laid to our hearts because we were so occupied with the interests of the body and forgetful of the interests of the spirit, As a matter of fact in so far as the human mind is concerned, there is no such thing as pro- gress. So far from Dante's distance from us in the past being an objection to his selection as the greatest of men, that rather represents an argument in bis favor. The history of the human mind shows us thatt he men who bave done things for us that were suprem e in their significance bave practically ali belonged to the distant past. Usually whenever a man has had the genius to conceive an idea he has expressed itt, whetther in ar». our literature as well as it woul ever be expressed. They very first man, for instance, that ever thought about writing an epic poem, and epic poetry is probably the greatest form of thought we bave, composed what is usually considered the greatest epic poem we possess. His name was Homer, he lived some 3000 years ago and he was only a blind beggar. The first man that ever thought about writing a play, Aeschylus in the very first play that he ever wrote, Prometheus, gave mankind the greatest drama ever written, so competent critics say. The only serious rivai to Prometheus is Aeschy- lus' Agamemon, and the only plays we would think of mentioning in the same breath with it in modem times are Shakespeare's Hamlet and parhaps Calde- ron's El Magico Prodigioso. We might go on with this list to great length. The very first man who ever wrote a history, Herodotus, wrote what is probably the greatest history ever written, ask any of the historians. The very first man who wrote a system of philosophy, Aristotle, wrote the greatest ordered ac- count of man's relations to his fellow man, to himself and his Creator and to the universe in which he lives that was ever composed. Even the first man who wrote a textbook of medicine, Hippocrates, wrote what is undoubtedly the greatest medicai textbook in history. It has more deeply influenced the great thinkers of modem medicine than any other work.
The ordinary idea of progress that men begin by doing things rudely and crudely and then the next generation does them better, taking advantage of what has been done before, and then the next generation does them better and so on until our time we do them the best! — There is no place in history where the jxempHfication of any such idea will be found. Oh yes, I beg pardon, therè is. We make better collar buttons than they used to make and better shoe strings, perhaps, for some people doubt about this and we make a number of other little and a few big things better than they did in the past. Things, things, things ! No wonder that the poet declared "things are in the saddle and ride mankind". We do not think deeper thoughts, on the contrary our poets are such minor poets that the less said about them the better. There was not a play written in the nineteenth century we think is going to live. There was scarcely a novel written in the last forty years while so many thousands of them bave poured from the press, that anyone thinks is enduring literature. The vast majority of
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them bave not the faintest hint of literature about tbem at ali. Tbey are merely pot boiling, clever spinning of tbe superfìcial film of human thought printed to sell. Writers are making a living and not making literature.
So far as the theory of evolution and the hypothesis of progress is concerned they present no good reason why the greatest of men should not bave come to US six or twelve or twenty or thirty of fifty centuries ago. They were probably flying in Crete forty centuries ago and tbe cave man, perhaps two bundred and fifty centuries ago was making bis cave home beautiful by decorating it with pictures of animals, There is not an animai painter alive to-day that can make such vividly vigorous pictures of animals as the cave man made. Whenever a man decorates bis bornie you can be quite sure that there is a woman behind bim prodding bim on. So that man and woman as God made us, thank God a few of US bave bed good taste from the very beginning. Whenever man has wanted to do good work he has just gone on and done it. The idea of mankind being carried forward in the arms of an inevitable fate which lifts bim up and up is entirely without foundation in the realities of things once one knows some- thing more tban tbe bistory of the last century or two and above ali has come to appreciate in terms of modem times tbe significance of what man has done in tbe past.
Once it Comes to be appreciated that in spite of tbe dominant belief in evo- lution and progress, tbe greatest mind of humanity may bave come at any time in bistory as we know it, anotber objection would arise in the minds of a grcat many people over the suggestion of the possibility that tbis greatest human genius could bave come during the middle ages. Dante was born in 1265, died in 1321 and the Middle Ages continue until the fall of Constantinople in tbe mid- fifteenth century, or as some prefer to date them until the discovery of America in 1492. It has been said that it used to be the custom of two generations ago bere in America to consider that from the birth of Christ until the discovery of America there was almost nothing wortb while talking about. That jesting exag- geration bad a germ of social truth in it, bowever, for a great many people were quite sure that the "dark ages", as they called particularly the tbousand years from tbe fifth to tbe fifteentb, bad not only nothing in them wortb while consi- dering. but unfortunately bad ever so much that was worthy only of deprecation. 'To think that the greatest mind of humanity could bave come during tbis period would bave seemed to tbem almost an absurdity.
As the French say, we bave changed ali that. While there are stili many who think of the medieval period as backward those who know now are prone rather to cali them tbe bright ages. John Fiske did not besitat eto say that "tbere is a sense in which the most brilliant achievements of pagan antiquity are dwarfed in comparison with them". Above ali the century, in the second half of which Dante was born and during which the first thirty-five years of bis life were spent until be carne to that precious "middle of life", in which, according to the first line of tbe Divine Comedy he began the writing of bis great poem, is one of tbe greatest of ali bistory. Wben I was younger and if possible more intere?ted in superlatives tban I am at present, I ventured to write a hook on that century cmd called it The Thìrteenth, Greatest of Centuries. No publisher would accept it. Some of tbem arched their eyebrows very questioningly over being asked to publish a volume in which an attempt was made to set f ortb a century seven centuries ago as greater tban ours, and above ali proli horror ! as tbe greatest
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of ali centuries. So I organized the Catholic Summer School Press and published it as a private venture and over 60,000 copies of it bave sold and it is stili selling just now better then ever. Henry Adams and Ralph Adams Cram bave written strongly in the sanie spirit since and Frederick Harrison went so far as to say of tbis period that "of ali the epochs of effort after a new life that of the age of Aquinas, Roger Bacon, St. Francis, St. Louis, Giotto and Dante is the most purely spiritual, the most really constructive and indeed the most truly pbilo- sopbic..-. We find in it a harmony of power, a universality of endowment, a glow and aspiring ambition and confidence such as we never find in letter centuries, at least so generally and prominently diffused.
So far from the period in which Dante was born being unsuitable to the nurturing of genius, there was no epoch in humanity that presented a more fitting background for the birth of a great poet than this. Carlyle a century ago spoke of Dante as "a solitary genius in whom ten silent centuries found a voice". This was before the days, however, when the middle ages had been revealed to the modem time. As a matter of fact so far from being solitary there was never a period in which so many geniuses appeared as in the time just before Dante. There was the writer of the Cid in Spain, the Arthur Legends in England, the Nibelungen Lied in Germany, the Minnesingers and the Meistersingers, the Troubadours and Trouveres in France, the authors of the Romance of The Rose, of Reynard The Fox and the Golden Legend in various places, the Trovatori in Italy as well as the great authors of the Latin hymns and St. Francis himself whose Hymn of the Creatures wakened the poetic world of that time up — ali alive within a generation or so of Dante. Besides there were the great artists Cimabue, Giotto, Duccio and others, the great sculptors, not only in Italy and especially the Pisani, but also the decorators in stone of the great Gothic cathe- drals and then the great architects of the Gothic churches ali over Europe. Quite literally it may be said that there was never a time when the spirit of genius blew so lustily over civilization as just then.
There would remain in the minds of most of the western peoples of Europe, and above ali in our own country, a feeling of almost unconquerable conviction that the greatest of human minds could scarcely bave been Italian. Of course in any narrow sense Dante was not Italian but possessed of a mind with a uni- versal appeal to human nature. There probably never has been a man whose thoughts bave satisfied the deepest feelings of men of ali kinds and races who had the mental capacity to appreciate him as Dante, and yet in a certain sense he was just an Italian of the Italians whose heart was bound up in his native city and whose dream was of a united Italy, even though that included the rule of a German Emperor. Such a ruler represented for Dante the revival of the old Roman Empire with Italians ali bound together under a single government and so he was willing to gloss over the aversion that must bave been created by the feeling of the foreigner as sovereign.
As regards the feeling of so many that the greatest human mind could not bave been an Italian, it may be said at once that no where else except in the Athens of the fifth century B. C. could humanity's greatest genius bave come. I bave been for years trying to complete a hook to bear the title What Civiliza- tion Ozves to Italy. What has come home to me while writing it, — and it is now nearly finished — is that after one has gotten through collecting the debt that civilization owes to Italy there is so little left to be owed to any other nation
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that it is scarcely worth while talking about. In painting, in sculpture, in archi- tecture (for the Gothic is probably of Italian origin) ; in education, for the uni- versities were founded there and the Renaissance and the New Learning flou- rished most vigorously there; in science, for Copernicus and Regiomontanus studied there and GaHleo did his great pioneer work ; in medicine, for Vesalius and Harvey and Steno were Itahan students of Medicine; in surgery, for the Italians of the thirteenth century anticipated our anaesthesia and antisepsis and did nearly ali the operations of the modem time — in ali these Italy is a leader and the nursing mother far beyond the embryonic stage when not the actual progenitrix of ali the great products of modem civilization. In literature ali the modes and many of the great examples come to us from Italy. It is surprising how many of our modem inventions we owe to Italy and how many of the inven- tions of other countries, as for instance printing and oil painting, the Italians developed marvelously.
In no other nation could Dante bave been so appropriately born as among this genius people to whom we ali owe so much and who stili continue to hold such high rank in world achievemnet in ali that stands for the development of the intellectual and spiritual Hfe of man. Italy has lagged behind materially, she has not been so prosperous, that is she has not accumulated money so much as the other nations, but wherever even the exiles from ber shores bave gone into foreign countries they bave come after a comparatively brief period to be factors for upHft and for the interests of the things of the mind and the heart and soul rather than merely of the body, ali over the world.
There might remain, in some minds, the feeling that the world's greatest genius must bave a scientific temper of mind for they are persuaded that interest in science represents the culmination of human intellectual progress and that without it no human intellect can ever bave reached its highest develop- ment. Even to this there is the very definite answer that Dante's mind was thor- oughly scientific in quality and that indeed a distinguished American Dante scholar, Professor Kuhns of Wesleyan University, over twenty years ago, com- piled a volume on The Treatment of Nature in Dante's Divina Commedia in which he brought out Dante's interest in physical science. Dante was profoundly attraeteci by astronomy and has many references to the astronomica! knowledge of his time, but he was just as much interested in the minute living world around bim and as Professor Kutrns said :
"The smallest members of the animai kingdom do not escape the observing eye of the poet, and such unpoetical insects as the flea, the gnat, and the fly are brought into use. By means of these latter he has accurately gìven the time of day and season of the year in one line, where, showing us the farmer lying on the hillside of a summer evening, looking down upon the valley alight with fireflies, he says the time was that
When the fly yields to the gnat.
Those pests of dogs, the flea and bornet, are referred to in a passage already given, where the dog in seen snapping and scratching in agony. The butterfly was symbolical, during the Middle Ages, of the death and resurrection of the body. The various phases of its development are referred to by Dante ; the cater- pillar state, the latter referring to the cocoon of the silk-worm, furnishing a figure for the souls in Paradise, swathed in light ; in one passage, backsliding Christians are compared to insects in a state of arrested development".
dante;, HUMANITY S GR^ATEST MIND 177
Great scientists bave paid their tribute to Dante. Alexander Von Humboldt, tlie distinguished German naturalist and leader of scientific thought in the early nineteenth century, was an attentive student of Dante and has a passage with regard to the Florentine's knowledge of natvire well worthy of note.
"When the story of the Arabie, Greek or Roman dominion — or, I might almost say, when the ancient world had passed away, we fìnd in the great and inspired foimder of a new era. Dante Alighieri, occasionai manifestations of the deepest sensibility to the charms of the terrestrial life of nature, whenever he abstracts himself from the passionate and subjective control of that despon- dent mysticism which constituted the general circle of bis ideas".
With regard to the famous description of the river of light in the thirtieth canto of the Paradiso, Humboldt declared that the picture must bave been sug- gested to Dante by the phosphorescence seen so beanti fully and so luxuriantly in the Adriatic Sea at times. Humboldt said : "It would almost seem as if this picture had its origin in the poet's recollection of that peculiar and rare phospho- rescent condition of the ocean when luminous points appear to rise from the breaking waves, and, spreading themselves o\er the surface of the waters, con- vert the liquid plain into a moving sea of sparkling stars".
In a chapter on the University Man and Science in the Middle Ages, written for a volume on The Popes and Science, I demonstrated by a series of quotations that Dante knew better and was able to use more eflfectively bis knowledge of the science of bis day than any modem poet. As a matter of fact Dante Vv^as better acquainted with the whole round of science in bis time than any modem university man. People who take exception to bis scientific knowledge as but inchoate and primitive fail to realize its environment. They may smile a little scornfully now at bis complacent acceptance of the Ptolemaic system without a question, but it must not be forgotten that for three centuries after bis time educated men stili, continued to accept it, and that even the distinguished Jesuit astronomer, Clavius. to whom we owe the Gregorian reformation of the calendar and the resto ration of the year to its proper place as regards the heavens, not only accepted it, but worked out his calendar reform problems by means of it. Clavius' great contemporary, Tycho-Brahe. the distinguished Danish astrono- mer, found no reason to reject it. Even Lord Bacon, who with perverted bisto- rical sense is stili proclaimed the father of modem experimental science, also accepted the^ Ptolemaic systeim. and found that it thoroughly explained ali the phenomena of the heavens, while he rejected the Copernican system, then nearly a century before the world, because he thought it did not. The surprise, however, is not alone in Dante's knowledge of astronomy, but in his acquaintance with details of biology which enables him to reason, though in poetic language, with straightforward and logicai directness with regard to basic thoughts in this» science which are usually considered to he ever so much more recent in origin. Another surprising feature of Dante's great poem is his knowledge of the habits of birds and of insects. Our modem students of nature are supposed to be the first who went deeply enough into these subjects to make them material for literature. Here, however, is Dante describing, in a few picturesque w^ords, characteristic peculiarities of birds and insects, which our modem writers spend pages over, yet teli us scarcely more about them. A little knowledge of Dante is evidently the best antidote that our generation can bave for that foolish per- suasion that the Middle Ages were ignorant of science and that the universities
178 n, cAlOipccio
taught nothing but nonsense about nature. Those who think that nature study is modem nccd cnly rcad Dante to rcalize that so far from the medievals burying iheir noscs in thelr books and neglecting thegreat book of nature around them, scholars at least among them were thoroughly familiar with the world of life around them and caught its hints of the significance of things as they are.
Dante had a thoroughly scientific mind in our modem sense of that terni. He not only knew science but knew how to use his knowledge of it to the best advantage for figurative expression and always to the illumination of the thought that he was occupied with. He thought of the Milky Way as composed of a multitude of minute stars gathered closely together, though we bave been in- clined to think of that thouf^ht as ever so much more modem. He discussed the origin and development of Hfe in terms which though scholastic bear definite resemblence to the most modem doctrines in biology. There is a well known discussion between the Poet and Beatrice concerning the cause of the spots in the moon, the well known pas-age "Take thou three mirrors" in which an actual experiment in optics is described.
Dante's knowledge of science is only incidental, however, and it is because he had a mind deeper than that of the scientist, the poet's vision that sees through t'he veils of time and the material to the world bcyond that he has been the favorite poet of ali the poets ever since. A great many people bave the feeling that our modem science is solving the mysteries of the universe around us, but of course that is not true. Science solves a few problems, but actually multiplies the mysteries. That is very well illustrated by our increase of knowledge in astronomy since the inventicn of the telescope. Before Galileo's time we could see with the naked eye, perhaps, 1500 stars. With that telescope we could see a hundred thousand at least and then as the telescope improved the numbers mounted until now we can probably see more than a billion of stars. We bave multiplied the mystery of the universe by the diiìference between 1500 and a billion. It is ever so much easier to understand a universe with 1500 stars than one with over a billion. Ambassador Brice, reminded us in his address on pro- gress before Phi Beta Kappa at Harvard that "the mists that bang around man's origin and man's dest:ny are just as deep as ever".
Science has failed to help us solve the mystery of things bere and it is be- cause the poet helps us so much that his works live forever. Dante is probably the greatest man that ever lived because he had the most penetrating vision of the realities of human life and beyond and saw its significance on the curtain of eternity. It is easy to brush him aside as Voltaire actually did and say that "his reputation will always go on growing because no one reads him any more". Ali those whose appreciation is most worth while will stili continue to read and to admire and to reverence and almost to worship as they get to know better and better this man whose life was humanly speaking the greatest possible failure, but whose work was the greatest possible success that a human being could achicve.
JAMES J. WALSH
RADE VOLTE RI SURGE PER LI RAMI — L'UMANA PROBITATE; E QUE- STO VUOLE — QUEL CHE LA DA', PERCHE' DA LUI SI CHIAMI. — Purgatorio VII. 121. 3. — Poche volte le virtù dei genitori, insieme coi beni, passano ai figli. E ciò è perchè si conosca chfc la yirtù non è già un bene naturale o acquisito, ma un dono divino.
DANTE POETA E APOSTOLO
NELLE Laudi di San Francesco d'Assisi, colle quali s'apre la storia della letteratura italiana, si manifestano una pura gioia, un'intima fratel- lanza con tutto il creato, un amore per "tutto ciò che luce od è bello a vedere", una lieta coscienza dei valori semplici e normali, un senso della pro- fonda unità della vita, che annunziano nel santo poeta un precursore dei grandi che lo dovevano seguire, dall'Alighieri al Carducci. Passa la notte del medioevo ; spunta l'alba di un giorno nuovo.
Ma la notte non ha rivelato finora la sua sapienza. Per le lunghe ore stel- late il pensiero dell'umanità s'è assorto nei misteri del cuore e dell'infinito; ed ora, nei silenzi antelucani, risorge quel pensiero, fatto credenza incrollabile, fatto filosofia appassionata. Che la Divina Commedia di Dante Alighieri è il messaggio dermedioevo alle età moderne.
L'Alighieri, in gioventù, era stato poeta , e in un dolce stil nuovo, in versi ed in prosa, aveva narrato la storia del suo amore per Beatrice, la quale gli pareva veramente irradiare in terra la luce e la bontà divina. Morta, la fantasia di Dante la seguì in cielo, ove la vide tale che il poeta proponendosi di tacere finché non gli fosse concesso di parlare più degnamente, dedicò la vita all'ideale di poter dire un giorno di lei "quello che mai non fu detto d'alcuna". E l'ideale divenne realtà nella Commedia.
Ma intanto il giovane s'era fatto uomo maturo, pensatore profondo ; la sua mente affrontava ormai i problemi mondiali — i problemi del reggimento della terra tormentata da guerre e nequizie, i problemi della vita eterna. Giunse, sulle orme di san Tommaso, a una ccncezione unificatrice del destino umano che gli pareva contenere la soluzione di tutti i problemi ; sentiva nell'anima coU'inten- sità di una accennante visione profetica la forza prorompente di questo pensiero ; sapeva di poterlo proclamare con potenza unica di parola; e si fece, di poeta, apostolo.
Che lo scopo della Divina Commedia non è primariamente uno scopo poe- tico; anzi da Dante stesso vien definito così, nel latino d'una sua lettera: finis est removere viventes in ìiac vita de statu miseriac, et pcrduccre ad statiim felicitatis.
E perciò, nella Commedia, Dante rappresenta la vita d'oltretomba in modo da rivelare la sozzura propria del peccato, la gioia profonda dell'anima che si muove nella divina voglia. Dipinge un Inferno così terribile da far ricredere quelli che si davano alla vita bestiale ; dipinge un Paradiso vivo di un'attività spirituale così intensamente gioconda da affrettare il desiderio e la risoluzione di partecipare in quella gioia. Sopra la porta infernale inscrive le dure parole:'
Per me si va nella città dolente, Per me si va nell'eterno dolore, Per me si va tra la perduta gente.
Giustizia mosse il mio alto fattore ; Fecemi la divina potestate, La somma sapienza e il primo amore.
Dinanzi a me non fur cose create Se non eterna, ed io eterno duro; Lasciate ogni speratwa voi ch'entrate !
i8o
It CARROCCIO
Nel Paradiso, con potenza ascendente d'idee di suoni di colori, riesce a far sentire una
Luce intellcttual piena d'amore^ Amor di vero ben, pien di letizia, Letizia che trascende ogni dolzore.
La concezione dantesca dell'universo non è la concezione moderna ; e nella Commedia si trovano molte dottrine, molte invenzioni, che a noi paiono cose di un mondo sorpassato. Ma l'eterna vitalità dell'anima trionfa della caduca n.iateria; e chi legge anche oggi con intelletto d'amore l'opera stupenda, ne torna rinnovellato, come da una sorgente purissima di vita spirituale.
E Dante, anche apostolo, non cessò mai d'essere poeta; anzi divenne poeta altissimo, e la Commedia, benché concepita come strumento di conversione spi- rituale, è al tempo stesso la più alta creazione poetica del genio umano.
Dal volume Italia della "Chicago University Series".
ERNEST H. WILKINS
dell'Università di Chicago
ANTONIO MARINONI
dell'Università di Arkansas
IL CENTENARIO DI DANTE
E I DANTISTI ANGLO-SASSONI
IL Rinascimento Italiano precedette di tre secoli quello delle altre na- zioni : fu intellettuale con Dante, civile coi Comuni, religioso con San Francesco d'Assisi. Fu soffocato quest'ultimo, perchè troppo onesto, e l'Imperatore tedesco soffocò i Comuni, perchè troppo liberi, le discordie inte- stine aiutando. In quanto a Dante, era troppo grande per essere capito dai suoi contemporanei. Fu, benché uomo medioevale, colui che porta la fiaccola per illuminare quelli che vengono dopo di lui, come disse di Stazio nel suo Purga- torio. E di lui si giovarono i nostri due primi uomini moderni — il Boccaccio e il Petrarca, — né furono i soli.
Fu rxA.lighieri in Inghilterra? Il Balbo mostra di crederlo, in base ad un'e- pistola del Boccaccio al Petrarca, nella quale è detto che Dante visitò Parisios diidum extremosque Britannos.
Ma anche se materialmente non vi fu, è certissimo che fin dal secolo xiv egli fu conosciuto ed imitato in Inghilterra.
Goffredo Chancer, nella Monkes Tale (una delle sue famose Canterbury Tales), riporta tutta la storia pietosa del Conte Ugo (Ugolino) tratta àoXV Infer- no dantesco. E così si dimostra che, oltre il my master Petrarch, Chancer s'ispirò a Dante e a Boccaccio. Del resto, l'idea del plagio è idea tutta moderna, perchè xiel Medio Evo ed anche posteriormente (Dante e Boccaccio non ne andarono immuni) ogni scrittore seguiva la gran regola: — Je prend mon bien où je le tr Olive!
Il Massarani opina che alle nozze di Giangaleazzo Visconti, conte di Virtù, si trovassero presenti, col Petrarca, il Chancer ed il Froissard. Se vero, si pò-
IL CENTENARIO DI DANTE E I DANTISTI ANGLO-SASSONI l8l
trebbe dire che da allora incominciasse l'influsso italiano sulla Francia e sul- l'Inghilterra, mentre sulla Spagna cominciò nel secolo seguente con Francisco Imperiai, oriundo genovese, imitatore di Dante.
Dante è genio universale che non può essere dimenticato. In prova, dei prigionieri inglesi, ritornati a Manchester dopo tre anni d'internamento al cam- po tedesco di Ruheleben, riferirono che fra loro eravi anche un "Circolo Ita- liano" dove si studiava Dante e la sua Danna Commedia — un canto al giorno.
Dante, il grande Esule, ci dimostra come si possa raggiungere la perfezione a traverso la sofferenza ! Così scrisse di lui Tomaso Carlyìe, che fin dalla metà del secolo scorso lo glorificò fra i suoi Eroi. Egli disse altresì che quel poeta, moralmente grande, non scrisse la Commedia a sfogo del suo odio di parte, ma appunto perchè molto amò, e non fu amato abbastanza. E aggiunse, per gli utili- tarii, che il sole non può venir stimato alla stregua della quantità di gaz che ci risparmia, e quindi Dante deve avere un valore immenso, o non averne alcuno, senza via di mezzo !
Pochi sanno che il poema di Dante, tradotto da Carlyle, fu il "galeotto" di Marianna Evans {George Eliot) e di John Cross, i quali, leggendolo, s'innamo- rarono, benché essa avesse sessant'anni e fosse vedova da poco tempo del suo primo "compagno" Lewes, e il Cross avesse venti anni meno di lei ! Si unirono nel maggio 1880, ed essa morì nel dicembre dell'anno stesso.
Tutti sanno che il poema fu anche tradotto dall'americano Henry Long- fellow, che, a mio vedere, fu il Tennyson d'oltreoceano, ma con qualche cosa di meno aulico, di più schietto e di più simpatico. Egli era fatto per comprendere Dante, e lo dimostrò nel suo famoso sonetto:
Tuscan, that wanderest through the realm of gloom.
E se da Longfellow scendiamo, nel tempo come nel merito, a Mark Twain, troviamo nei suoi Innocents Abroad (Cap. xxiv) questo apprezzamento:
,"We saw Dante's tomb in that church (Santa Croce di Firenze), but we were glad to know that bis body was not in it; that the ungrateful city that had exiled bini and persecuted him would give much to bave it there, but need not hope to ever secure that high honour to herself. Medicis are good enough for Florence. Let ber plant Medicis and build grand monuments over them, to testify how gratefully she was wont to lick the band that scourged ber!"
Come il grande americano Washington Irving s'inchinò, nel suo Sketch Book, alla grande ombra di Shakespeare, non vi dovrebbe essere italiano, anzi latino, per quanto ramingo pel mondo, che non sentisse il dovere di inchinarsi davanti alla gran figura di Dante.
Da tempo, invero, si ripete con reverenza : — Omero, Dante e Shakespeare ! Ma, a ben guardare, di fronte al dubbio che circonda la figura e l'opera di Ome- ro, e di fronte alle controversie che interessano la persona di Shakespeare, il nostro Dante quasi primeggia, poiché nulla può di lui revocarsi in dubbio, né l'opera, né la persona.
Comunque, possiamo dire che Dante e Shakespeare abbracciano cielo e terra, l'età passata e la presente e la futura ancora, e tutto fondono nel crogiuolo della fantasia, da cui sorgono senza sforzo, come per mano della stessa Natura, tipi, scene, paesaggi, mondi, e la Vita si atteggia per essi sotto tutti gli aspetti, con egual potenza sentiti e resi, dell'eroico e del burlesco, del sentimentale e del ci- nico, del virginale e del bacchico ; ciò che, in grado minore, si potrebbe dire anche
l82 IL CARROCCIO
dell'Ariosto e del Cervantes, se essi non avessero avuto il grandissimo vantaggio (che ebbe pure lo Shakespeare) di trovare la loro lingua già formata, mentre Dante dovette formarsela sul vulgare eloquio.
Questo certamente pensarono gl'illustri dantisti d'Inghilterra: il Boyd, il Cary, il Dayman, il Carley, il Polloch, il Wright, il Ramsay, il Johnston, il Butler, il Winchin, il Plumptre, l'Haselfoot, il Barlow e il Gladstone, Questo anche pensarono i dantisti di America, dall'anno 1807, quando due italiani, il Foresti e il Da Ponte, vi diffusero l'aft'etto pel nostro Sommo Poeta; e rammenterò, a cagion d'onore, i nomi del Gray, del Brown, del Veaton, del Fay, del Lowell, del Carpenter, del White, del Sheldon, del Wilkins, del Kennard Rand, segnata- mente del Grandgent, il quale, dal 1909 al 1913, licenziò la prima edizione ame- ricana annotata della Divina Commedia.
Io non dimentico che fin dal secolo xvi Giovanni Caboto, che ha una torre elevata in suo onore in Bristol dal 1897, e Giovanni Verrazzano, che ha un mo- numento a New York in Battery Park dal 1909, hanno legato i loro nomi gloriosi alla terra americana da essi primieramente visitata, e perciò non mi meraviglio che Dante sia studiato oltre l'Atlantico; come non mi sorprende che il Chatfield Taylor abbia, nel 1914, scritto una biografia del nostro Goldoni, piena di sim- patia ; come non mi sorprende che nel Circolo degli Artisti di New York vi sia im busto del nostro Tomaso Salvini presso quelli di Edwin Booth e di Henry Irving.
L'America, come l'Inghilterra — gli anglo-sassoni, in una parola, — hanno sempre simpatizzato coll'Italia, e basterebbe a provarlo il dotto articolo del prof. Emilio Goggio sulle relazioni letterarie fra l'Italia e gli Stati Uniti, pub- blicato nel fascicolo di agosto 1920 del Carroccio.
Ma io voglio rammentare eziandio che nel 191 7 moriva in Bologna il pro- fessor J. B, Carter, direttore dell'Accademia Americana di Roma ; — che nel J918 il prof. C. H. Grandgent, americano, veniva nominato, coll'inglese Paget Toynbee, socio nella nostra Accademia della Crusca; — e che intanto un Co- mitato di poeti, scrittori, artisti e scienziati americani, auspice Henry Nelson Gay e Robert Underwood Johnson, diede molto più di un milione di lire per cento ambulanze inviate al fronte italiano, nel periodo più aspro e doloroso della no- stra guerra. Tali cose non si dimenticano !
Per ritornare a Dante, mi si lascino rammentare altri due nomi di beneme- riti della nostra Italia: due nomi di uomini molto diversi, ma che si danno la mano sul gran campo del Volere, del Potere e del Sapere.
Io dico anzitutto di quel William Vernon Warren, cadetto di quel quinto Lord Vernon, che fu munifico mecenate degli studi danteschi e accademico della Crusca, nella quale William gli succedette, anch'egli dantofilo insigne, nel 1895. Nato a Londra nel 1834, venne in Italia e precisamente a Firenze nel 1840, e settantotto anni dopo, nel 1918, pubblicò, sempre vegeto ottuagenario, le sue Recollections, libro interessantissimo pei suoi benevoli ricordi d'Italia. Quell'uo- mo spese mezzo milione in opere dantesche !
L'altro è l'americano Arthur Benington, redattore del World e collaboratore della North American Reviezv, il quale, avendo sentito la Duse nella Francesca da Rimini, s'innamorò della musicalità della lingua italiana, cominciò a tradurre, col semplice sussidio del vocabolario, iì> Trionfo della Morte del D'Annunzio, e tre mesi dopo fu in grado di leggere e gustare i nostri maggiori.
Vorrei che questo amore alla nostra lingua e al padre della nostra lingua si estendesse, fra gli anglo-sassoni, a tutto il popolo d'Italia.
PARI^ANO I MORTI 183
L'Italia, vincitrice a Vittorio Veneto, ha ora bisogno di mettere in valore la sua vittoria, e quindi d'intrecciare pacificamente il suo tricolore massimamente colla "Old Glory".
Vorrei perciò che, come vi è una Società Dantesca in Londra ed una Dante Society a Cambridge, nel Massachusetts, vi fossero istituzioni per una miglior conoscenza ed una reciproca intesa fra il popolo anglo-sassone e l'italiano.
Faccia, nel suo Centenario, tale miracolo l'Alighieri ; per conto mio, lo au- guro ardentemente, con quell'amor di Patria, il quale è tanto maggiore (come dice lo stesso Dante) in quanto
Bologna
sta sepulto
Agli occhi di ciascuno^ il cui ingegno Nella fiamma d'amor non è adulto!
EGIZIO GUIDI
PARLANO I MORTI:
L'Alpe contesa ci fu tomba; e i mari Insidiati ci coprir coi flutti. E noi, negli alti cieli erti, distrutti, Rendemmo il corpo agli ultimi ripari.
Tutto donammo nei conati amari: La forza, il genio, i nostri giorni tutti. Il fidente pensier seguia fra i lutti L'avvento di più giusti evi e più cari.
Ora, un diffuso biancheggiar di marmi Segna l'immenso strazio disumano Ed in lunga elegia seguono i carmi....
Ma il fratello al fratel non dà la mano Ma ripiglia la via tra frodi ed armi. Noi ci chiediam se non cademmo invano.
MARIA CAPUANO
Per un monumento ai Caduti sorto ad Isnello (Sicilia).
IL NOME DI DANTE NELLA GEOGRAFIA DEGLI S. U.
La vita di New York non ha sminuito in Arnaldo Faustini l'ardore dei suoi studi, che tra i geologi e peoprafì moderni italiani lo pongono nelle linee prime: nelle linee prime anche all'estero. Il Faustini venne appunto chiamato in America da suoi ammiratori e discepoli.^ compreso l'ammiraglio Peary, scopritore del Polo Nord, che sempre ammirò nel Faustini un'altissima autorità in materia polare, trattata in volumi che si consultano in tutti i paesi. Il Faustini è sempre intorno ad arricchire l'opera che si prefigge di pubblicare presto: un'am- pia illustrazione di trecento e più località geografiche che portano negli Stati Uniti nomi d'Italia e nomi cari agl'Italiani — ricordi storici e cenni d'indole varia. Il Carroccio già pub- blicò qualche capitolo dell' interessantissimo lavoro del valoroso scienziato e pubblicista, interessanti sono le notizie che ci fornisce oggi, anticipando un_ altro articolo: "Alcuni elementi della Divina Commedia nella geografia degli Stati Uniti'.
....e quest'uomo fu il più grande di tutti gli uomini. — Giobbe, I, 3.
SCRIVO esclusivamente per le pagine del Carroccio, e come un dovere che m'è caro verso coloro che sentono ed hanno il culto dell'Altissimo Poeta non soltanto nostro, né del passato, né d'oggi, quanto io conosco intorno alla distribuzione del nome magnifico di Dante, attraverso gli Stati Uniti.
Poca cosa — in verità — ma ove si rifletta che — molto probabilmente — quello che qui é ricordato sarà soltanto a conoscenza di un limitatissimo numero di persone, e ciò se pure, così non ho voluto sottrarmi dallo scrivere le brevi note che seguono.
Il nome di Dante, a differenza di quello di Shakespeare, che non risulta affatto, (e pare inverosimile) nella toponomastica dell'Unione Nord-Americana, è dato — qui — a ben cinque località diverse e, precisamente, negli Stati della California, del Colorado, del South Dakota — in numero di 2 — e del Ten- nessee (a).
Ed ecco — in rapide linee — la descrizione rispettiva di queste località.
•1* T* •!*
Dante's Springs — California, San Bernardino County.
A tre miglia, circa, ad est della Stazione Berry, sulla Tonopah & Tidewater Railroad, e presso le falde settentrionali di una collina che si alza sul versante di nord-est del Soda Lake sprigionano, dal suolo alcalino ,due notevoli sorgenti che portano il nome di Dante e che sono di grande utilità, per tutti coloro che debbono attraversare la zona compresa fra i Soda Lake Mountains e quelli di Ivampah, zona di dolorosa e tragica fama fra i "prospectors" ed i minatori della California sud-occidentale. Il nome di Dante è stato dato in ricordo del grande Poeta, o meglio, a quello della Divina Commedia in considerazione della caratte- ristica somiglianza che il territorio circostante presenta con alcuni lugubri pae- saggi della prima Cantica e da dove sono visibili, in un non lontano orizzonte le catene montuose che portano i cupi nomi di: "Superstition", di "Suicide" e di "Funeral".
o) Ricordo, a questo proposito, che in Italia, non esiste nessun villaggio, nessuna fra- zione di villaggio e né una qualsiasi forma del terreno, che porti il nome di Dante ; come, in tutto l'impero britannico, non esista alcuna località che porti quello di Shakespeare. Negli Stati Uniti abbiamo anche un villaggio dal nome che ricorda l'autore infelice della Gerusalemme Liberata e, precisamente, nella Contea di Bradley, Tenn.
IL NOME DI dante; nella geografia DEGLI S. U. 185
La temperatura delle acque di queste sorgenti è di circa 60 Fahr., e sgorgano con una media di due galloni al minuto.
* * *
Dante — Colorado, Teller Co.
Piccola stazione sulla secondaria linea ferroviaria Colorado Springs & Crip- ple Creek District.
Essa fu stabilita intorno agli ultimi del 1904 ed i primi del 1905, e porta anche essa il grande nome perchè trovasi nei dintorni immediati di una zona che si direbbe letteralmente minata da gallerie, e piani di gallerie, le quali conducono facilmente il pensiero alle dantesche bolgie infernali. Aggiungi, che la stazione di Dante trovasi in uno dei centri minerarii più importanti degli Stati Uniti, quello, cioè, di Cripple Creek e che larga parte dei minatori ivi addetti al lavoro sono italiani ed in ispècial modo delle provincie piemontesi, lombarde e to- scane (&).
* * *
Dante — South Dakota, Charles Mix Co.
Piccola stazione ferroviaria sulla Chicago, Milwaukee & St. Paul Railway, a circa 14 miglia a S. E. dell'altra stazione che porta il nome di Ravinia e che, con tutta probabilità, è nome dovuto alla corruzione ed americanizzazione di quello di Ravenna, la cittadina adriatica che tanto si associa nella vita di Dante. La "Dante Station" trovasi presso la zona di colline moreniche (i 500-1 700 piedi sul livello del mare) che si snodano lungo le rive di sinistra del ramo occidentale del Choteau Creek, affluente del Missouri. E' notevole per i numerosi e profondi pozzi artesiani perforati nelle vicinanze e, la sua "data di nascita" risale al 1910.
* * *
Dante's Inferno — South Dakota, Custer Co.
Cosi è chiamato uno dei recessi piti impressionanti della famosa e meravi- gliosa "Wind Cave" (creata Parco Nazionale dal Presidente Roosevelt) situata nella storica ed interessante zona dei Black Hills.
Qualunque descrizione di questo recesso non darebbe che una sbiadita im- magine della sua terribile e spettrale apparenza e mi limiterò, quindi, di ricordare che trattasi di un imbuto naturale, largo — alla superficie — circa quaranta piedi, di profondità ignota, degradante in scalini, tagliati, da chissà quali energie, per circa duecento piedi e forse più, percorribili — ma certamente con immensa cau- tela — fino alla profondità di settanta e con un dislivello di poco più di 35 gradi. Come vedesi c'è di che da rendere più che giustificato il nome che porta questo così pauroso angolo sotterraneo.
A meno di un miglio di distanza esiste, viceversa, e come parte della stessa famosa caverna, una nicchia alla quale è stato dato il nome di "Blue Grotto" o "grotta azzurra" in ricordo appunto, e a somiglianza, della Grotta Azzurra della nostra Isola di Capri.
b) Nei pressi di Cripple Creek City, e, più esattamente, di Leadville, abbiamo infatti, un "Como Lake" e un "San Bernardo Mtn."
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II, CARROCCIO
5fC 2fC ^
Dante — Virginia, Russell Co.
E' questa, senza dubbio, la località più importante, almeno sotto l'aspetto economico che, fra le altre, porti il grandissimo nome.
Quantunque il villaggio Dante, sia anch'esso di data recente nella geografia nord-americana (esso risale appena al 1906) pure ha assunta^ una importanza notevole perchè trovasi presso la zona centrale di un vasto distretto carbonifero, quello cioè conosciuto col nome di "Russell Fork Goal District", del quale esau- rientemente è scritto in due separati Bollettini deW United States Geological Sur- vcy cui a nota e.
Varie miniere, del pur sempre prezioso minerale, e che oggi da privati diversi, sono passate alla Clinchlìeld Goal Corporation, presentano strati di carbone va- rianti da 16 inches a 12 piedi di spessore. Il villaggio in parola è situato quasi ai confini nord-occidentali della Contea Russell e quelli sud-orientali della Contea Dickenson, e a poche miglia di distanza dal displuvio meridionale della Sandy Ridge :
/. Fa US f/ ni'
^ ^ _ S^ntier-i \ • /liniere
La notorietà assunta, specialmente in questi ultimi anni, da tale distretto mi- nerario viene indicata dal fatto che lo Stato di Virginia, con recente decreto, ha concessa la costruzione di una linea ferroviaria procedente, verso sud, dall'oggi famoso e non molto lontano bacino carbonifero di Elkhorn, situato sui confini sud-orientali del limitrofo Stato del Kentucky (J).
* * *
Dante — Tennessee, Knox Co.
Stazione e minuscolo villaggio sulla S. R. R. Knoxville & Ohio R. R., situato sul versante S. E. della breve catena collinosa conosciuta con il nome di "Beaver
e) Vedi: R. \V. Storie: Coal viin'mg at Dante — Bull: U. S. Geological Survey No. 316, 1907, pp. 68-75 e, dello stesso autore. Coal rcsourccs of the Russell Fork Basin in Kentucky and Virginia. Bull. No. 348. 1908. con illustrazioni e carte, pp. 36, 79 e 116-118.
d) A circa tre miglia, N. W., da Dante, trovasi un gruppo di case che porta il nome, non meno caro agli italiani, di "Tuscola" ; nome che certamente deve rievocare alla memoria d'ognuno ricordi di Roma storica e dì Orazio poeta.
II. PROGIUeSSO INDUSTRIALE E II, RISPARMIO DEGIv'lT ARIANI 187
Ridge" e, più precisamente, sulle ripe di destra di un breve, anonimo corso d'ac- qua che affluisce nel Tennessee River. Dista da Knoxville, la seconda grande città dello Stato, circa io miglia verso N. W.
Ebbe imposto questo nome da uno dei più vecchi residenti e pionieri dello Stato, certo William Alva Jenkins, ricco proprietario di terreni lungo la grande arteria fluviale suddetta e che, almeno a quanto mi è stato riferito, percorse da giovanotto, in lungo e in largo, il nostro paese ai tempi di Garibaldi.
ARNALDO FAUSTINI
e) Vedi il Foglio Topografico Maynardviìle Quadr angle dell' f/. S. Geological Survey, edizioni 1900 e 1912.
Il progresso industriale e il risparmio deg,li italiani
QUAi,E sarà la sorte futura dell'industria italiana? Noi siamo ottimisti. In- fatti, mentre nel 191 3 l'aumento dei capitali investiti nelle industrie ammontavano a poco più di 131 milioni, questi salirono a circa 3 mi- liardi nel 1918.
Le società dal 1914 al 1917 discesero da 11 55 a 1149, segnando però un au- mento di dividendo che passò da 225 milioni a 311 milioni, e cioè dal 4.85^ al
7-11%.
Gli utili delle Banche durante la guèrra passarono (con un capitale di 530 milioni nel 1914 a 729 milioni nel 1917) ad una percentuale del 5-93% al 7,24^ notando però che la Banca d'Italia ha tenuto fìsso il suo capitale (180 milioni) ed il suo dividendo (8^) in tutti gli anni di guerra.
Relativamente all'energia idro-elettrica disponibile in Italia, questa è calco- lata a 5 milioni di cavalli dinamici, utilizzabile per circa i milione di cavalli. Ma mentre l'Italia è la quarta nazione mondiale per ricchezza idro-elettrica utilizza- bile, essa è la prima, dopo la Svizzera, per la maggiore quantità di cavalli dina- mici disponibili per miglio quadrato di superficie, e cioè 55.
L'acqua italiana potrà da sola salvare la nostra nazione dalla schiavitù del carbone straniero.
// vero indice eloquente della prosperità italiuna è dato dal risparmio. I de- positi a risparmio degli italiani sono saliti dai sette miliardi e mezzo del 1914 a circa 17 miliardi e mezzo al 30 giugno 1919, ed ora toccano, se non oltrepassano, i 20 miliardi.
Questo popolo di formiche e di api, come si esprimeva ai riguardi dell'Italia un illustre straniero, ha aumentato dal 191 3 al 1919 il suo risparmio del 45°%, mentre l'Inghilterra ha avuto un aumento del 235%, la Svezia del 238^, l'Ar- gentina del 175% e la famosa risparmiatrice, la Francia, solo del 164^ ! Ed al risparmio, gli Italiani hanno saputo unire la previdenza. Mentre nel 1914-1915 gli investimenti di capitale nelle Società assicuratrici italiane diminuirono di cir- ca 6 milioni, in conf'-onto all'anno 1913-1914. nel 1918-1919 l'aumento è stato di oltre 100 milioni. Ed in quest'ultimo esercizio l'aumento è ancora maggiore.
Dagli indici dati c'è tutta la ragione di trarre i più lieti auspici per la nostra Patria.
CoMM. GIOVANNI NICOTRA
GEMMA E ANDREA
PICCOLA STORIA DI AMORE di Matilde Serao, collaboratrice mensile del Carroccio (Copyright, ig2i, hy Ih Carroccio Pubushing Co., Inc.)
PER QUELivA simpatia che ispira un visetto pallido e quasi divorato da un par d'occhi grandi, per quella attrazione che esercita un corpicino gra- cile, esile, perduto nelle stoffe, pieno di dolci languori e di febbrili sus- sulti, per quella seduzione che possiede una fanciulla pensierosa, intelligente, nervosa per tutto questo e per altro ancora. Gemma era molto amata. Intorno
a lei vivevano altre giovinette, ridenti di bellezza e di salute; ma ella, senza fare neppure uno sforzo di civet- teria, finiva per vincerle tutte. Dapprincipio destava in- teresse quella testina un po' curva, sotto il peso dei bruni capelli ; quello sguardo incerto, stanco, molto spesso smarrito ; quella bocca così vivida, in quel pallore così cereo ; quell'aria di donna che abbia 'molto amato e molto vissuto, molto sofferto, prima del suo tempo. Poi veniva la pietà : si sapeva che la fanciulla era inf ermiccia, minacciata da una segreta consunzione ; che non aveva più nessuno, solo una zia affettuosissima ; che era obbli- gata a vivere sei mesi in campagna, sei sul mare, a non camminar troppo, a non ballare mai, a cibarsi come si ciba un uccellino ; che in chiesa ed in teatro aveva spesso gli svenimenti. Chi non si sarebbe commosso, davanti a lei? Talvolta, in una sera, in una mattina, in un'ora qualunque, Gemma alzava i suoi neri occhi, in fronte al suo ammiratore, talvolta si degnava di sorridergli, talvolta di disprezzarlo ; gli porgeva una manina lunga, candida, calda ed allo- ra.... allora bisognava inchinarsi, soggiogato e amare, adorare ciecamente quella fragile e bella creatura. Essa no, non amava; pare che non ne avesse la voglia o la forza; ed il sentimento piiì sviluppato in lei, era un profondo egoismo, che le faceva accettare, con una riconoscenza passiva, tutte le premure, tutti gli omaggi, tutti gli affetti. Quando qualcuno la metteva sul soggetto dell'amore, ella scuoteva il capo con aria triste, dicendo: "Sto sempre così male, così male; come posso pensarci?" E nessuno osava più proseguire.
Andrea non gliene parlava mai ; anzi egli si stimava molto felice, che Gem- ma gli concedesse il solo permesso di amarla. Perchè era nella larga ed esube- rante natura del giovane, il bisogno di innamorarsi, di voler bene a qualche cosa di piccolo, di delicato, di proteggere qualche cosa di debole ; in lui v'era un po' del fanciullo, un po' del cavaliere errante, un po' dell'artista. Figuratevi un gio- vanotto alto, robusto, quasi un colosso, con un paio di spalle erculee, un collo da toro ed una testa energica, dalle linee nettamente accusate : una salute a tutta prova. Faceva lunghissime tappe a piedi, in cerca di un problematico tordo o di una volpe incognita, e dopo molte ore di cammino, ritornava a casa, senza l'ombra della stanchezza ; montava a cavallo per andar da un paese all'altro e mentre il cavallo si trascinava a stento, egli era fresco come una rosa, capacissimo di ballare per una notte intiera. In lui ninna impressione facevano le notti ve- gliate, le intemperie della stagione, i lunghi viaggi, per mare e per terra: non
MATILDE SERAO
GEMMA E ANDREA 189
era mai ammalato. Lo si trovava sempre pronto ad uno svago o ad un'opera, buona, sempre disposto, mai annoiato, mai triste, incapace di malumore o di collera. Non molto intelligente: ma gli aleggiava sul volto qualche cosa che era sorriso, riflesso, luce, un non so che di buono e di poetico. Sì, anche poetico: in quell'Ercole moderno, vi era la calma e straordinaria poesia della forza e della bellezza fisica. La forma era piena, completa, armoniosa in lui, la linea grande e sviluppata, il disegno compiuto, l'ultimo tocco di perfezione, lo svolgimento potente ed equilibrato di tutte le forze. Era una statua greca o romana, perduta nella nostra razza mingherlina e sgagliardita : egli ne profittava per essere buono, molto buono.
Un cuore largo, largo : credo di averlo detto. Non poteva veder piangere una donna, veder percuotere un bambino, non poteva udir raccontare di miserie, di afflizioni, di morti: diventava rosso e pareva che morisse soffocato. In verità, era il suo cuore ingenuo che si sollevava contro le ingiustizie e le sventure, era la sua ricca natura che si ribellava per istinto e lo spingeva a mettersi dalla parte dei deboli. Per questo, fatalmente, s'innamo 'ò di Gemma: egli che stava tanto bene, aveva una grande compassione di lei, che passava dalla febbre all'emicrania, e da questa al raffreddore ; egli che, postosi in letto, si addormentava sul mo- mento, aveva pietà delle lunghe ed agitate insonnie della fanciulla. Un giorno, vedendola melanconica, le chiese, se si sentisse più male :
— Al solito, — rispose lei, con voce breve : — finirò per morirne f^. nessuno mi avrà amata !
A queste parole il buon Andrea provò un grande rimescolio : l'anima sua era caduta ai piedi di Gemma, per farle atto di servitù. Così quel grande cuore divenne un giocherello nelle manine di Gemma, che si compiaceva a farne tutto quello che voleva ; il fiero e robusto garzone, dalla tempra indomabile, si piegò a tutte le delicatezze, a tutte le finezze, a tutti i capricci della sua fanciulla, curvò la sua fibra, diventò per lei una donna, anzi una madre. Fu visto impallidire e arrossire ad ogni cenno di Gemma; chiederle ogni momento della sua salute e dopo domandarle scusa del fastidio ; guardarla negli occhi per indovinarne i de- siderii e sconvolgere il mondo per soddisfarli ; correr dietro al medico ed inter- rogarlo ansioso e confessargli che tutta la sua vita, tutta la sua felicità, era ri- posta in quella giovinetta inferma. Egli avrebbe dovuto vivere sempre all'aria aperta, in mezzo alla luce : eppure nelle lunghe nevralgie di Gemma passava le giornate intiere in una camera chiusa, nella penombra, non osando muoversi dalla sua sedia per timore di disturbare, non osando parlare, respirando un'aria carica del sottile odore dell'etere, soffocando anche i sospiri. Qualche volta dopo averla lasciata bene ed essersene tornato a casa, gli sorgeva il dubbio che ella fosse ammalata; allora usciva di nuovo ed andava a passeggiare sotto le finestre di lei, contento di vedere che tutto era quieto e silenzioso e che non si mandava pel medico. In ricompensa non voleva nulla, nulla, — e se Gemma gli diceva con la sua voce languida ed insinuante: "Come siete buono. Andrea!" egli di- ventava matto dal piacere, gli scintillavano gli occhi e nell'impeto della ricono- scenza si sarebbe prostrato, per sentire sul suo capo, il piedino vittorioso della fanciulla.
Ma non sempre costei era umana con lui ; gli intervalli di dolcezza erano brevi e rari. Quando Gemma si sentiva meglio, nei bei giorni di primavera, ella si dilettava di quelle premure, di quei sacrifizii, anzi si può dire che cercasse quell'anima sempre fedele, quel cuore sempre sicuro ; giungere sino a domandarsi, se Andrea non meritasse di essere amato. Erano i giorni lieti del giovanotto.
190 IL CARROCCIO
che si accorgeva subito della buona disposizione; giorni lieti, ma pochi, pochi, e scontati, dopo, così caramente. Per una lieve cagione, per un cielo piovoso, per un capriccio, per un nastro, Gemma ripiombava nella sua noia, nella sua irritazione: i suoi "diavoli neri" la prendevano pei capelli, ed ella si sfogava, tormentando tutto il mondo. Andrea sopportava, senza mormorare, le parolette amare, gli sgarbi, i lamenti di Gemma : soffriva, soffriva, ma non le rispondeva una parola; lasciava passare la tempesta, chinando il capo, senza sognare nep- pure d'irritarsi contro la fanciulla. Era invece lei che s'indispettiva di quella rassegnazione; un'ombra nera le passava sulla fronte, le labbra diventavano sot- tili sottili, stringeva le mani.... Dopo, ridiventava sarcastica: e volgendogli uno sguardo freddo, gh diceva:
— Avete troppa salute : è una ingiustizia per chi non ne ha. Povero Andrea, che avrebbe voluto morire mille volte di seguito, per lei! Ma essa continuava, spietata : gli diceva che sarebbe morta, che l'avrebbero messa giù, nella terra nera, dove il sole non entra, e che allora tutti sarebbero rimasti contenti, per essersi sbarazzati di lei. Ad Andrea salivano le lagrime agli occhi ed egli le rim.andava indietro; talvolta doveva alzarsi ed uscir fuori, tanto era grande la tortura che Gemma gli infliggeva. Una sera, una brutta sera, essa arrivò fino a dirgli che aveva il presentimento di esser seppellita viva, in uno dei suoi prolungati deliquii : egli sognò, per tre notti, questo caso orribile. In- somma era una vita crucciata, vita di angoscie e di paure, in una continua an- sietà del peggio; eppure per questi dolori, per queste torture sempre nuove, l'amore di Andrea aumentava dal contrasto traendo novello vigore.
Gemma era ingrata ed ingiusta con lui ; essa stessa lo riconosceva nei suoi buoni momenti. Dacché Andrea l'amava, la salute di lei migliorava, le crisi nervose erano piti miti, quasi quasi un po' di sangue cominciava a rifluire, nelle vene impoverite. Quando egli compariva, per influsso benefico, essa si sentiva sollevata e sicura, le sembrava di avere un'egida, un'ancora di salvezza. Quell'am- biente di affetto, di adorazione, d'idolatria di cui egli la circondava, esercitava un'azione vivificante sul suo gracile organismo. Non aveva più paura dell'av- venire, dell'ignoto, "della morte, della terra nera : non era egli là, pronto a salvarla, da tutto questo ? Fra lei e la sventura s'interponeva Andrea ; fra lei e la felicità, Andrea sarebbe stato intermediario. Egli doveva pensarvi, era il suo compito, il suo dovere, la' sua consegna.
Ahimè ! il soldato dovè deporre la sua arme, dovè lasciare il posto. Il povero Andrea fu preso da una febbre violenta come ne patiscono solo le tempre forti ; il giorno seguente il tifo era dichiarato, e nel delirio egli esclamava: "Non fate venire Gemma, non la fate venire!" E, poi, aggiungeva raccomandazioni, che le badassero, che non la trascurassero, non la facessero uscire, con quel cattivo tempo. In capo al fatale nono giorno, egli aprì gli occhi, disse con voce fioca: "Povera, povera Gemma" e se ne morì.
Alla fanciulla ne parlarono poi, con molta precauzione, a gradi, cercando di non affliggerla : ella non rispose nulla, non pianse. Ma la notte si sentì sola, ebbe freddo, ebbe paura e le parve trovarsi senza difesa, in preda a mille pericoli. Volle distrarsi, cercò di farlo, vi riuscì per poco. Pure pensava spesso a quel- l'onesto e bravo giovanotto, che le aveva voluto tanto bene e che essa aveva tanto mal ricambiato: ei per una strana bizzarria d'inferma, si pose ad amare quel morto. Còme avrebbe voluto rivederlo un solo momento, per domandargli per- dono! Come si sentiva piccola e meschina, davanti a quell'uomo che essa aveva torturato a fuoco lento, sorridendo delle sue lagrime! Come era pentita ed
Il, PRIMATO ITALIANO: LA POPOLAZIONE I9I
umiliata, d'essere stata tanto cattiva ! L'inverno fu lungo, lungo ; Gemma tornò ad ammalarsi : nelle notti della febbre, chiamò Andrea ed egli non rispose : ep- pure quante cose ella gli avrebbe voluto dire ! La fanciulla diventò sempre piìi magra, sempre più esile : esaltata dalla sua postuma passione, aspettava sempre. Ma egli non venne più ed essa nella primavera, morì, per raggiungerlo.
Napoli, dicembre i<)2i.
ffìOiì^lk é^mo
Della illustre scrittrice nel Carroccio di Marzo: ■
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(Profilo di donna)
IL PRIMATO ITALIANO - La popolazione
L'AUMENTO della popolazione italiana è assai notevole. Nel 1910 essa era di 34 milioni e 205.795 abitanti; e nel 191S era di 36 milioni e 741.273, oltre ad i milione ed 800 mila abitanti delle terre redente, in modo che oggi la popolazione può calcolarsi, in cifra tonda, a 40 mi- lioni di abitanti, con un avnnento medio di oltre mezzo milione per anno.
L'aumento medio di popolazione per chilometro quadrato, passa quindi, dal 119.3, nel 1910, a 128.2, nel 1918.
Il maggior numero di matrimoni vennero celebrati nel 191 8, furono cioè 269.064. Da quel momento essi furono sempre in diminuzione, raggiungendo la più bassa quota nel 1918, 183.349, per risalire ad oltre 300.000 nel 1920. Come si vede sono palesi gli effetti della guerra e del suo immediato disagio, mentre il caro-vivere ha fatto aumentare i matrimoni, invece di diminuirli.
Nella sola città di Roma i matrimoni nel 1920 hanno avuto una media di circa 700 al mese, mentre nel 1914 essi non avevano mai toccato la cifra media di 300 al mese. E Roma ha un bel primato — osserva il comm. Nicotra nel suo libro recente : Alcuni indici sulla situazione economica dell'Italia — che tutte le sue sposine di quest'anno sono giovani. Infatti, su 616 matrimoni celebrati in no- vembre, solo 17 spose erano dell'età di oltre 36 anni e solo una settantina di sposi avevano oltrepassato il quarantesimo anno.
I nati da 1. 144.410 nel 1910, scendono a 496.049 nel 1918, per risalire subito, ma non molto notevolmente nel 1919 e nel 1920, tanto che il 1918 segna una di- minuzione di popolazione di 401.794 individui, specialmente per la enorme mor- talità (dovuta anche alla guerra ed alla spagnola). Infatti i 682.459 decessi del 1910 sono saliti nel 1918 a 897.843.
La mortalità diminuisce poi, subito, e notevolmente negli anni 1919 e 1920.
Una notevole diminuzione si ha nei nati morti. Infatti mentre questi, nel 1910 erano rappresentati dall'i. 46 per 1000 abitanti, nel 1917 l'indice era di 0.84. Un po' di aumento si è avuto nel 1918, 1919 e 1920, ma senza più raggiun- gere l'indice del 1910.
ARTURO TOSCANINI
LA MEDAGLIA DI ^mMmF^^m^^ LEONARDO BISTOLFI
Al condottiero delle "armi sonore della Buona Causa", al Maestro che, fregiato della Medaglia di Ronchi, passa ora nelle città americane in un'onda d'incanto e d'ammirazione, oggetto in noi di orgoglio infinito, Ettore Coczani, ch'è dei letterati migliori d'Italia, ha consacrato uno smagliante articolo nella sua rivista L'Eroica. La figura di Toscanini balza dalla elevatissima prosa del chiaro scrittorc-pocta-artista in una magnifica composizione di linee. Ci piace di riprodurre l'articolo che illumina Toscanini "human dynamo", come è stato chiamato dalla stampa americana.
PER comprendere Arturo Toscanini non basta vederlo in una sera di con- certo, quando, nello sfolgorìo d'una sala traboccante, nel sovrumano silenzio d'una moltitudine che attende il miracolo, egli sale di contro all'orchestra fissa in lui con un sol cuore, e attacca la sinfonia oceanica con un impeto rattenuto, che solleva i marosi dei suoni, non più dagli strumenti, ma dal gorgo misterioso della vita, — simile a un Dio che susciti dal taciturno caos il vasto canto dell'essere.
Bisogna scrutarlo in un'ora di prova, — quando la sala è deserta e il Mae- stro, solo con i suoi mùsici, si sente solo e libero, e denuda senza preoccupazioni la sua anima, e scopre involontario il prodigioso meccanismo del suo cervello ; — allora si ha la piena rivelazione della sua grandezza — allora si intuisce per la prima volta che cosa sia questo straziante mistero della musica ; — e si prova la commozione estatica, lo stupore gaudioso che danno i grandi fenomeni del- la natura.
Arturo Toscanini è prima di tutto un artista schietto, sincero, elementare, come sempre è il genio. Non c'è in lui mai il più lieve accenno alla "maniera", all' "atteggiamento" : nulla di nulla che additi quello sdoppiarsi sterile dell'esteta, che, mentre opera, si contempla, — e perciò non crea : non un gesto premeditato, non un movimento del capo o un volger degli occhi, che miri consapevolmente a un effetto. Egli è tutto preso, assorbito, annullato nel suo lavoro, — e perciò quanto si manifesta della sua vita in quei momenti è soltanto anima torturata o beata ; — e perciò gli si impronta l'aspetto di improvvise espressioni rapaci e crudeli, o di inaspettate dolcezze quasi di fanciulla, e di aride sofferenze, e di estasi voluttuose.
ARTURO TOSCANINI
193
La sua testa, che Leonardo Bistolfi ha sagomata e fatta sbalzare con violenti rilievi e scarnezze aspre nel bronzo d'una medaglia che par che ne tremi e ne sussulti elettricamente — assume aspetti che non le son consueti nella vita or- dinaria.
Aureolata, intorno alla iniziale calvizie, d'un cerchio di capelli grigi tormen- tati di crespe, nelle ore tranquille si distende pacata col suo viso ovale e morbido : ma quando il dèmone afferra l'anima, si tramuta in un modo inverosimile ; la fron- te si amplia, e discende, dura e scabra, serrandosi con una linea orizzontale di architrave sopra gli oc- chi che paiono mettersi in agguato nella cavità nera d'ombra ; e il mento pro- ietta contro il petto gon- fio dell'afflato titanico, u- na poderosa mandibola, dura e secca come un cu- neo di ferro, che costringe un poco la bocca ad aprir- si, e stira le gote in due fasci di rughe perpendico- lari, i quali danno a tutta la faccia un'espressione di volontà inesorabile : qual- che cosa di serrato e di violento che fa pensare alla invisibile forza degli esplosivi concentrati in un ordegno di metallo.
Quando la musica sa- le in impetuosi "crescen- do", e si complica di ar- monie e si moltiplica di voci e di toni — non si percepisce altro di quella maschera compatta, senza
smorzature e senza volubilità, che quella enorme fronte massiccia dalla linea di architrave, — e quella bietta incarnata dentro il petto, e il fascio verticale delle ru- ghe, e la bocca semiaperta, anelante : e una fiamma che investe del suo rossore ar- dente tutta la testa, il sudore che l'imperla. Ma se dal cuore della sinfonia scatu- risce, e si distende palpitando di strumento in strumento qualche improvvisa dolcezza, o tenuità — allora con una rapidità arcana, ma senza che si veda come, la faccia si ricompone, si dispietra, si alleggerisce, e gli occhi, gli occhi hanno brillii di secreta gioia, lampeggiamenti carezzevoli, — un'espressione di voluttuosa gioia, — non mai abbandonata o sentimentale, ma sempre contenuta entro i limiti d'una sensibilità austera e vigile.
E le mani non sono meno ricche e belle.
La sinistra specialmente : mentre la destra muove la magica bacchetta, legata con invisibli fili di nervi al cuore d'ogni mìisico — l'altra parla con un muto
Cliché del "Literary Digest"
194 it CARiiòccio
linguaggio che anche un profano comprende: semichiusa nei momenti di febbre e di forza, ma col pollice ritto e l'indice rigidamente proteso, sprigiona una po- tenza d'impèro a cui non si stupisce se tutta l'orchestra soggiace ; ma nei momenti di calmo canto, si apre, si pone orizzontale, come una mano che benedica, e con movimenti morbidi e dolci naviga, accarezzando, premendo, sollevando : è im- possibile descriverla : pare la mano d'uno scultore che plasmi un immenso basso- rilievo adagiato; passando sopra gli strumenti, par che ne modelli la voce; e si ha più d'una volta l'illusione (tanto il gesto nella sua vaghezza e morbidità è preciso e coerente all'espressione musicale che governa) che l'armonia prenda forme plastiche, e che il maestro ne prema e arrotondi e leghi i piani, smussandone le asprezze, spegnendone i contatti.
La destra comunica la sua sensibilità miracolosa a chi la guarda: io non vorrei buttar là immagini ad effetto : mi nausea la sonorità della parola, e l'abilità sinuosa della frase, quando l'avvicino a quella asciutta e severa espressione d'arte, dinanzi alla quale mi sono indugiato con lo sgomento d'un fanciullo che assi- stesse alla creazione d'un dio : ma bisogna osare : — quella mano e quella bac- chetta par che abbiano insieme la sensibilità di un'antenna radiografica, e la sen- sibilità d'un seno di vergine : passa l'anima per quella, si versa e scorre in un fluire d'una stupenda varietà la corrente nervosa del temperamento che interpreta l'opera, dandole il tono della sua vita. La bacchetta tocca qua e là, salticchiando in punta, gli stumenti che devono cantare con un'anima isolata dentro la marea dei suoni, — ne prende le melodìe come fossero magici fili di ragnatela, e li sten- de, snoda, aggruppa in una trina trasparente ; accenna a due strumenti lontani, e ne avvicina i cuori e ne fonde le voci ; stacca gruppi di note da gruppi di note, recidendo lo spazio; dà a ogni suonatore il suo minuto di vita perfetta e sovrana, comunicando a ciascuno il senso d'essere sempre guardato nell'intimo della sua sostanza, capito fino alla midolla, sfolgorato nell'attimo della sua forza espressiva : — e quando tutta l'orchestra si riversa nelle ondate dell'armonia dentro cui flui- scono le melodie vagando da un capo all'altro della misteriosa selva, — allora la bacchetta, la mano, il braccio, e l'altra mano, e tutto il busto, e tutto il corpo del maestro ne accompagnano il moto, ne moltiplicano le significazioni, — e il gesto par che simuli l'atto dei singoli suonatori, scivolando sulle corde, sommuovendo il suono dal cuore degli strumenti a fiato, accendendo qua e là tocchi di campanelli come gruppi di scintille, sciacqui e strappi di piatti come vampe rapide, echi di tìmpani e di tamburi come nuvole cupe.
Quando ho visto Arturo Toscanini provare, egli aveva, non sotto di sé, ma con sé, forse la più bella orchestra che gli fosse mai stato concesso di dirigere, forse una delle più superbe accolte di suonatori che sieno mai esistite : solisti di grido, che s'erano generosamente confusi nella folla, primi violini che avevano accettato con gioia il posto di secondi : s'interpretavano difficilissimi pezzi alla prima lettura con tanta libera sicurezza che l'incontentabile Toscanini poteva mormorare sùbito: "Non c'è male" sorridendo sottile....
Mi dicevano che il Maestro era per ciò di insoHto buon umore, e calmo: ed io pensavo, quando la fronte gli s'aggrottava enorme sopra gli occhi, e quando una volta la sua destra piombò sulla partitura come un macigno, mentre tutto il viso s'intenebrava, sopra i mùsici che s'arrestarono guardandolo sgomenti, — che cosa dovevano essere di pauroso i temporali di quell'anima, — e mi dava una commozione profonda il vedere di tanto in tanto scaturire dalla sua scabra faccia la morbidezza d'un sorriso. Ma tutti gli esecutori erano presi da lui, im-
ARTURO TOSCANINI 195
mersi in lui; umili e docili come bimbi; dal violino di spalla che tuffava negli occhi del Maestro la sua larga faccia beata, al timpanista laggiù, che maneggiava le sue ovattate bacchette con imperiale maestà : ed il Maestro aveva in realtà nelle parole, nello sguardo, nel gesto qualche cosa di paterno, d'un padre molto severo ed austero, ma nel profondo indicibilmente buono.
Contro la fama dei suoi scatti violentissimi, delle sue rabbie feroci, dei suoi atti a volte persino brutali — mi piace insistere su questa mia impressione di bontà, che mi pareva alimentasse d'una consolazione orgogliosa i cuori degli ar- tisti, e li aprisse, e li rendesse pronti a dare tutto quant'era in loro. Certo ciascuno si sentiva elevato, nutrito, illuminato dalle parole del Maestro, certo ciascuno sentiva ch'egli donava, con generosità magnifica, più di quello che non prendesse : e dopo ogni osservazione particolare o generica, si sentivano più forti, più sicuri, più ricchi. Obbedivano in silenzio, facevano e rifacevano con lui la strada che diventava magicamente ad ogni passo più libera e luminosa ; e, quando avevano qualche rara parola da dire, non più di quella sillaba, si sentiva in loro il tremito d'un commosso rispetto, quel non so che di sacro che ci invade quando si è ac- colti in prossimità di un genio.
Tre cose ho notate nel suo insegnamento : poiché ogni prova è per lui, senza ch'egli se lo proponga o lo ostenti, una meravigliosa lezione. Egli anima tutta l'orchestra della sua anima, os=ia dell'anima del brano che deve suonare, passata attraverso a lui e da lui interpretata ; — e cerca prima di tutto di suscitare nei suonatori commozioni profonde e vaste che li avvicinino e rendano consentanei alla poesia che stanno per esprimere: "Siate lieti; godete; — oppure — Compren- dete questo dolore, quest'ansia, questa febbre". E rivela ad essi, prima che co- mincino le riposte bellezze del brano : le bellezze del movimento e di linea, quelle con cui si dovrà appunto fondere lo stato d'anima che ha cercato di provocare. Ma poi segue ciascun istrumento da cuore a cuore, ne vigila i colloqui, ne sorve- glia i cori, ne domina le ondate dotali: e questo è forse il prodigio più gran- de in lui.
Anche un profano discende nei gorghi della sinfonia, ne scopre tutte le linee e i rilievi, ne districa le melodie, ne coglie i più lievi e rapidi baleni e riflessi, tanto è pronta, precisa ogni sua notazione, tanto è felice la sua rude e trascurata parola nel metterli in luce.
Egli divide, suddivide, anatomizza tutto il brano che suona, attraverso le parti di tutti gli strumenti : fa suonare a sé un flauto, a sé un oboe o un violino ; unisce poi e vuol che s'intendano come anime amanti, due strumenti che hanno da esprimere qualche frase d'accordo ; — raccoglie gli strumenti d'uno stesso tipo — tutti i violini o tutti i flauti, e ne compie e fonde tutte le voci ; finalmente unisce gruppo con gruppo, e li incalza nel loro anelito corale ; in ultimo, dopo aver cosi frazionata e rivelata in ogni fibra la sostanza del brano, chiama intorno a sé tutte le anime di tutta l'orchestra — e le lancia al magnifico volo : e allora si vede netto non soltanto il contorno della musica, e se ne godono le tonalità vaste d'insieme — ma se ne comprende ogni particolare, se ne coglie ogni tremito e palpito : e l'orchestra appare veramente quello che é, il divino mostro dalle cento anime distinte e diverse, ma prodigiosamente fuse in un'anima sola.
Il terzo carattere del suo insegnamento, é la profusione di consigli, di regole, di massime, non particolari né momentanee, ma fondamentali ed eterne ch'egli pròdiga ai suoi discepoli.
Mi pareva ad ascoltarlo che ciascuno dovesse sentire ad ogni suo breve pe- riodo rischiararsi per interminabili distese la strada della sua vita. Sembreranno
196 IL CARROCCIO
semplici e consuete le parole, così staccate e fredde. Ma bisogna sentirle nell'im- provviso ristagno d'una sinfonia, da quella sua voce scabra e larga e calda, mentre egli anela dello sforzo interrotto, e tutti gli esecutori fremono della sospesa musica !
"Non so chi me l'abbia insegnata, ma ripeto sempre questa verità: Nei pia- nissimi ogni suonatore deve arrivare a non sentire piià il suo strumento; nei Tortissimi ogni suonatore deve sentire tra tutti il suo strumento".
"V'ho detto tante volte che non vi chiedo altro che di leggere, ma non leg- gete soltanto le note : le note.... con quello che c'è scritto sopra e sotto".
"Voglio ficcarvi in testa che il fortissimo è una cosa, e lo sforzato un'altra cosa : c'è un accento di più",
"Non va: non va: legate, legate fin che volete; ma ogni frase deve avere quell'attimo, di pausa che la distingue dall'altra. Non avrete mai sentito uno che parla, attaccare le frasi in modo d'arrivare in fondo al periodo senza fiato. Queste cose non si possono scrivere sulla musica ; ma ciascuno deve capire da sé".
"I contrabbassi non esagerino : c'è il crescendo, sì ; ma se colorite sùbito con troppa forza, non potete crescere più : — piano ! c'è tempo, c'è tempo".
. "Guarda! guarda! (come se li chiamasse tutti, ma a uno a uno): le note devono uscir fuori distinte, piene, nitide. Tra nota e nota circola Varia. Mettete im punto sopra ogni nota : la piccola pausa arrotonda la nota, e la lascia...."
La finezza miracolosa della sua arte, l'aristocrazia impeccabile del suo spi- rito si rivelano sopra tutto in questa ansia di ottenere le smorzature, le velature, i sorvolamenti. Si sente ch'egli non cerca mai "l'effetto" ; ch'egli non sacrifica mai nulla, assolutamente nulla, alla sonorità, ampollosa : la sua arte è smilza e asciutta come un gagliardo corpo di vergine cacciatrice : è arte di eterna gio- vinezza. Infatti il gesto che più di frequente ricorre in lui, è quello dell'indice alzato, dell'indice sulle labbra a suggerire, a intimare il silenzio, della mano levata perpendicolare con la palma aperta a trattenere blandamente, a respingere, a premere ogni anche minimo eccesso : e il suono che di continuo tormenta il par- lare, o tacere con cui egli accompagna i movimenti delle mani, è un irrequieto "ssss ! scc !" — allungato, disteso su tutta l'orchestra, o un irritato "sctt ! sctt !" scagliato d'improvviso qua e là su singoli strumenti troppo agitati 0 sonori.
E un'altra commovente meraviglia è l'impressione che scaturisce da tutto il lavorìo della prova, ch'egli non segua idee preconcette, non imponga sensazioni raggelate in una volontà immutabile, movimenti incatenati in schemi inflessibili. La sua opera è opera di vita : nasce mentre egli dirige l'orchestra ; gli è suggerita dall'ondata del sangue in fermento ; gli si viene sviluppando e modificando attim.o per attimo, per una forza interiore presente, che è l'ispirazione : gli è suggerita nei particolari dagli imprevisti risultati dell'orchestra, persino dagli errori di interpretazione dei mùsici.
Io questo sentivo sempre, ne ero certo. Ma una sera, a un tratto, gli e lo sentii confessare senza che se n'avvedesse, e ne ebbi un tremito.
"Il tempo vero — diceva, d'un certo brano, — non comincia sùbito : prima è tutto un andare blando, delicato : il tempo non è ancora definito : lo cerco.... lo cerco.—"
Lo cerco ! Quelle tre sillabe erano il segreto di tutta la sua arte prodigiosa. Non formule, non cifrari, non consuetudini : la vita : la vita in continuo fermento e rinnovamento: l'amore, a ogni contatto con l'orchestra nuovo: il bacio: la voluttà !
E da quella fecondità sempre rinnovantesi nascevano i prodigi.
ARTURO TOSCANINI 197
L'ho sentito provare a una prima lettura una variazione di Brahms.
In piedi, in mezzo all'orchestra intenta, occhi e cuori, cercava di avvilup- pare le loro anime, di stregarle, parlando in quella sua maniera impacciata, arida, in cui non c'è parola che non sia spinta alla bocca da una sensazione precisa, da una necessità urgente, da un'ansia incontenibile : in cui sono soppressi i legami inutili, gli accordi sintattici ; in cui gli stessi vocaboli ritornano con la ostinatezza della volontà che vuole ciò che vuole.
"Andiamo. Guarda. Attenti un momento. E' una cosa bellissima : calma, de- licata, dolce...-"
E con un amore appassionato, con una paziente lentezza, egli mostra con i gesti e con la voce l'andamento d'ogni frase per ogni gruppo di strumenti.
"E' come una danza di spiriti".
Le sue mani si agitano nell'aria, come se suscitassero la visione arcana....
E cominciano ! Ma dopo le prime dieci frasi, egli sorride sibillino, leva l'in- dice alle labbra, si ritrae scontrato.... !
"No: no così! Dev'essere piti dolce, più soave, pili misterioso... Mistero.... E' come una danza di spiriti, v'ho detto.. ..Vedete : passano delle ombre. Bisogna rendere tutto irreale. I primi violini sono ancora troppo agitati : calmi ! distesi ! E i violoncelli.... più morbidi, vellutati. Velluto: ecco.... velluto! Note magiche devono essere : fatate.... ecco : note fatate".
E allora la musica riprende come un alito dell'infinito. Ed egli si piega tutto verso l'orchestra, con gesti così vaghi, aerei, immateriali (mi pare che la sua mano distesa sia impallidita, sbiancata), con gli occhi pieni d'uno stupore in- cantato, con le labbra protese come a spegnere in un continuo leggerissimo soffio ogni voce che superi quel magico avviluppamento melodioso ; e, senza che se n'accorga, si china, si ritrae, s'incurva su se stesso, si culla estatico, si abbandona a un ondeggiar lento di tutto il corpo, come se l'anima sua veramente danzasse al ritmo di quei fantasmi, e le membra seguissero il riflesso della danza. E sca- turisce dall'orchestra una musica tanto lontana, immateriale, velata, che pare una musica fatta d'un silenzio che pulluli e tremi ; e non si capisce come si svolga da strumenti tangibili per mani d'uomini : è veramente un'orchestra di ombre, che suona su strumenti d'ombra.
La sua voce è strana e impressionante : aspra e rauca, ma con certe profon- dità risonanti e larghe d'un grande calore.
Con quella voce egli esprime le sue idee, a scatti, a improvvisi scoppi ; si sente che la parola non è il suo forte ; ma, appunto per questo, ciò che dice, non essendo che la traduzione senza fiocchi del suo pensiero, esce nudo, crudo, schietto.
E quando disegna (mi par che non ci sia verbo più adatto) quando disegna le frasi musicali, ripetendo le note di cui sono composte, non c'è mai nella sua voce, neppur lontanamente, il senso del canto ; eppure, tra l'impressione di for- midabile esattezza dei tempi e delle successioni, e la colorazione tonica resa con una varietà che sorprende, e il movimento ch'egli dà alla frase con la voce, con il gesto, con il moto di tutto il corpo, la frase prende già nella sua ruvida gola anche la più animosa dolcezza che le daranno poi gli strumenti.
Avevo sentito molte volte parlare della memoria di mago di quest'uomo, che dii-ige sempre a memoria ; e della miracolosa precisione con cui egli coglie e di- striga in mezzo al tumulto mareggiante dell'orchestra il più breve e lieve àtomo di suono discordante.
198 II, CARROCCIO
E infatti egli non guarda mai la partitura, se non di tanto in tanto, ripie- gandosi tutto fin quasi a toccare come i miopi il foglio, per leggere i^ numeri o le lettere con le quali richiamare a un dato periodo l'attenzione degli esecutori che hanno sbagliato.
Egli non dirige sulla partitura: egli dirige sulla musica: la musica non è qualche cosa di stiracchiato e disseccato sui, pentagrammi come gli uccelli imbalsa- mati sulle tavole dei musei, ma è una viva vita ardente e sofferente nel suo cuore
Questo avevo compreso; ma non avrei creduto che in ogni particolare la realtà fosse anche più prodigiosa della fantasia.
L'ho sentito fermare un tremendo torrente di armonie che possedeva tutta intera l'orchestra, e dire puntando la bacchetta infallibile contro un violino : "Ma tu non hai fatto questo diesis" ; e far riprovare, all'istrumento solo, il brano, e far notare che il diesis era veramente stato dimenticato; un'altra volta l'ho visto arginare d'improvviso una marea traboccante a ondate di procella d'una musica ascendente, per accusar un clarinetto d'essere entrato un quarto di battuta d'un tempo rapidissimo più tardi d'un flauto: e far ripetere tre o quattro volte il colloquio a due, e mostrare in realtà come due note, finale dell'uno e iniziale dell'altro, che dovevano sovrapporsi, s'erano invece seguite.
Il più insensibile guasto alla musica che interpreta, guasto d'una punta di spillo, che tocca appena e si ritira sopra un immenso arazzo, gli dà una tortura che si disegna sùbito nel suo viso, gli e lo contrae in espressioni di dolore fisico.
Spesso, mentre l'orchestra è in pieno abbandono sopra il gorgo della mu- sica, Q a chi ascolta par di sentire la perfezione assoluta che nelle forme plastiche hanno i cristalli, egli d'un tratto contrae il viso, si tira indietro con un inconte- nibile gesto di disgusto; e, prima ancora che l'orchestra si sia accorta dell'in- sensibile nonnulla, trascinata dal gorgo, egli ha .già battuto la bacchetta sul leg- gio dieci volte e "No ! no ! no !" con un'amarezza accorata che ferma tutti d'im- provviso, e li mette ad anima aperta sotto di lui, ad ascoltare.
Questo senso di sofferenza è la prova più impressionante della sua sincerità e spiega e giustifica gli scatti d'una violenza che non è se non l'improvviso sca- tenarsi della tremenda potenza nervosa ch'egli tiene serrata nel cuore, dominandola e guidandola a sospingere l'orchestra ai suoi voli, — come illumina di significa- zioni profonde quel delizioso ondeggiare di sue carezze sulle parti cantate e soavi, — e quel ràbido, secco, duro agganciarsi delle mani a un'invisibile rete di metallo che gli resiste ed egli si trae al petto, nelle parti in cui l'armonia s'ag- gruppa e s'intrica con serpentini sobbalzi.
Quando egli dirige una prova, la musica è già tutta in lui, perfetta, calda: egli non la cava dagli strumenti, ma di dentro se ; e l'orchestra è lui ; ed egli la muove come un cantore la sua gola, come un interprete tragico tutto il suo corpo dallo sguardo al gesto, dal pallore al sussulto.
E tutti gli intoppi, le correzioni, i ritorni, le riprese, gli impeti per trasci- nare, gli urti per rompere e procedere, sono simili alla torturante forzatura che l'anima dell'artista impone alla materia (sia parole, o creta, o colore) per pie- garla ad esprimere il suo fantasma, per gonfiarla della sua ispirazione.
Egli quand'è in piedi sull'orchestra, non interpreta più, non dirige più : queste parole sono inesatte e squallide: una sola parola può dire tutto: egli crea.
ETTORE COZZANI
IL LIBRO D'UN MINISTRO
a)
UN Ministro della Pubblica Istruzione che, facendo molto seriamente il suo dovere, tra l'uno e l'altro progetto di legge, tra uno e altro decreto disciplinare, tra un articolo e l'altro di un nuovo Regolamento, trova tempo e lena per mettere insieme un bel volume su Dante, è uno spettacolo con- fortante — il Ministro scrittore e tale scrittore compensa la vergogna dei depu- tati analfabeti o peggio. Non credo sia il caso di entrare qui per i lettori del Carroccio in una disamina partico- lareggiata, minuta del contenuto, ricchissimo, del libro. Dante è sempre un po' una selva, se non selvaggia, aspra almeno e forte : i libri danteschi rassomigliano a Dante, alla sua Commedia. Preferisco presentare il libro nel suo aspetto meridionale, non per fare del regionalismo, ma per rivendicare anche una volta questa parte così misconosciuta del grande stivale. Il Sud è la patria degli analfabeti: lo si dice e lo si ripete, non certo a maggior gloria dell'Italia che si stende da Roma, da Napoli in giù. E sia pure: ma è la patria di Gian Battista Vico, di Francesco De Sanctis, e di Benedetto Croce. Per stra- na combinazione, nella storia della Dantologia che il Croce magistralmente ritrae alla fine del libro in una
PADRE btMEKIA
appendice che vale da sola un nuovo libro, questi tre nomi sono tre tappe impor- tanti e gloriose.
Gian Battista Vico è uno dei veri padri della storia moderna: è uno degli evocatori più geniali del passato anche più remoto della umanità. Molti sassi antichi furono scoperti e catalogati dopo di lui : come collettori di sassi, o bronzi, o armi vetustissime molti direttori tedeschi o inglesi di musei valgono, sanno più di G. B. Vico. Ma egli ha capito il mondo Omerico senza scavi di Micene meglio e più di Schliemann. Il patrimonio delle età primitive e fanciulle è la poesia, anteriore logicamente, psicologicamente alla storia, alla scienza, alla filosofia: la poesia (Omero) è fantasia e sentimento che prorompono non intorbidati, non impacciati da interventi, da interferenze di pensiero scientifico, di discussione critica. Dante, il vero Dante, il Dante grande è il Dante poeta. Nel suo poema c'è dell'altro oltre la poesia vera e propria, c'è della filosofia, della teologia, ma tutto questo altro non è poesia. E che tutta quest'altra roba sia grande o piccola, vera o falsa, la poesia di Dante non cambia, la sua grandezza specifica non si altera. La valutazione, la critica, l'esegesi dantesca grazie a questi principii sono rimesse per la vera e buona loro strada. E questi principii sono così giusti che quasi, sentendoli, ci si maraviglia che si sia dovuto aspettare tanto, fino al seco- lo XVII per sentirli nettamente enunciare dal Vico. Il guaio si è che anche dopo l'enunciazione vichiana essi sono ben lungi dal diventare popolari e universali come ci si attenderebbe.
Ed ecco perchè dopo G. B. Vico c'è posto nella storia della