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Presented to the
LIBRARY ofthe
UNIVERSITY OF TORONTO
from
the estate of
GIORGIO BANDINI
FERDINANDO GREGOROVIUS
taeggiafe per rifalla
La Campagna romana I Monti Ernie! — I Monti Volse! Idilli delle spiagge romane — 11 Circeo Le sponde del Liri — Il Ca- stello degli Orsini
m Bracciano.
Versione dal tedesco
Ulisse Cakuoni - T.ikkaio Ehitork ROMA
Viti lìdie Mnraltc, 77 l'.Htb
I diritti sulla presente traduzione sono riservati
Stab. Tip. della Societfi Poligrafica Editrice Roma, Piazza Pigna, 53.
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PREFAZIONE
Questo volume, al quale altri faranno seguito, fa parte di un'opera geniale, ma poco nota fra noi, del Gregorovius, « Wanderjahre in Italien », che nel testo tedesco comprende ben cinque volumi, editi dal Brockhaus di Lipsia. Di essa apparvero già in Italia, molto tempo addietro, frammenti, capitoli isolati, ma - non sappiamo veramente per quale motivo - mai se ne tentò l'intera traduzione.
Ingiusto essendoci sembrato l'oblio, cui si erano condannate queste bellissime pagine, abbiamo pen- sato di presentarle al pubblico italiano in una fe- dele ed integra versione.
Questo primo volume comprende le escursioni del grande storico della Roma medioevale per la terra latina, per la campagna romana, la marit-
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tima e per il J.a/.io fino alle sponde del Uri, escur- sioni fatte, per la maggior parte, fra il 1858 ed il 1860. Non sono fuggevoli impressioni alla Sten- dhal, non sono note modeste o superficiali da lou- riste e tanto meno vuote e patetiche chiacchierate: se in Gregorovius il sentimento del bello era pro- fondo, se, dinanzi all'opera d'arte creata dall'uomo od a quella plasmata dalla natura, egli si entusia- smava e diveniva spontaneamente poeta, innanzi tutto e soprattutto, egli era uno storico ed in ogni cosa vedeva quindi e sentiva il passato. Anche in un'opera di personali impressioni non poteva perciò spogliarsi del suo abito di ricercatore e ricostruttore di epoche trascorse: e in queste pagine, infatti, è tutto il Gregorovius della <' Storia del medio evo », è il Gregorovius che fruga fra le rovine e fra i vecchi manoscritti che raccoglie, riunisce, esamina e ricostruisce.
Leggendo queste pagine si sente che Gregorovius è nel suo dominio : egli conosceva infatti Roma ed i suoi dintorni, come pochi anche oggi la cono- scono e l'amava con affetto sconfinato e ammi- razione profonda di figlio: ne conosceva i monu- menti, i ruderi, gli abitanti, le abitudini, il linguaggio, la vita comune, la storia grande e tragica, la po- litica, le leggende, la fede. Le sue osservazioni, di un'esattezza severa, scrupolosa, sono quindi spontanee e pensate insieme, costanti e continue. La vita di mezzo secolo fa, sotto il dominio pa-
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pale, molto diversa invero da quella di oggi, ma forse più caratteristica, rivive nelle pagine di que- sto bel libro e vi rivive intera, in tutta la sua bel- lezza, ricordando, piià di quello che oggi ricordi, tutto un passato di lotte, di guerre, di gesta e di tragedie. Accanto al Lazio della metà del secolo xix si leva, in questo libro mirabile, per quanto non scevro di difetti e d' ingenuità, il Lazio del medio evo. Libro di rievocazione storica potrebbe dunque chiamarsi questo: sia che l'Autore ci presenti il pittoresco aspetto della campagna romana, le sel- vagge solitudini dei monti Ernici e Volsci, la poesia profonda delle rovine infiorate di Ninfa, o il pau- roso squallore di Astura dinanzi al limpido Tirreno e le ville sepolte nelle paludi pontine, l'omerico Circeo, o il cupo maniero degli Orsini, il passato ritorna sempre in queste pagine e vi ritorna nella sua vera luce, maestoso, terribile, in tutto il suo profumo di cosa lontana.
Chi seguirà oggi lo storico tedesco nelle sue dotte escursioni, troverà probabilmente i dintorni di Roma molto diversi da quello che presentemente sono: Gregorovius visitò la nostra terra in un tempo che ò, per gli avvenimenti accaduti, già lon- tano da noi, per quanto neppur mezzo secolo ce ne separi. Egli percorse questa regione in un mo- mento di lermentazione e quando ancora tante barbarie non erano state commesse sotto il vano e pomposo pretesto di progresso, di miglioramento.
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Oggi molto, per opera della nuova gente e per le nuove necessità della vita, ò mutato e ciò confe- risce al libro un interesse ed un sapore ancora maggiore. Ciò, anzi, ci ha indotti soprattutto a tentare questa nuova e completa edizione delle «Escursioni per l'Italia » di Ferdinando Grego- rovius cui non dubitiamo che il pubblico sarà per far lieta accoglienza.
Luglio 1906.
L'Editore.
LA CAMPAGNA ROMANA
(1856)
M:MMM.iBM
La campagna romana.
(1856).
La regione nota sotto il nome di Cam- pagna romana varia di estensione a se- conda del modo come ne vengono trac- ciati i contini. Nel senso più preciso della parola, si chiama Campagna di Roma la regione deserta e grandiosa che si stende intorno alle mm^a della città de' Cesari e che è bagnata dal Tevere e dall'Amene. Il suo perimetro si può tracciare ad un di- presso con i punti seguenti : Ci \ita vecchia, Tolfa, Ronciglione, monte Soratte, Tivoli, Palestrina, Albano e Ostia. In senso più vasto, la campagna si stende sino al regno di Napoli, avendo per contini il Liri o Ga- rigliano ; di là da questo fiume sino al Sarno, che si getta nel mare presso Pom- pei, vi è Taltra campagna, la quale forma la bella provincia (Campania) che ha per capoluogo Capua.
T.a campatila di Rcjina non è dunque altro che l'antico Lazio, separato dal paese dei Tusci per mezzo del Tevere. Dopo Costantino il Grande cessò di esser chia- mata Lazio ed assunse il nome di Campa- gna, comprendendo nel medio evo una buona parte del così detto « Ducafus Roiiìcinus ^>.
Sin dai tempi feudali questa regione era divisa in due parti, la Campagna propria- mente detta nell'interno e la Marittima, che si spingeva lungo il mare sino a Ter- racina. La natura l' ha del pari distinta in due parti, in pianure e montagne. Le pia- nure sono tre, quella intorno alla città, sol- cata dall'Àniene e dal Tevere e coronata dai monti della Sabina, di Albano e di Ron- ciglione e bagnata dal mare; quella pii^i vasta, circoscritta da una parte dai monti Volsci e Albani, e dall'altra dal mare, la quale comprende le paludi Pontine; ed in- fine quella interna, formata dalla valle del Sacco^ che fiancheggiato dai monti Volsci, dagli Equi e dagli Ernici, dopo breve tra- gitto sbocca nel Liri, presso Isoletta, sotto Ceprano.
Di questa stupenda regione del Lazio voglio intrattenere i miei lettori, fra cui alcuno conoscerà certo e ricorderà (se per recarsi da Roma a Napoli avrà preso la strada per Prosinone e S. Germano in luogo dell'altra per Terracina) le bellezze della
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valle del Sacco e delle montagne che la cir- condano. Nella mia descrizione moverò da queste due città, da Genazzano cioè, luogo di pellegrinaggio ben noto, situato all' in- gresso della valle, e da Anagni, antica resi- denza di pili papi nel medio evo. Ho vis- suto tranquillamente a Genazzano alcune settimane, e ne ho approfittato per cono- scere la Campagna latina e per visitare le sue città ed i luoghi più importanti, di cui la conoscenza poteva servirmi per la mia storia di Roma nel medio evo. Mi trovavo nel campo preciso di quella storia, nel paese d'origine di quella grande famiglia Colonna, la quale di là sorse così impo- nente e, come già ho detto, in una delle re- sidenze dei papi medioevali, tra i quali ba- sterà nominare Bonifecio Vili, per eccitare un sentimento più vivace per quella loca- lità. Non si spaventi il lettore, io non ho intenzione di opprimerlo con nomi e con eccessive ricerche, per quanto questo paese meriterebbe una nuova e più chiara de- scrizione di quelle del Nibby e del Geli, come la meriterebbero pure Anticoli, Ala-, tri, X^eroli, Sora ed Arpino, patria questa di Cicerone e di Mario, e tutti quei monti e quelle valli, belle e selvagge, colà situate, note sotto il nome di Ciociaria.
Si va da Roma a Genazzano per la via Labicana, uscendo da Porta Maggiore,
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dove in iiltri tempi cominciavano la via Labicana e la \ia Prcnestina. iJi queste due resta solo la prima, ampia strada che anti- camente sboccava sotto Anao^ni nella via Latina, attraversava la valle del Sacco {Tre- rus) e poi il Liri presso Ceprano (l'antica Frege/la). TI \'iag-g-iatore che esca oo-o^i da Roma per questa venerabile porta, si tro\a dinanzi ad un nuovo spettacolo, perchè là sorge la stazione provvisoria della prima strada ferrata degli Stati della Chiesa, che porta a Napoli ; la costruzione molto me- schina è a ridosso dell'arco gigantvisco del- l'acquedotto di Claudio. Si direbbe che T in- venzione più recente della civiltà abbia timore di levarsi a fianco delle rovine colos- sali dell'antica Roma, sebbene il genio mo- derno di gran lunga sorpas.si quello del- l'antichità, sì che un Plinio, o un Traiano proverebbero oggi uno stupore pari a quello del pastore del Lazio che vede per la prima volta passare precipitosa e sbuffante una locomotiva. Eccettuata la piìi bella strada ferrata del mondo, quella che va da Na- poli a Pompei, non ve n'ha altra che possa offrire un contrasto più vivo fra due epo- che della umana civiltà, quanto questa che corre lungo gli archi coperti di musco del- ~. l'acqua Claudia, attraverso alla triste cam- pagna, fra le antiche tombe e le torri so- litarie dell'età di mezzo.
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A tre migl'a da Roma s'incontra Tor Pignatara, dove è la tomba di Elena, ma- dre di Costantino ; sei migiia più in là, un ponte sul ruscello Marrana {Aqua Crabra)^ quindi Torre Nuova con i suoi pini mae- stosi, castello di proprietà del principe Bor- g-hese, dove gli archeologi pretendono sia esistita la villa Popinia, di Attilio Regolo, cosa che noi non contrasteremo, acconten- tandoci di accoglierla con un sorriso. Il lago Regillo invece è veramente l'antico « Laciis Regilltis » e l'ombra di Tarquinio viene a confermarcelo e a dissipare i nostri dubbi. Oggi non ha più acqua ed il cratere vul- canico è rimasto secco : è piccolissimo, tanto che viene chiamato il Laghetto. Dopo si trova la prima stazione, Osteria della Colonna, che è una taverna isolata al se- dicesimo miglio, costruita ai piedi di una collina che si stacca dai monti Albani, in cima alla quale sta il villaggio di Colonna, nel medio evo culla della famiglia di que- sto npme. Passata Osteria, la prima sta- zione che s'incontra ò « ad Statua^ >•> , <^g'8'i S. Cesareo ; essa pure è una trattoria, per- duta in mezzo alle vigne, in un terreno ac- cidentato, mal rinomato un tempo per le frequenti grassazioni commesse dai bri- ganti. In questo luogo i banditi cran so- liti attendere il passaggio delle diligenze, ad una curva della strada, pronti a saltar
fiiunij come diccxano. a) momento oppor- tuno. Da S. Cesano si scopre, fra bellis- simi vigneti, il piccolo villa^^io di Za^a- rolo, antico feudo dei Colonna, ai quali apparteneva tutto il territorio dei dintorni. Questo borgo dovrebbe essere, o almeno lo si crede, l'antico Pedum, che Orazio no- mina nella sua quarta epistola, diretta al- l'amico Albio Tibullo :
Albi, nostrorum scrmonum candide judex. Quid nunc te dicam facere in regione Pedana?
Di qui, continuando a salire per qualche miglio, si giung-e a Palestrina, località assai importante, che fu l'antica e gloriosa Pre- neste dei Romani, dove oggi si può rico- noscere ancora per un certo tratto il sel- ciato poligonale dell'antica strada.
Qui è bene che ci arrestiamo un poco, perchè i miei lettori non abbiano ad accu- sarmi di accennare soltanto al nome di una città così antica e degna di nota ; tut- tavia non mi tratterrò a lungo.
Preneste, che ora sotto il nome di Pale- strina ci appare come un gruppo di case nere sul pendio di una collina di tufo, fu anticamente la dominatrice del Lazio, prima di Alba Longa e di Roma, come lo atte- stano le ciclopiche mura in doppia linea che ancora esistono e che proteggevano altra volta l'antica cittadella. Sorgeva que-
sta sul punto più elevato del monte Pre- nestino, in una località per natura for- tissima e quasi inespugnabile, dove nel medio evo fu costruito un castello. L' ori- gine dell'antica città rimonta ai tempi fa- volosi, ai tempi di re Cecolo, che Virgilio {Eneide, VII, 678) pone alla testa di una legione, di cui facevano parte le genti del- l' Anio, dell' Ernica e della « ricca » Anagni. Preneste fu signora del Lazio sino al giorno in cui i Romani la sottomisero. Più tardi la si trova spesso menzionata nella storia; Pirro la conquistò e vi si arrestò prima di muovere contro Roma ; maggiore importanza ebbe ai tempi di Siila, quando il giovane Mario cercò di sottometterla; e allorché Siila divenne padrone della città, dopo un lungo e faticoso assedio, vi fece trucidare tutti gli abitanti maschi, li rim- piazzò con i suoi veterani ed ingrandì tal- mente il tempio della Fortuna, uno dei più famosi santuari del Lazio, da compren- dere quasi tutto lo spazio dell'odierna città che venne innalzata sulle fondazioni del tempio di Siila. Augusto portò nuovi co- loni a Preneste, e tanto lui quanto Tiberio suo successore si recarono di frequente e volentieri a villeggiare nel hi villa imperiale che possedevano in quella città, dove tro- vavano pura e salubre l'aria. La \illa Clau- dia fu anche nei secoli seguenti, durante
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l'estate, dimora prediletta deijfli imperatori, .*e la città si mantenne florida per lung"o tempo ancora e non perdette il suo splen- dore che all'epoca delle invasioni barba- riche, in cui prese il nome di Palestrina. Secondo un atto del 970, che esiste tut- tora, papa Giovanni XITI fece donazione del feudo di Palestrina alla senatoressa Ste- fania. La nipote di questa, Emilia {Imilia nobilissima comitissa), sposò verso il 1050 il padrone di Colonna e, a quanto pare, il loro fio'lio, Pietro de Colonna, inau^-urò la dominazione della sua g'ente sulla città di Palestrina. Ciò che è incontestato si è che dal XIT secolo questa famig^lia cominciò a diventare potente in quel territorio e ad estendere a poco a poco il suo dominio dai monti Latini a quelli dei Volsci, deg^li Equi e deo"li Ernici. Palestrina fu tolta nel 1298 ai Colonna da Bonifacio Vili, loro acerrimo nemico, o con un assedio, o in seg"uito ad una capitolazione accettata dai due cardi- nali della famioiia, Lacopo e Pietro, e dai loro cono-iunti, che vi si erano rinchiusi ; il papa, divenuto padrone della città, fu- riosamente ne fece abbattere le mura e le case, ad eccezione della cattedrale di S. Ag'a- pito, e, dopo aver sparso di sale le rovine, vi fece passare sopra Paratro. Tuttavia Palestrina risorse, ma per essere distrutta di nuovo, nel 1436, dal patriarca Vitelle-
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scili. Venuto questi in g-uerra con i Colonna, s' impadronì della sfortunata città e tutta la distrusse, non facendo eccezione nep- pure per la cattedrale. Due anni appresso anche il castello, che sorgeva in cima al monte, fu atterrato.
Sorvolo su i sacchego-i che in seo-uito rovinarono di nuovo Palestrina. La città, tale e quale è oggi, non rimonta oltre il secolo XV. I Colonna continuarono a con- siderarla come loro principale residenza con Paliano, ed ottennero anzi, nel 1571 da Pio V, il titolo di principi di Palestrina finché, per i debiti, nel 1630 dovettero ven- dere la città a Carlo Barberini, fratello di Urbano Vili, per la somma di 775,000 scudi romani. L'ultimo Colonna signore di Pa- lestrina fu Francesco, morto nel 1636.
L'attuale città si stende a forma di ter- razze sul pendio del monte, ed è di aspetto cupo, eccezione fatta della lunga via prin- cipale, dove sono parecchi palazzi. Nel punto pili elevato sorge il palazzo Barbe- rini, magnifica costruzione nello stile del secolo XMi, oggi completamente abban- donata. Per la sua forma semicircolare ri- corda la pianta dell'antico tempio della Fortuna di Siila, sulla cui area fu appunto costruito. Questo palazzo baronale che ri- sale al periodo del maggior lusso della vita romana moderna, ha gran numero di
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sale, di camere, di log'gc, ma non offre nulla che meriti veramente di esser \isto, eccettuato un grande mosaico, paragona- bile a quello scoperto a Pompei e cono- sciuto sotto il nome di battaglia di Ales- sandro. Rappresenta scene campestri e religiose dell'Egitto, con gruppi di sacer- doti, di sacerdotesse, di sacritìcatori, di guerrieri, di pescatori, di pastori e di cac- ciatori, con templi, case rustiche, animali, il tutto eseguito con somma maestria. Pare che non risalga ai tempi di Siila, come è stato affermato ; è senza dubbio di un'epoca posteriore, forse di quella dell' imperatore Adriano. Questo capolavoro artistico fu scoperto nel 1638 fra le rovine del tempio della Fortuna, dove ornava probabilmente una nicchia. La famiglia Barberini lo aveva da prima posto nel suo palazzo a Roma, ma pili tardi lo restituì a Palestrina, per aderire alle preghiere degli abitanti, i quali si dolevano che la loro città fosse stata privata della sua più bella rarità.
Ma ciò che è piìi pregevole nel palazzo di Palestrina, non è la sua antichità, ma la sua posizione, in cima all'altura, dove spira un'aria sempre fresca, pura e balsa- mica, e dalle cui finestre si gode una vista d'una grandiosità e d'una bellezza veramente uniche. L'occhio di lassù ab- braccia la maggior parte del Lazio da un
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lato e dalFaltro una parte deirantico paese dei Tusci (Etruria), ora patrimonio di S. Pie- tro; la vasta pianura, di aspetto classico, è limitata dai monti Latini e Volsci, in mezzo ad essa si apre una larga strada in fondo alla quale si scorge luminoso il mare. Al- l'orizzonte si scorgono le linee di Roma, la città eterna, nei vapori turchini, il monte Soratte isolato e solitario, e la ca- tena degli Appennini, e piìi in là i monti della Sabina, ed a sinistra poi l'ampia e bella valle del Sacco, dominata dalle cime di Montefortino e di Segni; e più lontano le alture della Serra e tutte quelle vette dei monti di Anagni e di Ferentino, che si perdono nell'azzurro vivo del cielo. Se poi ci figuriamo quelle pianure e quelle colline seminate di città, di ville e di vil- laggi così ricchi di ricordi storici, che ri- chiamano alla memoria i tempi di Roma antica, dell'impero e del medio evo, se si pensa che di lassù si possono contemplare l' Umbria, la Sabina, il Lazio, il paese degli Equi e degli Ernici, 1' Etruria, i monti Vol- sci ed Albani, ed infine il mare, tutto que- sto riunito in un solo e grandioso panorama, ci si potrà fare allora un'idea della gran- diosità ed imponenza dello spettacolo che Palestrina offre. Quando i Colonna, nel me- dio evo, dalle finestre del loro palazzo o castello miravano i loro possessi, potevano
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orgogliosamente ben dirsi i piia ricchi ed i più potenti signori del Lazio.
Dinanzi a questo quadro mera\iglioso, sotto l'azzurro di quel cielo, in quell'aria sì pura, si prova quasi una voluttà nel ri- cordarsi che Palestrina ha dato i natali ad uno dei geni piìi grandi della musica sacra, che assunse ed illustrò il nome della sua città natale.
Pili ampio orizzonte ancora si scorge, salendo dal palazzo all'antica rocca: questa sorge proprio sulla vetta del monte Pre- neste ; vi si arriva faticosamente in meno di un'ora, per un ripido sentiero scavato nella pietra calcare. Era un dopo mezzo- giorno di agosto, quando io mi ci recai, e sebbene il sole fosse ardentissimo, mi sentivo fresco e leggero, poiché l' aria fresca di quell'altura non lascia sentire la fatica. Su questa cima è un piccolo borgo, S. Pietro, che risale a tempi antichissimi, poiché si fa menzione di un convento o monastero in quel punto sin dal secolo vi. Vicino a quello rimangono le belle rovine del castello medioevale, dei muri quasi abbattuti, delle torri cadenti, invase dalla ginestra selvatica e quasi coperte di edera lussureggiante. Qui fu rinchiuso lo sfortu- nato Corradino, dopo la battaglia di Ta- gliacozzo, e di qui eg-li fu condotto al pa- tibolo a Napoli.
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Bonifacio Vili fece distrug-gere questo Castriim Montis Prenestini, antica rocca dei Colonna e centro della loro signoria nella Campagna. Si possono leggere anche oggi le lagnanze dei Colonna al papa, in un documento del 1304, dove è scritto : « Egli ha anche demolito la rocca dell'an- tico monte Prenestino, Rocca nobilissima, che comprendeva splendidi palazzi e mura antichissime costruite dai Saraceni {Sara- cenico opere), con grandi macigni, al pari delle mura delle città, ed inoltre l'impor- tantissima chiesa di S. Pietro, edificata sull'area di un monastero. Egli ha atter- rato tutto ciò, insieme ad altri palazzi ed alle case, in numero di circa duecento ». Il celebre Stefano Colonna però fece rico- struire la città e la rocca, ed oggi ancora si può leggere sopra la porta della rocca rovinata e sotto lo stemma dei Colonna, la seguente iscrizione:
MAGNIFICVS DNS STEFAN DE COLVMNA REDIFICA
VIT CIVITATEM PENESTRE CV MONTE ET ARCE
ANNO 1332
Preneste fu del resto uno dei paesi sto- rici più antichi del Lazio, e pare sia stato dimora attribuita al favoloso re Cecolo, nome che sembra una trasformazione del- l'antico re Cocalo di Agrigento, famoso per il mito di Dedalo. La veduta da questo
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punto dei monti Sabini, che si levano se- veri e maestosi, è grandiosa ed imponente.
Non chiederò a' miei lettori di se<>'uirmi fra le rovine dell' antica Preneste dissemi- nate nelle vigne, sotto l'odierna città, dove formano una specie di labirinto di volte e di stanze, e dove ancora si trovano pre- ziosi oggetti di antichità ; non chiederò questo a' miei lettori, perchè tali escursioni sono faticose ed in genere quasi inutili.
Palestrina ha due buoni storici, Cecconi e Petrini, le cui Memorie Prenestine sono molto preziose per lo studio della storia del medio evo romano e della campagna romana.
Subito sotto la città, la strada s' interna in una gola profonda, in mezzo ai monti popolati di lussureggianti castagni, dove scorre anche un torrente chiuso tra due rocce selvagge che tolgono ogni vista. Dopo tre miglia la strada si apre ad un tratto sopra un ponte grandioso e pittoresco, che varca uno degli affluenti del Sacco, e ci si trova allora dinanzi il cupo e bizzarro villaggio di Cave, costruito su una collina attorniata da vigneti e da giardini, da dove la vista può stendersi sino ai monti Volsci e per la pianura del Sacco.
Sulla piazza del mercato di Cave sorge una colonna, emblema della famiglia Co- lonna, antica feudataria del luogo. Nei
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dintorni crescono alberi di noce di straor- dinarie dimensioni, i cui frutti raggiungono talvolta la grossezza di un pomo e sono molto apprezzati in tutta la campagna romana.
Il popolo di Cave è di sangue caldo, pronto air ira ed incline a maneggiare il coltello, e parla un dialetto che si avvi- cina molto al linguaggio delle cronache del medio evo, al romanesco, e che ricorda anche il calabrese per la facilità nel so- stituire alle vocali i dittonghi. Invece di si, per esempio, esso dice sei ed anche seiìie, con la cantilena abituale alla gente volgare ; dice signoitre per signore, mu- l'atoiive per muratore, Rouma per Roma. Quei di Palestrina hanno invece conservato molte parole e desinenze latine; il buon vi- g'naiolo Agapito, quando m'invitava ad andare nella sua vigna, mi diceva : venite in vigna mea (e non mia), locuzione questa che dai contadini di Genazzano era stimata cattiva e che a quelli di Palestrina pareva migliore.
Ci vogliono ancora tre miglia di strada per arrivare a Genazzano, sempre sullo stupendo altipiano che corre lungo il monte di Cave, con la vista continua dell'amena valle del Sacco, ed in lontananza con la vista di Fallano, altra dimora dei Colonna, con il suo castello interamente bianco: sui
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contini dell'orizzonte da questa strada si scorge inoltre TanticaAnag-ni, perduta quasi fra le nubi, sulla cima del monte.
Ad un tratto la strada discende rapida- mente e ci conduce in una incantevole re- gione di collinette e di valli, che si seguono con pittoresca varietà; delle distese di olivi inargentati, dei folti boschi, malinconici, di castagni, dei campi di grano e di gran- turco, degli orti, delle viti che avvolgono i loro rami da un olmo all'altro, comple- tano il bel quadro. Sulla collina che do- mina tutto questo paesaggio è situato Ge- nazzano, paese lungo e nero come le rocce su cui è iabbricato. Le sue case sembra quasi che si arrampichino in processione sino alla chiesa di S. Maria del buon Con- siglio, il santuario più famoso della cam- pagna latina, o che si rechino, quali vas- salli, verso il bel castello baronale dei Colonna, che corona la sommità del monte.
Una porta merlata dà accesso alla pic- cola città; appena entrati l'attenzione del visitatore è attratta da un rozzo affresco, dipinto sulla parete di una casa, che rap- presenta la « Madonna del Buon Consi- glio », sostenuta in aria dagli angeli e cir- condata da pellegrini dalle cappe adorne di conchiglie e col bastone ricurvo in mano, in atto di venerazione. Strade deserte menano alla piazza principale « piassa
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Imperiale >> l'aspetto delle abitazioni nulla ha di seducente, se non qua e là qualche finestra gotica, che ricorda, con le sue scul- ture ed i suoi rabeschi, il periodo migliore del medio evo.
Quando si arriva in un paese appartato per dimorarvi qualche tempo (io ho vil- leggiato per tre mesi a Genazzano la prima volta, e vi sono tornato ancora due volte nell'estate), uno dei primi pensieri, dopo aver trovato un'abitazione ed esservisi istal- lati, è quello di cercare le piìi belle pas- seggiate e quei luoghi dove si può gustare l'aria libera, il fresco, la tranquillità, e leg- gere e pensare senza venir disturbati. Mi sono accorto subito che a Genazzano po- tevo soddisfare i miei gusti rustici. Per il paese non si può, è vero, passeg'giare a lungo, le vie essendo troppo ineguali e troppo strette ; non v' è una pianta sotto l'ombra della quale sia possibile sedere ; ma fuori abbondano ombrosi castagneti e ameni vigneti, ove è dato assaporare tutte le dolcezze della pace e della solitudine. V è pure una strada piana, adattissima per passeggiarvi ; per giungere a questa bi- sogna attraversare il palazzo Colonna e si arriva ad un ponte gittato attraverso un burrone e formato di un arco solo in pietra, non indegno degli antichi romani : vi si scorge la mano possente dei Colonna. Ad-
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dossato allo stesso palazzo è un acquedotto, costruito questo pure da quell' antica fami- g"lia, ora abbandonato, ma molto pittoresco, con i suoi archi che, in parte rovinati, sor- gono negli antichi giardini, ridotti essi pure in misero stato.
Lungo l'acquedotto v'è una strada, per 1 soli pedoni, che conduce all'abbandonato convento di S. Pio.
Ricordo ancora con un certo piacere il giorno in cui, andando idla scoperta di un luogo per le mie future passeggiate, ho percorso per la prima volta la via che mena a S. Pio. La strada bella e buona sale fra i vigneti ed i boschi ; tutto ad un tratto la vista si apre a destra, e si scor- o'ono terreni ondulati, coperti di viti, e l'ampia e tranquilla valle del Sacco, circo- scritta da catene montuose, ed un pae- saggio dall'aspetto superbo. A fianco della via sorge una piccola altura detta Fagnano, sulla cui pendice trovasi un masso volumi- noso, ombreggiato da annose piante di olivo ; su quest'altura mi son procurato spesso il godimento di leggere la Vita innova di Dante o la Consolazione della filosofia di Boezio, riposando poi alla fine di ogni capitolo i miei occhi nel contem- plare quel quadro sublime che si spiegava dinanzi a me. Di lassìi si gode tutto me- ravigliosamente : sul primo piano dei lus-
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sureggianti boschetti ; più in là un'ampia valle coperta di una cupa foresta, illumi- nata da ' un sole ardente ; a destra ed a sinistra delle splendide catene di montagne. Quella a sinistra è chiamata Serra, domi- nata dalla piramide gigantesca del Serrone, da CUI si staccano monti di minore altezza, persi tutti in un mare di verdura, inter- rotto qua e là da numerosi villaggi e castelli. Dalla Serra si staccano delle ri- denti e fresche colline, seminate qua e là di fortezze feudali e di bianche borgate, brillanti sotto i raggi del sole. Sull'altro versante, altre colline formano come gli avamposti dei monti Yolsci, le cui som- mità seguono delle ardite curve e danno così un altro aspetto al paesag'gio.
Su queste vette luminose e nelle nere valli, l'occhio distingue numerosi castelli, monasteri e villaggi che sembrano so- spesi nell'aria. Da per tutto regna un si- lenzio solenne, imponente. I contorni delle cime sembrano scolpiti nell'azzurro del cielo. Dietro la Serra si scorge qua e là una punta nevosa, d'una dolce tinta vio- letta: è qualche vetta selvaggia dell'A- bruzzo; più lontano ancora, in una neb- bia d' argento, appaiono altre punte co- perte di neve e nelle forme più sxariate, alcune simili ad obelischi, altre simili a cupole: esse richiamano la fantasia verso
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regioni ancora ignote del paese dei Sanniti, o verso le sponde del Liri.
Chi potrebbe dipingere su una tela le bellezze di questo paesaggio, allorquando la tinta rossastra della sera viene ad av- volgere i monti con una porpora raggiante e l'ombra si stende su tutta la valle? La notte scende allora a poco a poco sulle meravigliose pendici della Serra e pare che s' impadronisca, Tun dopo l'altro, dei paesi per piombarli poi nelle tenebre più fitte. Gli ultimi raggi del sole sul tramonto fanno scintillare i vetri delle finestre di Serrone, di Roiate e di Piglio; quindi tutto diventa scuro, tutto scompare, ed anche il castello di Fallano si perde nelle tenebre. Un solo paese appare ancora di lontano, per gli ultimi raggi che vanno a morire sulle sue finestre ; è posto sopra un colle e lo ricopre quasi tutto e per la sua esten- sione appare assai più importante di tutti quelli della campagna romana. Sin dalla prima sera l'ho riconosciuto, per la sua posizione, e non sono caduto in errore : è Anagni, la patria di Bonifacio YIII, che io ho salutato con i versi di Dante :
Veggio in Alagna entrar lo tiordaliso, E nel vicario suo Cristo esser catto.
L'impressione di un paesaggio diventa maggiore per il pensatore, allorché vi sa
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ricollegare i ricordi storici e farvi rivivere qualche grande figura del passato: la valle latina che si stende ai nostri piedi è la chiave del regno di Napoli, è la strada militare percorsa dai popoli invasori del medio evo. I Goti, i Vandali, i Franchi, i Longobardi, Belisario, gli Ottoni, gli Hohen- staufen, i Saraceni, i Francesi, gli Spa- gnoli, tutti hanno dissetato i loro de- strieri nelle acque del Sacco, tutti hanno traversato questi campi virgiliani, per ri- versarsi poi di là dalla valle del Liri, in quel paradiso che ha nome reame di Napoli.
Genazzano non è una città molto antica; risale al medio evo. Solo il suo nome, forse, rimonta all'antichità, giacche si vuol f^irlo derivare dalla Gens Gemicia, la quale qui possedeva il fiindus Genucianiis. Non è che dai primi del secolo xi che si ricorda in alcuni documenti il nome del castello di Genazzano, come proprietà dei Colonna di Palestrina. Questo castello fu dimora di un ramo di detta famiglia e le diede il nome. Si vuole anzi che il solo papa di questa famiglia sia nato appunto a Ge- nazzano : fu questi Martino V, Ottone Co- lonna, eletto a Costanza nel 1417, sotto il quale ebbe fine lo scisma di Avignone. E' fuori dubbio, per lo meno, che questo illustre pontefice appartenne al ramo dei
Colonna di Genazzano e che amò risiedere solitario in questo dominio della sua fa- miglia. Amava il paese e vi fece costruire delle chiese e probabilmente ino-randì an- che il palazzo che i suoi nipoti, più tardi, abbellirono. Ai Colonna spetta pure il vanto di aver fatto costruire l'acquedotto, di cui ho parlato ; e le pittoresche rovine dei bagni che stanno in un avvallamento del terreno, dinanzi alle porte della città, rivelano, per la grandiosità del loro stile, che autori ne furono i potenti baroni. Il loro palazzo o castello feudale era un tempo vasto e magnifico; oggi cade in rovina al pari di quasi tutti i palazzi della campa- gna romana.
Il cortile, d'un gusto severo, col suo du- plice colonnato elegante e leggero, ricorda quasi r epoca del Bramante : ora, però, fra quelle colonne si vedono statue di marmo mutilate, senza testa, ma che, nello staPto miserando in cui sono ridotte par- lano con maggiore eloquenza all'animo del visitatore che se fossero tuttora intatte. Esse sono in perfetta armonia con quel palazzo deserto, e mi hanno fatto tornare alla mente certe descrizioni di castelli feudali in rovina, lette nei romanzi di Walter Scott. Una volta i Colonna avevano fatto dipingere sulle pareti di una loggia i panorami delle città comprese nei loro
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vasti domini : ora questi affreschi sono cancellati, come scomparsi sono i titoli ed i diritti dei loro signori. Unico abita- tore, che percorre quelle sale vaste e ab- bandonate, simile ad un mago o ad un incantatore, è un vecchio medico dalla barba bianca, che vi ha stabilito la sua dimora e solo ne anima la profonda soli- tudine.
A Genazzano del resto non mi sono dato cura ne di antichità, ne di ricerche archeo- logiche, e mi sono invece abbandonato in- teramente al piacere di goder le bellezze naturali e di conversare con quella buona popolazione. Non volendo unicamente tra- scorrere il mio tempo ad ammirare l'az- zurro del cielo od a parlare solo della sto- ria delle famiglie, voglio ora discorrere, da campagnolo, dei vigneti ed accennare come qui si mangi e si beva. Il momento veramente non è il più adatto, poiché le viti sono ancora devastate dalla crittogama ed il granturco corre rischio di andare tutto perduto, non essendo da due mesi caduta una stilla d'acqua.
Un giorno, dopo aver percorso un sen- tiero selvaggio fra due siepi di rovi, sono arrivato in un vigneto, dove, in un luc^go tranquillo e ombreggiato da bellissime piante di olivo, mi sono seduto e, tratto fuori un libro legato in pergamena, mi
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sono sprofondato nella lettura. 11 cane della casa dove abitava, Moring'a, mio compa- gno di passeg-g-iata, fedele ed inseparabile che mi guidava sempre nei siti pila belli, stava accovacciato ai miei piedi, quando ad un tratto cominciò ad abbaiare ; alzai gli occhi e vidi alla distanza di cinque o sei passi una donna assai ben \'estita, che mi fissava con segni di vìvd paura.
« Buon uomo, mi disse che fai tu co- stì? » (Nella campagna romana come nel- r Abruzzo tutti generalmente si danno del tu).
«Perchè me lo chiedi, buona donna?».
« Perchè son certa che quello che stai facendo, è cosa cattiva, mi rispose essa alzando le spalle in segno di disprezzo; e soggiunse: ciò non sta bene ». Viva- mente stupito domandai alla donna per quale ragione io 1' avevo tanto spaven- tata e se non aveva mai visto in vita sua un uomo leggere un libro. « Può darsi, mi rispose, ma ciò non sta bene, e chi sa poi quali siano le tue intenzioni... » e dette queste parole si allontanò gettando su me pili \'olte sguardi timorosi e so- spettosi.
Continuai a legg-ere, ma poco dopo mi alzai, riflettendo su quella bizzarra appa- rizione. La sera raccontai la cosa in casa. « Sapete, mi disse ridendo Annunziata, la
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mia alberg-atrice ; quella donna ha cre- duto che \'0Ì foste un fattucchiero, un mag'o, e che foste occupato a lanciare col vostro libro in perg-amena una ma- ledizione sulla sua vigna ». Risi di cuore per essere stato preso per un mago e per aver potuto trarre delle maledizioni contro i vigneti dalla Storta dei Papi del Platina.
Le viti si vanno a poco- a poco riavendo, e siccome è il primo anno che sono col- pite dalla malattia, i grappoli d'uva sono ritenuti, come dice questa buona gente, cosa santa. Durante il mio soggiorno a Gen azzano furono nei dintorni uccise cin- que persone solo per aver tentato rubare alcuni grappoli d'uva. A questo proposito voglio anzi narrare un fatto che dà un' idea del come qui sia amministrata la giustizia. Un ricco proprietario, cognato del priore o sindaco di Olevano, uccise un giorno sulla strada maestra un disg'raziato che a\'eva rubato alcuni grappoli d'uva ; compiuta que- sta bella impresa, si rifugiò in una sua vi- gna, contigua a quella della mia albcrga- trice. Alcuni suoi amici, siccome i figliuoli dell'ucciso avevano preso i fucili per \'en- dicare il padre, si recarono armati dal pro- prietario per difenderlo. La giustizia intanto non si mosse e solo dopo vari giorni la vedova riuscì, per mezzo di protettori in-
tìuciìli, ;i scuolcrc il mag'isU'jito e aJ a\cr la piomessa che i birri di OlcNano avreb- bero arrestato l'uccisore r= essi però anche allora non si mossero, perchè, si disse, erano stati comprati col denaro. Neppure i birri di S. \^ito, nei quali la vedo\a ri- poneva maggiore speranza, fecero nulla.
Passarono due settimane. « Bella (giusti- zia avete nei vostri paesi ! » dissi una sera al farmacista di Genazzano, nella cui bot- teg"a, come in quella del suo colleg'a, di Ermanno e Dorotea, solevansi radunare le persone più importanti del luogo. Il fig"lio dello speziale, padre della bella Sofia, al- lora mi rispose: « Ma che pensate mai, signore? Quell'uomo non fu mica ucciso, come si dice, dal cognato del priore ; il nostro « dottoriìio » ed il chirurgo, hanno fatto l'autopsia del cadavere ed hanno tro- vato che r infelice cadendo da un'altura si spezzò il fegato >. « E' proprio così » soggiunse 1' arciprete di Santa Maria del buon Consiglio. Io tacqui. « Non ne cre- dete una parola, mi disse la mia alberga- trice ; quel disgraziato non si è affatto rotto il fegato, ma...», e col pollice e T indice destro fece il gesto di chi fa scorrere del denaro. « Avete capito ? » « Ho capito » ; risposi.
L'abbondanza di \'iti qui è straordinaria: per quanto l'occhio può spaziare, le vigne
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ricoprono tutte le ridenti colline della cam- pagna. Le piante sono disposte in lunghe tìle, appoggiate a pali o sostenute da quelle canne resistenti che in Italia crescono nei luoghi umidi, o avviticchiate a piccoli olmi. Gli ammiratori di Virgilio sanno che fin dai tempi romani si soleva coltivare in queste terre la vite nei modi cui ho fatto cenno. Grande godimento è quello di poter leggere oggi in queste vigne le Georgi- che di Virgilio, il capolavoro della poesia latina, libro stupendo non tanto per la forma della composizione, che è mediocre, quanto per la purezza, la precisione, la grazia inimitabile dello stile. Ho letto e riletto quei canti fra i campi di Genazzano ed ho dovuto riconoscere che tutti i con- sigli, le regole ed i precetti del poeta sono oggi pienamente osservati, di guisa che pare quasi che egli abbia descritto i modi di coltivazione attualmente in uso nella campagna romana.
La vigna è tutto in questa regione : essa riunisce in se le tre divinità dei campi: Bacco, Cerere e Pomona. Infatti, fra le file delle viti si semina il grano, e qua e là vi si piantano gli eleganti mandorli, la più precoce delle piante del Mezzogiorno, che fiorisce alle prime brezze primave- rili: il mandorlo è stato cantato in una delle Cento ìiovelle antiche, dove è detto
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essere stato piantato presso la tomba di Narciso da Amore, quale simbolo degli amanti . Fra le viti cresce anche V o- livo, dalle foglie sottili che paiono lumi- nose nella luce cangiante, assumendo una tinta ora argentea ora bronzea : vedendolo levarsi sul grano, vien fatto di pensare al pane saporito, per il quale somministrano l'olio. Altrove sorgono anche dei peschi, dei peri, dei meli, dei purpurei melagrani, dei noci, dei castagni e dei hchi, dai frutti dolci come il miele. Tutte queste piante porgono una ricca scelta di frutta in ogni stagione, di modo che quando una ha finito di dare i suoi frutti, un'altra pianta offre i suoi, mentre una terza li matura e li pre- para. Avendo trascorso un' intera estate nella campagna romana, ciascuna di quelle piante mi ha pagato il suo tributo, ad ec- cezione dell'olivo, che è l'ultimo a ma- turare.
La mia albergatrice possiede tre vigne, una presso Palestrina, le altre due nei monti selvaggi di Olevano, a tre miglia da Genazzano. Là sorge su un'altura, so- litaria, una casetta di contadini, con una veranda aperta, ornata di fiori, ombreg"- giata da vecchi fichi e castag'ni: di lassici lo sguardo spazia sulla catena maestosa della Serra e sulla pianura del Sacco. Quale godimento passare le ore della gior-
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nata in quella loggia a respirare l'aria pura e profumata e ad assaporare di quegli ot- timi frutti ! Quali scegliere fra di essi ? L'imbarazzo è grande, data la varietà dei frutti, uno più squisito dell'altro. Lo stesso devesi dire dell'uva: la malattia ha rispar- miato questa vigna, rinomata per tutta la contrada; i tralci piegano sotto il peso tanto che è stato necessario puntellarli con pali e sostenerne i grappoli con fili di ferro. Non ricordo di aver mai visto dei grappoli e dei chicchi d'uva di tale grossezza e se volessi paragonarli a qual- cosa, passerei certo per esagerato.
V'è il moscatello dorato, trasparente sotto i raggi del sole, v'è l'uva nera e quella biancastra, che serve a fare il così detto « buon vino » e quella azzurra cupa, che fa il vino forte, rosso come il sangue. Mi son recato spesso a mangiarne e poi mi sedevo sotto un castagno ai piedi della collina, in mezzo ai mirti ed alle felci cantate da Virgilio, e, fra il profumo della menta e del serpillo, leggevo Ora- zio o qualche altro libro che avevo re- cato meco. La menta è propriamente una pianta caratteristica della campagna ro- mana: tutti i campi intorno alla città eterna ne sono profumati. Quando poi mi trovo lontano di qui, in Toscana, o nel- l'alta Italia, e mi accade di vedere una
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pianticella di menta, il su(j proilimo mi ri- chiama immediatamente alla memoria la campao-na romana, e me la fa desiderare ardentemente.
In mezzo a tanta dovizia, chi \orrà cre- dere che la popolazione sia poverissima? Osservando questa regione la si direbbe un \'ero Eldorado per i suoi abitatori ; ma se vi si vive un po' a lungo si finisce per vedere che spesso in questo paradiso ter- restre abita la miseria piìi squallida. Tutte queste frutta (si vendono qui venti fichi o venti noci, per un baiocco ; e nelle buone an- nate un fiasco di vino per lo stesso prezzo) non bastano a nutrire il contadino ; esso morrebb .^ di fame se non avesse la farina di granturco, che forma il suo cibo. La causa di questo doloroso stato di cose va ri- cercata nel regime agrario del paese. In- nanzi tutto bisogna notare che ogni pro- prietario di terra deve pagare al principe Colonna, come tributo, la quarta parte di quello che il terreno gli rende. L'antico flagello dei latifuiidia è ciò che forma la miseria di questa popolazione; è vero che quasi ogni contadino possiede una piccola vigna, ma questa non è sufiicente a man- tenere la sua famiglia. L'usura poi non ha limiti ; anche ai piìi poveri prende il dieci per cento. La piii lieve disgrazia, una rac- colta mancata, come avviene da alcuni
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anni in qua, basta ad indebitare il conta- dino trascinandolo nella miseria. Se egli riesce ad ottenere danaro e derrate a credito g"!' interessi lo rovinano e l' avido usuraio attende il momento, in cui il pic- colo proprietario per fame sia costretto a vendergii il suo fondo ad un prezzo ir- risorio. I baroni ed i conventi si arricchi- scono ; i contadini sono ridotti alla sorte di loro vassalli e di loro mezzadri. Ho avuto piì^i volte occasione di osservare fatti simili. La vendita ha g'eneralmente luogo in questo modo: il contadino inde- bitato comincia col vendere la sola terra e si riserva le piante « gli alberi » sotto la quale denominazione sono comprese anche le viti, e continua a coltivarle ed a g'odere della metà e talvolta anche dei tre quarti del reddito. Trascorso però un anno ap- pena il contadino si ripresenta all'acqui- rente offrendo di venderceli anche le piante ed allora diventa suo mezzadro, continua ad abitare il terreno con la sua famiglia, a coltivarlo pel nuovo padrone, ricevendo in compenso una parte dei prodotti, e siccome non di rado questi non bastano al suo sostentamento, ricorre ancora a nuovi debiti.
Nella vigna della mia padrona, una ve- neziana da tutti stimata per la sua one- stà, vive appunto in tali condizioni una
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famiglia di contadini composta di otto persone. Ho saputo che essa li aveva tro- vati e presi come mezzadri nel suo po- dere, poverissimi, e che aveva loro anti- cipato il denaro per vestirsi, comperare le masserizie e di che mangiare, ebbene, no- nostante tutto ciò quei poveretti vivono in tanta miseria per l'eccessiva fatica ed il pessimo nutrimento, che sono stati colti tutti dalla febbre, ed è necessario soccor- rerli ancora, perchè possano vivere. Solo dopo la vendemmia provano un po' di sol- lievo, sino a tanto cioè che dura il da- naro ricavato dalla vendita della loro parte di vino.
Il vino eccita i nervi, ma non basta a nutrire i muscoli. Quello che beve il con- tadino è il vino peggiore, è un vinello; gli occorre dunque del pane, ed essendo il frumento troppo caro, coltiva piuttosto il granturco e si ciba di polenta. Come nella Lombardia e nelle Marche, la cam- pagna del Lazio è coperta dalle belle piante di granturco; pare quasi che la na- tura abbia considerato le splendide pannoc- chie dorate come uno dei suoi doni preziosi e le abbia perciò ravvolte con nove invo- lucri. Tutta la povera gente qui si nutre di polenta, sotto forma di pane, o sotto forma di focaccia, detta «pissay>. Quando per la strada talvolta ho domandato a
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qualcuno : « Che cosa hai mangiato sta- mane? » mi son sentito rispondere: «la pizza ». E se ho domandato ancora : « Cosa mangerai questa sera ? » invariabilmente la risposta è stata: « la pizza ^>. Ne ho mangiata parecchie volte io pure insieme coi contadini. E' così preparata : la farina vien ridotta a poltiglia ; quindi viene stesa sopra una pietra liscia e fatta cuocere sopra carboni ardenti . A^ien mangiata calda; tutta la famiglia si asside intorno al fuoco e prende parte al meschino banchetto. La sera mangiano dell' insalata di campo condita con un po' d'olio od una zuppa di cicoria^ di cavoli od altri le- gumi cotti nell'acqua. Spesso Tolio manca, come è avvenuto quest'anno, in . cui gli olivi, dopo aver dato l'anno scorso un ab- bondante raccolto, sono afflitto spogli di frutti, ad imagine di ogni umana vicissi- tudine, in cui il bene si avvicenda senza tregua col male.
E' facile immaginarsi con quale ansietà questa gente segua le diverse fasi del rac- colto del granturco. Verso la fine di lu- glio la pannocchia comincia a formarsi, ed allora ha bisogno di acqua. Quest'anno non piove : il calore è straordinario e la popo- lazione ne è costernata e rixolgc preghiere al cielo per aver la pioggia. Tutte le sere hanno kiogo processioni, che mi ram-
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mentano solennità pa^^'ane, quelle feste < rz/- bigales » della Roma antica, nelle quali si portava in giro per la via Appia, votisque vocahitis imbrem, la pietra, della piogg-ia; e non ho mai potuto osservare queste pro- cessioni senza stupore. E' veramente strano di ritrovarsi ai nostri tempi in mezzo ad un popolo che conserva l' ing-enua credenza di poter sopprimere, modificare o accelerare con preghiere e canti lo svolgimento delle immutabili leg'g'i della natura. Ogni sera le donne di Genazzano percorrono le vie del paese a due a due, con un fazzoletto rosso in testa, che scende a forma di velo sulle spalle, e che portano sempre allorquando entrano in chiesa: le precede i^ clero con l'imagine di un santo. Cantando . mormo- rando preghiere, arrivano alla piazza mag- giore e quivi con un fervore che confina col parossismo, gridano piìi volte : Gra- zie^ grazie j Maria/ E questo grido, ri- petuto da centinaia di bocche, echeggia nell'aria. « Et Cererem clamore vocant in tecta » (Virgilio). Ogni sera s'implora un nuovo santo, ma tutti sono sordi alle inge- nue preghiere.
La mia padrona - che era una donna ab- bastanza colta per la sua condizione, e non possedeva inoltre nessun campo seminato a granturco - una sera, mentre eravamo a tavola e ad un tratto echeggiarono fuori
-Sò- ie grida di Grazie, grazie, Madoìuia! mi disse : « Perchè seccare in questo modo i santi del cielo ? Finiranno col noiarli tanto, che diventeranno cattivi e non faranno dav- vero pili piovere ! » Questa febbrile ansietà finì per commuovere me pure e cominciai a desiderare ardentemente la pioggia. Tutti i giorni andavo a visitare i campi di gran- turco, che andavano di male in peggio. i\lla fine fu portato in processione S. Antonio da Padova ; mentre T imagine veniva ricon- dotta al convento di S. Pio, un frate del- l'ordine di S. Agostino predicava sulla scalinata della chiesa, alla luce delle fiac- cole. La strada era gremita di popolo e gli ascoltatori si erano arrampicati financo su gli alberi ; il monaco che gesticolava, r imagine del santo, le croci nere, le bian- che sottane dei chierici, gli scialli rossi delle donne, la tremula luce delle fiaccole, gli alberi scuri sotto il turchino cupo del cielo, e tutta una popolazione implorante da Dio la pioggia, formavano una delle scene più pittoresche che abbia mai vistix Finalmente il terzo giorno il cielo si coprì di nuvole, cominciò a tuonare e cadde una pioggia di una violenza veramente tro- picale.
Sembra però che gli dei, o i santi che li hanno oggi rimpiazzati, non concedano favori senza pretendere vittime. E così
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avvenne in questo caso: la piog-o-ja fu accompag-nata da un terribile ciclone, fe- nomeno stupendo che ebbi modo di os- servare, perchè mi trovavo fuori a ca- vallo; una massa nera di nubi scese dai monti Volsci, avvolse la valle e devastò con la g-randine una vasta estensione di vigneti. Da allora, quasi tutti i giorni, nel pome- rig'g'io, scoppiò sui monti un uragano, ac- compagnato da tuoni e da lampi : al sò- praggiung-ere di ogni nuovo temporale le campane di tutte le chiese venivano suo- nate a stormo. Un giorno tutto il paese fu sossopra; la popolazione si riversò nelle vie; si diceva che un fulmine avesse uc- ciso quattro persone e la notizia fu con- fermata. I morti furono portati nella casa di un contadino, dove furono sorvegliati per ventiquattro ore dalla polizia. Il giorno dopo giunse, cavalcando un asinelio, il ma- gistrato, seguito dal dottorino, di cui ho già parlato, e dal chirurgo incaricato di fare l'autopsia. Non vi era dubbio, i morti erano stati veramente colpiti dal fulmine. Nella notte, furono posti su di un carretto, coperti con un drappo nero e trasportati in paese ; il clero, che portava dei ceri, prece- deva il carro, e quindi seguiva la confra- ternita della morte, avvolta in grandi man- telli neri e con torcie a vento in mano. La scena aveva qualcosa di sinistro. La popò-
lazione tutta ne attendeva il passag'gio alla porta del borgo, ^allorquando il corteo vi arrivò cantando il ìiiiserei'e, tutti alzarono le mani al cielo, gettando tali grida di ango- scia e di selvaggio dolore, che l'animo più indurito ne sarebbe stato commosso. Infatti le vittime del fulmine sono considerate con una specie di orrore, perchè vengono cre- dute colpite dall' ira divina e si dubita della loro eterna salvezza. T parenti degli uccisi, delle donne e dei ragazzi, si staccarono dalla folla. Una donna fu colta da tanta dispera- zione, che a stento gli astanti riuscirono ad impedirle di gettarsi sui feretri. T cada- veri furono portati nella chiesa l'un dopo l'altro e deposti per la notte sull' impian- tito, mentre le stesse scene e le stesse grida di prima si ripetev^ano. Non dimenticherò mai quel quadro straziante.
Questo popolo esprime ancora i suoi sen- timenti con un' ingenuità primitiva, e si può dire che viva ancora allo stato di natura.
I rapporti fra i due sessi in questi paesi richiamano sempre alla memoria i costumi orientali. Per principio, gli uomini non de- vono aver relazione che con gli uomini, e le donne con le donne. Sembrerebbe ridi- colo che un marito passeggiasse (ìftrendo il braccio alla moglie; ed una fanciulla cre- derebbe compromettere la sua reputazione se osasse fermarsi a parlare per strada con
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un giovane, e peg-g-jo ancora se si lasciasse accompagnare da lui. A gl'innamorati non è concesso che il « discorso » vale a dire un colloquio a gesti dalla finestra o sulla porta di casa, il « le/ies sub nocteni sitsitrri » di Orazio. Sono in uso le serenate con ac- compagnamento di chitarra; spesso canti pastorali o le note dolenti della cornamusa rompono melodiosamente il silenzio della notte. Il popolo canta in modo meraviglioso dei semplici e lunghi stornelli che accarez- zano dolcemente Torecchio. E' un vero pia- cere udire nelle vigne le domande e le ri- sposte di due innamorati che, senza tregua, come le cicale nell'estate, levano nell'aria un canto dialogato.
I matrimoni qui sono molto precoci : spesso un giovane di ventun anno sposa una fanciulla che ne ha quindici appena. Una lunga relazione, quello che dicono qui «fare alV amore » si ritrova piìi spesso nel popolo che nelle classi agiate e supe- riori, dove il matrimonio è ordinariamente un affare. Citerò un esempio, di cui sono stato testimonio. Un giovane abate di ven- tun anni, figlio di una ricca famiglia del luogo, desiderava abbandonare la carriera ecclesiastica e tornare allo stato secolare. Un bel giorno, un frate francescano di Ci- vitella (qui i fidati si cacciano in tutti gli affari delle famiglie) andò a trovare la ma-
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dre del giovane abate e le disse: « Nel paese di Pisciano v'è una fanciulla di circa di- ciotto anni, che desidera maritarsi; ha mille scudi di dote ed appartiene ad una delle migliori famiglie della contrada. Se con- sentite a questo matrimonio, parlatene a vostro figlio ». Il giovane abate accolse la proposta senza esitare, e, vestito del suo abito ecclesiastico, il domani montò a ca- vallo e andò a Pisciano per conoscere la ragazza. Si fidanzò subito con lei, e tor- nato a casa chiamò un sarto per farsi tra- sformare la sottana in un abito secolare; la sorella cucì in tutta fretta un paio di calzoni grigi per il giorno delle nozze, e siccome gli mancava una sottoveste, la ma- dre mi fece chiedere in segreto di prestar- gliene una. Così vestito si presentò una seconda volta alla fidanzata nella casa di un contadino, dove il contratto di matri- monio fu subito firmato. Tre settimane dopo la sposa arrivò in una vettura, recando seco due grossi sacchetti pieni di monete, e tosto si celebrarono le nozze! Lo sposo prima della cerimonia non aveva visto che due volte, e ciascuna volta per pochissimo tempo, la compagna di tutta la sua vita. Fu pre- parata loro nella casa dei genitori del gio- vane una cameretta, o, per essere piìi pre- cisi, non vi si pose che un letto colossale, e niente mutò nciresistcnza di quella gente.
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A questo proposito, vog-lio accennare ad una strana usanza del Lazio, Una sera udii sulla piazza un rumore curioso ed assordante, prodotto da o<4-ni sorta di stru- menti che io però non riuscivo a definire; uscii e vidi tutti i raoazzi di Genazzano riuniti innanzi ad una casa, intenti a darvi una specie di concerto. Mai, neppure nelle università tedesche, io avevo sentito un complesso di suoni così discordanti : gU uni soffiavano in conchiorlie marine ricavandone orribili fischi, un altro dava di fiato in un corno di bue, certi picchiavano con falci so- pra zappe e padelle, alcuni ag-itavano a tutta forza pezzi di ferro vecchio di og-ni specie leggati insieme con una corda, un altro an- cora faceva ruzzolare per terra una vec- chia casseruola attaccata ad una funicella. Dieci o dodici monelli scampanellavano rumorosamente con quelle campane che si appendono al collo delle vacche. « Di g"razia, chiesi ad un signore che assisteva ridendo alla scena, che significa questa mu- sica infernale? » Mi rispose che in quella casa abitava un vedovo passato a seconde nozze e gli facevano la « scampaìiellata ». Così si chiama questa barbara usanza dalle campane che di solito portano le vacche. In tutto il Lazio og"ni qualvolta un ve- dovo od una vedova si rimarita, per tre sere si usa far loro un simile concerto.
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Durante il mio sog-g-iorno a Genazzano ne sono stato spettatore, ed ho tre volte potuto vedere una folla di rag-azzi, pre- ceduta da un monello con una zucca appesa a foggia di lanterna ad un bastone, per- correre le strade, come un esercito di dia- voli che avesse di notte invaso quel paci- fico villaggio.
Perchè Genazzano è veramente un luog"o pacifico ; i suoi abitanti sono d'indole dolce ed anche piìi superstiziosi dei loro vicini ; questo carattere deriva dall' importanza re- ligiosa del paese che è un luogo famoso di pellegrinaggio, avendo oggi nel Lazio la sua chiesa l'importanza che ebbero nel- l'antichità il tempio della Fortuna a Pre- neste e il santuario d'Anzio. Ho assistito alla grande festa della Madonna di Ge- nazzano, VS settembre; posso dunque par- larne con cognizione di causa. Prima però voglio accennare alla legg'enda della sa- cra imagine, che ha grande analogia con quella della Santa Casa di Loreto.
A Scutari, nell'Albania, nella stessa e- poca in cui la Santa Casa di Nazareth veniva dagli angeli trasportata per l'aria a Loreto, apparve un'imagine della Madre di Dio, discesa non si sa se dal cielo o colà portata da ebrei fuggiti da kioghi re- moti. Comunque fosse, fu chiamata - Ma- donna del Buon Officio > o del « Buon Con-
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sig-lio ». Ora avvenne che nel 1467 due pel- legrini, che volevano fug-gire dai Tur- chi e ritornare in Italia, si prosternarono dinanzi a quella santa imagine e le chie- sero di proteg-g-ere il loro viaggio: con loro grande stupore videro allora levarsi al posto dell'imagine una nuvoletta bianca che verso sera prese la direzione di oc- cidente. Essi la seguirono presso la spiag- gia del mare Adriatico, ed avendo la nu- voletta proseguito il suo viaggio sopra le onde, i due pellegrini traversarono dietro a quella il mare a piedi asciutti, le ten- nero dietro sempre, finche nelle vicinanze di Roma, disparve ai loro occhi. Avendo però appreso che in Genazzano era ap- parsa un' imagine della Madonna, vi si recarono e la riconobbero per quella vista a Scutari,
Da quel tempo la Madonna di Genaz- zano, detta del « Buon Consiglio » comin- ciò a fare miracoli ; le venne costrutta una chiesa e di fianco un convento, dove i frati di S. Agostino s'impadronirono di questo santo tesoro, non meno produttivo della Madonna dei irati agostiniani di Roma, giacche questa di Genazzano gode in tutta la campagna romana una fama pari a quella degli antichi oracoh pagani. Due volte all' anno, nella primavera e nell'estate, vien celebrata la sua festa,
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ed allora piovono le offerte in danaro ed in og'g'etti preziosi e siccome anche i più poveri recano il loro obolo all'altare della Madonna, si può dire che essa pre- levi sulla campagna romana un tributo maggiore di quelli dello Stato. Mi fu detto che i doni più belli siano portati al san- tuario dalle molte confraternite sparse per tutta la campagna ; ogni fratellone sborsa cinque baiocchi al mese alla cassa co- mune, in modo che vi sono delle confrater- nite che arrivano a raccogliere sino a cento scudi. Il reddito annuo del santuario si può approssimativamente valutare a 7500 scudi.
L'imagine è posta in una chiesa ben decorata e pulita, in una cappella illumi- nata da varie lampade, chiusa da un can- cello di ferro : il quadro è quasi sempre coperto da un velo di seta gialla. Si dice che, portata dagli angeli, anche in quella chiesa non si sia mai posata sulla pietra e che resti sospesa nello spazio, sorretta da mani invisibili. Io l'ho \'ista più volte sco- perta, ma non ho mai potuto comprendere in qual modo sia sospesa.
I pellegrini cominciano ad arrivare la vigilia della festa, ed allora il paese e i dintorni si animano e nell'aria echeggia senza posa il canto delle litanie. Le strade sono percorse da compagnie di pellegrini,
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che oiunt^ono in buon ordine, vengono dal- TAbruzzo, da Sora, dal Uri, e per la mag- gior parte dalla campagna latina. Si di- rebbero rinnovate le feste antiche di Giove Laziale^ tanti sono i visitatori, dissimili fra loro per costume e per dialetto. Ve- derli discendere dalle colline, sentendoli cantare 1' « Ora », gli uni per la via, gli altri lungo il fiume a traverso i viottoli dei campi, vestiti di rosso, di verde, di turchino, tenendo in mano il lung-o e ri- curvo bastone del pellegrino, è in quel magnifico paesaggio uno spettacolo vera- mente degno dell'ammirazione dell'artista, del poeta e dello storico.
Il giorno in cui dovevano arrivare i primi pellegrinag'gi sono uscito ad incon- trarli a cavallo per godere completamente questa scena popolare, che aveva per me un interesse storico riportandomi al me- dio-evo. La comarca di Roma, a cui ap- partiene tuttora Genazzano, termina a due miglia dalla città^ ed ha per confini un braccio del Sacco, che si traversa su di un ponte in pietra, ponte Orsino, famoso un tempo per le aggressioni dei briganti. Al di hi comincia la legazione di Prosi- none. In questo punto le colline scen- dono dolcemente verso il fiume ed agli occhi si presenta il quadro stupendo della pianura, dei monti Volsci, della Serra e
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delle alture di Olevano, ai cui piedi si stendono dei ricchi boschi. Il luog'o era il piìj adatto per aspettare i pellegrini ; qui entrano nel territorio del santuario, fanno breve sosta, e vi entrano ginoc- chioni cantando fervorosamente dei cori; poi traversano il ponte cantando e trasci- nandosi sulle ginocchia, in doppia fila, gli uomini da una parte e le donne dall'al- tra. Dirigeva i cori una vecchia, la quale alzandosi dopo aver traversato l'intero ponte in ginocchio, gridò con voce sonora un «Evviva Maria! y> cui rispose una- nime il coro. Quindi la processione si mise in moto di nuovo, e quantunque quel con- tinuo canto dovesse stancare, v'era sempre un uomo od una donna che riprendeva la litania. Quel canto monotono ed uni- forme, che è la più semplice espressione del sentimento religioso di questa gente e che si avv^icenda come il movimento regolare delle onde, esercita una profonda suggestione su quella folla. Sembra quasi che la processione prosegua il suo cam- mino, cullata da quest'armonia melanco- nica, più leggera e più regolata e che il canto regoli i movimenti del corpo e le impressioni dell'animo, tenendo gli uni e gli altri costantemente diretti verso la meta del pellegrinaggio. I lo notato che le pause erimo sempre brevissime e che
allorquando negli intervalli i pellegrini cominciavano a tacere o a favellare fra loro, la conduttrice del coro riprendeva su- bito il canto.
Lo spettacolo di un pelleg"rinaggio pro- duce sempre, anche su chi non appartiene alla relig"ione di coloro che lo compiono, una grande impressione, soprattutto quando r illusione non è turbata da piccoli incon- venienti inevitabili in una riunione di tanta gente. Questi inconvenienti si verificano meno nei pellegiinaggi del sud che in quelli del nord ; la serenità del cielo, la temperanza e la sobrietà delle popolazioni del mezzo- g"iorno, valg'ono ad allontanare molte cause dei mali del settentrione ; l'ordine stesso in cui procedono le processioni, la bella foggia di vestire delle donne, il loro bellissimo por- tamento e la loro grazia naturale, esercitano una benefica influenza, anche su gli animi più vili^ e tengono lontana ogni volgarità ; ed infine la decenza e quel sentimento innato di rispetto, che è proprio di tutto il popolo italiano, vale piìi di ogni altra cosa ad im- pedire disordini. Fra tutte quelle migliaia di uomini e di donne che sfilarono davanti a me, sia nell'andata al santuario, come nel ritorno, in tanta diversità di genti, di dialetti e di costumi, io non ho notato mai un solo atto villano o volgare.
Bisogna anche ricordarsi che questo pò-
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polo, fortemente imbevuto di sentimenti re- ]ig"iosi, non crede nulla più importante e pili solenne di un pelle^rinag"gio. Quando ha faticato e sofferto per dodici lunghi mesi quando mali e colpe di ogni sorta pesano sulla coscienza, allora prende per un paio di giorni il bordone del pellegrino, scende dai suoi monti selvaggi, abbandona il suo grave lavoro, lieto di muoversi una volta almeno, di sentirsi libero in compagnia dei suoi conterranei riuniti tutti per lo stesso fine. Scendono al piano costeggiando il Sacco, come i gru, che van cantando lor lai : lo spettacolo ha veramente qual- che cosa di medioevale. Pensavo a quelle schiere di pellegrini che un tempo veni- vano a Roma per il giubileo e ripetevo fra me e me i bei versi del sonetto della Vita nuova:
Deh ! peregrini, che pensosi andate, Forse di cosa che non v' è presente; V'enite voi di sì lontana gente, Com' alla vista voi ne dimostrate?
Cammina\ano in gruppi di dieci, venti, cinquanta, cento persone. \^e n'erano di tutte l'età: vecchi che si appoggiavano sul bastone, servito loro per cinquanta volte almeno su quella stessa via che ora per- correvano forse per l'ultima volta; nonne con i loro nipotini, floride fanciulle, gio-
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vani robusti, ragazzi e perfino bambini lat- tanti, portati dalle madri sulla testa. In una di queste processioni vidi passare una gio- vane sposa che portava sulla testa un cestino, entro cui giaceva un bimbo che sor- rideva graziosamente, con gli occhi spa- lancati, quasi si beasse dello splendore del sole. La mag'gior parte delle donne recava in capo un paniere con le provvigioni od un lardello di vestiti, e colla loro varietà aggiungeva nuova bellezza allo spetta- colo. Chi avesse potuto leggere nell'anima di tutti quegli esseri, vi avrebbe trovato l'innocenza accanto alla colpa, il vizio ac- canto al pentimento, il dolore e la virtù, tutto il bene ed il male che si avvicendano nel cuore umano.
E' come una grande e bella, ma seria e solenne mascherata, che si svolge in un magnifico quadro, con un succedersi continuo di nuovi costumi, di colori, di iiso- nomie diverse; le compagnie dei pellegrini si succedono le une alle altre, nei co- stumi dei loro monti, delle loro valli. Ve ne erano di Prosinone, di Anagni, di Veroli, di Arpino, di Anticoli, di Ceprano e per- sino delle napoletane di Sora.
Osservate quest'ultime! Che splendide hgure dall'ovale più puro, dalla pelle oli- vastra! Le donne hanno un aspetto strano, si direbbero arabe ; attorno al collo por-
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tano delle collane di corallo o delle catene d'oro ; dei pesanti orecchini adornano le orecchie delicate ; un fazzolettone bianco o nero, a lunghe frangie, avvolge loro la testa e le spalle, sì che paiono madonne ; una camicia bianca, pieghettata, ricopre loro il petto, stretto in un basso bustino di color rosso scarlatto. Indossano una gonnella corta, rossa o turchina, ornata di un orlo giallo. E che grandi occhi neri, dalle sopracciglia corvine ed arcuate, bril- lano in quei volti!
Ecco i pelleg'rini diCeccano! Le donne portano un busto di color amaranto, un lungo grembiale dello stesso colore, ed in testa un fazzoletto bianco, che ricade sulle spalle. GH uomini hanno il cappello a punta ed una giacca color amaranto, ed at- torno ai fianchi una fascia multicolore.
Ecco poi quelli di Pontecorvo ! Le donne sono superbe e maestose; vestono intera- mente di rosso e portano in testa un faz- zoletto dello stesso colore. Le pellegrine di Filettino vestono con molta semplicità, coi busti di stoffa nera : costume sem- plicissimo, ma grazioso e pulito.
Ecco infine i « ciociari! » Uomini e donne del paese dei sandali. Vengono probabil- mente da qualche villaggio vicino a Feren- tino, forse da pii^i lontano, dalle frontiere napoletane, dalle sponde del Li ri o del
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Melfa. E' un paese di splendidi monti dall'a- spetto selvag"gio, che si stendono da Feren- tino in su verso le province napoletane. Il popolo là porta le « ciocie >> , calzatura molto semplice che dà al paese il nome di « Cio- ciaria. » Trovai in uso questa calzatura an- che prim.a di Anagni. Impossibile concepire una calzatura piìi primitiva, e si può anche dire pili comoda di quella: ed io ho since- ramente invidiato ai ciociari le loro ciocie. Esse consistono in una semplice suola di cuoio di asino o di cavallo forata; si avvol- g"ono intorno al piede e si fissano per mezzo di cordicelle passate attraverso ai buchi, in modo che il sandalo quasi lo fascia; la gamba poi è avviluppata sino al ginocchio da strisele di tela grig-ia. Così calzato il ciociaro si muove liberamente nei campi e sui monti, dove zappa la terra o conduce a pascolare le sue pecore e le sue capre, ve- stito del suo bigio mantello, o di una pelle di montone, con la piva appesa al fianco. Si vede subito che quei sandali sono clas- sici. Diogene li avrebbe certo portati, se non fosse andato a piedi nudi, e Crisippo ed Epitetto li avrebbero potuti celebrare in un trattato sulla semplicità del saggio e sulla sua moderazione dei desideri. Quando questa calzatura è bene aggiustata e quando le striscie di tela sono ancora nuove, è bella a vedersi ; ma, quando le ciocie e le stri-
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scie sono logore e vecchie, prende un aspetto povero e cencioso. E siccome in tale stato sono generalmente le ciocie di questa gente, così il popolo che le porta, appare molto miserabile ed il suo nome vien di- sprezzato e talvolta usato come una vera ingiuria. Un abitante di S. Vito, che mi faceva un giorno ammirare lo splendido panorama che si gode da quel paese, sor- ridendo con un certa aria di sprezzante superiorità mi diceva: « Guardate, signore, laggiù è la Ciociaria! »
I ciociari portano delle lunghe giacche d'un rosso acceso, e un cappello di feltro nero a punta, per lo più guarnito con una penna colorata, o con un nastro o con un fiore. Fra di essi, come del resto in tutta la campagna romana, moltissimi hanno i capelli biondi e gli occhi celesti. Portano i capelli molto corti sulla nuca, come i contadini prussiani, e ne lasciano invece cadere due lunghe ciocche sopra le tempie.
Mettiamo addosso al ciociaro un lacero mantello, o una pelle di montone bianca o nera, ed avremo completato il suo ri- tratto, ma per caritfi non diamogli in mano un fucile, altrimenti ci assalterà al passo di Ceprano gridando « Faccia in ferra/ » e con sorprendente destrezza \uo- terà le nostre tasche.
Le donne portano esse pure i sandali,
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un abito corto colorato, un ,i>-rembiule qua- drato di lana, uno scialle bianco o rosso in testa, ed infine il busto che completa in tutto il Lazio ogni costume femminile. E' una specie di corsetto in tela, trapunto, duro come una sella, alto e sostenuto sulle spalle da strisce, esso fascia e sorregge il seno simile ad una corazza che custo- disce la virtìi, come un baluardo solido, ma largo tanto da poter servire da tasca. La vigilia della lesta, le comitive dei pellegrini diventano piìi numerose; a poco, a poco non si ode più che il canto melan- conico delle processioni che man mano arrivano in paese e che si recano per le anguste vie alla chiesa. Giunti alla loro meta tutti sembrano aver dimenticato ogni stanchezza, l'esaltazione ed il fervore re- ligioso anima i loro volti, si prosternano davanti alla chiesa, con le mani giunte intorno al bastone e col loro fardello an- cora in testa, e ad alta voce cominciano a cantare le litanie; poi si rialzano gridando a squarciagola « Grazie, Maria! » e sal- gono con i ginocchi la gradinata. Qua e là si vedono delle donne baciare o leccare colla lingua il cammino percorso, spetta- colo abbastanza ripugnante, ed il ricordo di Carlomagno, che salì esso pure in que- sto modo bigotto i gradini di S. Pietro^ non vale a mitigare il disgusto.
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Non mancano neppure, di quando in quando, delle scene orribili; ho visto un giorno, per esempio, un infelice che si tra- scinava con le mani e coi piedi; fu portato in chiesa dentro una coperta, mentre ur- lava come un lupo. Mi dissero che eg"li era colpito da quella malattia che nel Lazio è chiamata del luponiaiiaro. Un'altra volta ho visto una donna che è rimasta a lungo dinanzi alla cappella della Madonna ur- lando furiosamente : mi hanno narrato che era indemoniata.
I pellegrini si trascinano senza posa sui ginocchi per la navata laterale della chiesa e passando dav^anti alla cancellata cantano, pregano, e gridano a squarciagola : « Gra- zie, Maria/ » e questo grido risuonava con tale spaventosa energia che il febbrile de- lirante fervore, da cui era ispirato, mi fece una profonda impressione.
I ceri ardono, la notte è discesa, i pi- lastri della chiesa gettano grandi om- bre sul pavimento, lasciando alcune tìgure nella completa oscurità, mentre altre re- stano avx'olte in una mao^ica penombra ed altre ancora sono illuminate da riflessi di luce. 1 pellegrini, stanchi, giacciono, in pittoreschi gruppi, sul nudo terreno, attorno alle colonne, sui gradini degli altari da- vanti alla cappella; ed i vari costumi, le di- verse età, l'espressione delle loro lìsonomie
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formano un quadro vivente, che pun^e la curiosità ed invita alla riflessione. Intanto un frate ag"ostiniano, seduto davanti ad un piccolo tavolo, vende indulg^enze e riceve offerte per le messe, incassando con in- differenza il danaro del povero.
Davanti alla chiesa stanno altri g-ruppi seduti o distesi sulla nuda terra, mentre nuovi pelleg-rini arrivano ancora. Si suc- cedono senza posa durante il giorno, e nella notte che precede la festa, e l'accento so- lenne dell'inno latino rompe il silenzio, men- tre sulla piccola città sembra regnare una atmosfera di mistica e profonda melanconia. Eppure questo torrente che spinge tante migliaia di persone da lontani paesi verso la stessa meta, ha in se qualche cosa di con- solante, come qualunque manifestazione ar- moniosa dell' anima umana, anche nel do- lore.
Le case del paese non bastano ad allog- giare tutti i pellegrini, e a tarda notte si vedono questi uomini, abituati ai disagi, distesi a gruppi sul selciato duro e disu- guale. Se ne vedono nelle strade, in mezzo alle piazze, intorno alle fontane, offrendo, in proporzioni ridotte, lo spettacolo di una fermata notturna di un popolo mi- grante. Ma è un' antica legge celeste che piova, quando l'umanità si riunisce per solennizzare qualche festa, perchè non vi è
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maggior burlone del cielo, quando guarda di lassù il bizzarro agitarsi dei miseri mortali. I pellegrini si erano appena co- ricati alla meglio, quando cominciò a pio- vere. Allora avvenne una fuga generale in mezzo alla confusione ed ai lamenti, tutti in massa si precipitarono alla ricerca di un portone o di un tetto sporgente ove ripararsi. E quanti di quegli infelici, esausti dalla fatica, per miseria o per averne fatto il voto, rimasero digiuni !
La mattina dopo, la festa incomincia con la messa solenne e con una specie di vendita religiosa. All'entrata della chiesa vengono venduti gioielli d'oro, imagini sante, corone, ampolline della grossezza di un dito, contenenti olio delle lampade che ardono davanti al quadro della Madonna. La folla le acquista avidamente per un ba- iocco, quale rimedio infallibile contro tutte le infermità.
Nel pomeriggio, musica suonata da una banda sulla piazza, e poi Tinevitabilc tom- bola o lotteria, ed alla sera fuochi artih- ciali. Quindi anche i pellegrini ballano al- legramente sotto le piante del parco, ma la maggior parte preferiscono far ritorno alle lor case, appena recitate le preghiere ed offerti i loro doni. Si vedono ripartire cantando, in gruppi come quando sono ve- nuti, tutti inlìorati da quei mazzi di r<><c e
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garofani artificiali, che si vendono in tutte le feste pubbliche del mezzogiorno. Nel ri- torno, giunti al punto da dove per l'ul- tima x'olta si può vedere Genazzano, s'in- ginocchiano, con le mani appoggiate ai loro bastoni e dicono in silenzio la pre- ghiera d'addio. Tale scena, all'aria aperta mi è sembrata la più bella di tutte. Mi fermai con piacere ad osservare le belle donne che s'inginocchiavano con una mossa graziosa collo sguardo rivolto verso quel santuario da cui si congedavano portando nel cuore qualche consolazione.
Lasciamo noi pure Genazzano e rechia- moci a Paliano e ad Anasfui.
Fallano, città di 3700 abitanti, è si- tuato a circa sei miglia di distanza da Ge- nazzano, su una collina rocciosa, ombreg- giata da boschi e coltivata a vigne, isolata in mezzo alla campagna. Vi si arriva per una buona strada, attraverso a campi di granturco ; alla sua sinistra si leva la gran piramide del monte Serrone, che imprime a tutta la contrada un carattere di gran- diosità e di maestà.
Pili comodo e più bello è il sentiero, pra- ticabile anche a cavallo, che conduce in cima alla collina rocciosa.- Lassù sorge la piccola e solida fortezza bianca, che fu una
posizione importante un tempo, disputata spesso nelle guerre della Campagna ro- mana e nelle lotte che i Colonna sosten- nero con i Papi. Alta e scoscesa non è dif- ficile difenderla anche contro Tartiglieria. Ora è ridotta a prigione e contiene due- cento galeotti, custoditi da una compagnia di cacciatori pontifici. La città si stende sotto al castello e lo circonda. Le strade e le piazze sono strette, le case nere e di miserabile aspetto, eccettuato qualche edi- ficio che ha pretesa di palazzo ; non vi ha altro movimento che quello dei contadini che si recano ai campi e ne ritornano.
Mi occuperò ora del palazzo dei Colonna, un ramo dei quali assunse il nome di Fa- llano e ne diventò poi il principale. E' un bell'edificio di tufo grigio, di forma qua- drangolare, formato da due soli piani, ma vastissimo e collocato all'ingresso della città, sul fianco della collina, da dove si gode una vista stupenda. Lo stile, elegante, appartiene al principio del xvii secolo, ciò che dimostra che dovette essere restaurato in quel tempo.
Quando si conosce la storia degli illu- stri personaggi della famiglia Colonna, e si sa l'influenza da loro esercitata sulle vi- cende di Roma e d' Italia, non si può fare a meno di visitare con vi\o interesse Fa- llano. Prima di entrarvi ric(^rdiamo brc-
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veniente la storia dei più illustri tra i Co- lonna.
Non è molto che lo scrittore romano An- tonio Coppi, ben noto come continuatore degli Annali del Muratori, ha pubblicate le sue Memorie Colon nesi (Roma, 1855), opera seria, piena di notizie importanti per la co- noscenza della famiglia Colonna e di Roma nel medio evo. Quest'opera fornisce eccel- lente materiale agli studiosi, tolto dall'archi- vio dei Colonna. D.Vincenzo Colonna ' pose a disposizione del Coppi questo archivio, come già lo aveva messo a disposizione di un altro storico della sua famiglia, il conte Litta di Milano. Fra i molti archivi delle famiglie nobili, che in Italia abbondano, quello dei Colonna occupa per importanza storica uno dei primi posti. Irrequieta, bellicosa ed ambiziosa, questa famiglia, sorta sui primordi del medio evo, riassume in se la storia di Roma e dell'agro romano. Divenuta ricca con T ingrandimento dei suoi domini, non potè però mai, come al- tre famiglie anche meno antiche, soprat- tutto nell'Italia settentrionale, erigere un principato indipendente, perchè i suoi pos-
' Il venerando Don Vincenzo Colonna è morto nel- l'ottobre del 18b7 nel castello di Marino. Debbo a lui, se durante molti anni, senza restrizione alcuna, io' ho potuto consultare gli archivi della sua cas;i ; egli mi ha inoltre fornito molte preziose notizie sulla storia di Roma.
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sessi erano nello stato del Papa; da ciò guerre interminabili con la Santa Sede ed una tendenza a parteggiare per gì' impera- tori. La casa Colonna brillò assai piìi in guerra che nella pace, sebbene abbia dato alla Chiesa un papa, Martino V, che pose fine allo scisma, e molti cardinali. Poco col- tivò le scienze e le lettere ; in queste, più dei Colonna, brillarono alcuni papi stra- nieri e le loro famiglie, che è inutile qui ricordare. Appena, nella loro lunga storia, si trovano alcuni nomi che si riattacchino alle scienze, alle lettere ed alle arti : ricor- deremo solo i rapporti del Petrarca col vecchio Stefano Colonna e coi suoi colti e valorosi figli, ed il nome delT illustre poe- tessa Vittoria Colonna, contemporanea di quelle due bellissime donne, Giulia Gon- zaga e Giovanna d'Aragona, che entrarono per matrimonio nella sua famiglia.
L'origine di questa famiglia è incerta: sembra però che essa discenda da quei conti di Tuscolo, che erano potenti in Roma nel X secolo. Secondo questa ipotesi, il ca- postipite dei Colonna sarebbe il margravio Alberico, marito della famosa Marozia, morto nel 924, cinque discendenti del quale, quasi l'un dopo l'altro, occuparono il seg- gio di S. Pietro. Tuttavia il nome dei Co- lonna non appare la prima volta che ai primi del secolo xn, con Pietro Colonna.
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di cui ho paiiato. In questo primo periodo noi li vediamo nominare ^ià come signori di Zagaroio e di Monte Porzio. Siano o no i Colonna discesi veramente dall'antica ca- sata dei conti di Tuscolo, scomparsi quando questa città fu distrutta dai Romani (1191), quello che è certo si è che essi vennero da quei monti e che a poco a poco este- sero i loro domini nella campagna romana, da Monte Fortino,^ cioè dai monti Volsci, sino ai monti Equi ed Ernici e sino alla Sabina, Palestrina fu la loro sede princi- pale, e tutti i paesi circostanti passarono sotto la loro giurisdizione.
Nel secolo xiii cominciò la loro potenza e la loro grande influenza in Roma, dove già da molto tempo possedevano un pa- lazzo presso la chiesa dei Santi Apostoli, nella regione di Via Lata. Cardinali di que- sta famiglia ebbero parti importanti in questo secolo, e la storia degli Hohenstau- fen ricorda spesso i Colonna come ar- denti g-hibellini in Roma. Chi ignora la parte da essi avuta nella caduta di Boni- facio Vili?
Nel XIV secolo, durante l'esilio dei papi ad Avignone, lottarono senza tregua per la signoria su Roma coi potenti Orsini, che
' Il nome inalfauiato di Montefortino fu mutato nel 1870 in quello di Artena a ricordo dell'antica città esistente nei dintorni. (N. d. T.J.
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d'allora in poi, furono loro costanti ne- mici ed amici dei papi. Rifulse in questo periodo, quale capo della casa, il vecchio Stefano Colonna. A lui Petrarca indirizzò sonetti ed epistole.
Fu in questo secolo che si separarono i due rami di Palestrina e di Fallano.
Nel secolo xv crebbe ancora la potenza della casa, prima per i o-randi favori di Ladislao re di Napoli e di Giovanna II, e poi per l'elezione a papa di Ottone Colonna, sotto il nome di Martino V. I Colonna ot- tennero dunque molti feudi nel reame di Napoli, principalmente il ducato dei Marsi (da cui presero il titolo di: Marsoriim diix)^ la contea di Celano e quarantaquattro vil- laggi e castelli.
Ai tempi di Sisto W vennero in guerra con la Santa Sede ; Girolamo Riario, ni- pote del papa, assediò Fallano, ma Tasse- dio fu tolto in seguito alla morte improv- visa del pontefice. Del pari guerreggiarono con Alessandro VI, e durante quegli anni la campagna romana fu quasi sempre de- solata dalle armi. Fu il ramo di Fallano che in questo periodo diede gli uomini più illustri della famiglia. Ricorderò solo Fa- brizio, primo connestabile della casa, e i suoi due figli, Ascanio (1522-1553), marito di Giovanna d'Aragona, e Vittoria, moglie del marchese di Pescara, Ferdinando d'A-
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valos. Marcantonio, figlio di Ascanio, ri- nomato come uno dei vincitori della bat- taglia di Lepanto. Nessuno poi ignora quale parte ebbe prima di ciò Pompeo Colonna nelle disgrazie di Clemente VII e nel sacco di Roma.
Verso la metà del secolo xvi i Colonna furon mmacciati da un grave disastro : ve- nuti in dissidio con Paolo IV, furon da questo papa, di natura irritabile, spodestati di tutti i loro domini, come già lo erano stati da Bonifacio Vili. Il pontefice eresse Paliano in ducato e lo donò a suo nipote Giovanni Caraffa. Marcantonio, capo della casa Colonna, si difese e, con l'aiuto del duca d'Alba, percorse la campagna romana per riconquistare i suoi possessi : da ciò ebbe origine la famosa guerra fra Paolo IV ed il re di Spagna, conosciuta sotto il nome di « Guerra della Campagna ». Essa terminò nel 1557 con la pace di Cave (presso Ge- nazzano), negoziata fra il duca dWlba e il cardinale Carlo Caraffa. Solo dopo la morte di Paolo IV però, Marcantonio potè rien- trare nel possesso de' suoi beni ; tutti co- loro che se ne erano impossessati fecero un'orribile fine. Giovanni, duca di Paliano, fu decapitato a Roma nella Torre di Nona, e il cardinale Caraffa fu strangolato in Ca- stel Sant'Angelo.
Marcantonio può ritenersi come l'ultimo
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dei Colonna potenti : egli morì a Paliano nel 1584. Dopo di lui le cose cambiarono; i baroni cessarono di guerreggiare col pa- pato ed i loro beni cominciarono ad assot- tigliarsi a poco a poco, per le vendite a cui turono costretti dai debiti. La gloria di Lepanto era costata loro ben cara; mi 'di- ceva Don Vincenzo Colonna, che Marcan- tonio contribuì a questa guerra con un mi- lione, e che d'allora in poi la famiglia non si era mai piìi rialzata. Fin dal 1622 vendettero gli antichi possedimenti di Co- lonna e di Zagarolo, e nel 1630 dovettero vendere Palestrina, ora in possesso dei Barberini. La famiglia venne man mano declinando e per sempre : il ramo di Pa- liano esiste ancora; il suo capo attual- mente è Giovanni Andrea, marito d' Isabella Ah'arez di Toledo, ma si è trasferito da Roma a Napoli, residenza abituale dei Co- lonna. La maggior parte dei loro feudi è pure nel regno di Napoli, avendo Filippo [TI Colonna (morto nel 1818) posseduto colà sessantadue feudi, ventisette negli Stati della Chiesa ed otto in Sicilia, con 149,403 vassalli. T feudi nello Stato pontifìcio erano: Anticoli, Amara, Castro, Cave, Ccccano, CoUepardo, Falvaterra, Genazzano, Giu- liano, Marino, Morolo, Paliano, Patrica, Piglio, Polì, Pipi, Rocca di Papa, San Lo- renzo, Santo Stefano, Sgurgola, Serrone,
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Sonnino, Supino, Trì\ig-liano, Vallecorsa e Vico.
I feudi erano maoi'gfioraschi e per la mag"- gior parte vincolati a fidecommcsso, se- condo le leggi locali. Ma la rivoluzione francese venne a mutarci sistemi: nel reame di Napoli la legislazione feudale fu abolita nel 1806, in Sicilia nel 1812, e negli Stati della Chiesa la maggior parte dei baroni vi rinunziò nel 1816, seguendo Tesempio del principe Colonna. A Napoli i fidecom- messi vennero aboliti in parte nel 1807 e totalmente nel 1809 ; in Sicilia invece erano ancora in vigore alla morte di Filippo III (ma disparvero qualche settimana piià tardi, il 2 agosto 1818) ; nello Stato Pontificio sono tuttora in vigore. La successione di Fi- lippo fu perciò regolata da leggi diverse e l'asse ereditario è stato diviso in piìi parti.
Filippo, discendente diretto di Marcanto- nio, lasciò solo tre figlie: Maria (maritata a Giulio Laute della Rovere), Margherita (maritata a Giulio Cesare Rospigliosi) e Vittoria (maritata a Francesco Barberini) ; la nobile stirpe fu continuata da suo fra- tello Fabrizio.
Queste sono le notizie che ho creduto utile dare al lettore, prima d' introdurlo nel castello di Paliano. Ma questo castello, che brillava una volta per il suo lusso e
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la sua magnificenza, non è più oggi, come tanti e tanti altri palazzi baronali italiani, che un luogo deserto e silenzioso, dove un custode brontolone vi fa da guida, addi- tando le nude pareti e lamentandosi che siano scomparse le belle collezioni d'armi della famiglia, trofei di tante battaglie, e che i quadri preziosi siano stati venduti o portati altrove.
Però mi piace \isitare questi antichi ca- stelli nobiliari, in cui gli alberi genealogici, anneriti dalla polvere e dal fumo, pendono ancora dalle pareti, quasi piante disseccate, ed in cui le tappezzerie ciondolano dai muri non meno lacere dei diplomi feudali, che il vassallo ha finalmente fatto a pezzi. Quasi spettri, vi si vedono i ritratti di una lunga serie di antenati, anneriti dal tempo nelle loro massicce cornici dorate : essi evocano il ricordo di tutto un lontano passato scom- parso. Vi sono ritratti di guerrieri, di car- dinali, di belle gentildonne, di cui i colli alla Maria Stuarda ci fanno conoscere il secolo in cui vissero. Veramente ne trovai pochi a Fallano, appena una trentina di ritratti, intorno ai quali il guardiano non seppe darmi alcuna informazione. La sua testa era ancora più vuota, più disordinata del palazzo dei suoi padroni, e tutti i ri- cordi del passato erano completamente sfu- mati nella coscienza di c|ucsto essere mo-
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derno. Quanto avrei dato per sapere il nome di quella bella donna pallida, datali occhi n erissimi, vestita di un abito di velluto rosso! Eppure non domanda\'o che un nome! Era forse Felice Orsini, o Lucre- zia Tomacelli, o Diana Paleotti? Oppure era quella stessa infelice duchessa di Pa- liano, di cui la tragica fine fu uno dei pili strani romanzi del suo tempo ? Essa però non fu uccisa in questo palazzo, ma in un altro castello di suo manto.
Nella piccola galleria non manca neppure il ritratto di un astrologo, che ci siamo abi- tuati a considerare quale spiritus fanììlia- ris di ogni nobile castello antico ; un vecchio dalla barba lunga e bianca, con un' ampia veste di velluto. Il suo abbigliamento è in armonia con i mobih massicci e severi di quei palazzi medioevali, dove i nostri abiti alla francese ed i nostri candidi guanti sem- brano eccessivamente ridicoli. L'astrologo di Paliano era, secondo l'iscrizione, Nicolaiis Colinus de Paliaito^ astralo gus insignis.
Nelle altre sale, alle pareti sono appesi panorami e piante di molte città, quali Ma- drid, Parigi, Venezia, Firenze e Genova.
Le sale sono di mezzana ampiezza e sembrano stanze di una casa di campagna, se si paragonano alla principesca sala di ricevimento che si ammira nel palazzo Co- lonna a Roma.
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Presso il castello sorge la chiesa di S. An- drea, cappella gentilizia e tomba dei Co- lonna del ramo di Fallano, un elegante edificio di modeste proporzioni. Filippo I (1578-1639) vi raccolse le ceneri de' suoi antenati, sparse in luoghi diversi, e vi fece costruire per se e la sua famiglia la cripta sotterranea. Scesi a visitarla e rimasi stu- pito di trovarla priva di ogni ornamento ; le pareti della sala, di forma circolare, ab- bastanza ampia, sono intonacate di bianco e perfettamente nude ; non v' è ne un sar- cofago, ne un monumento in marmo, e non vi si vedono intorno che delle iscrizioni, i cui caratteri uniformi appartengono al se- colo XVII. Vi si leggono gli epitaffi di Mar- cantonio e della moglie Felice Orsini, di Ascanio e di Giovanna d'Aragona, suoi genitori ; di Fabrizio e di Agnese di Mon- tefeltro, suoi avi. Non so se la più bella donna d' Italia, Giulia Gonzaga, moglie di Vespasiano Colonna, si trovi sepolta a Fallano, né sono riuscito a sapere se vi sia la tomba della famosa Vittoria. Nel suo testamento ordinò di esser tumulata nel monastero dove sarebbe venuta a mo- rire; ella fece anche un legato per le monache di S. Anna dei Falegnami, che Tavevano assistita durante la sua ultima malattia, e lo stesso testamento fu det- tato al letto della morente il 15 feb-
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braio lv')47, nclT antico palazzo de' Cesarini, presso rArg"entina. E' quindi molto proba- bile che ella sia stata sepolta nel vicino monastero di S. Anna. ^
Da Fallano non v' è strada carrozzabile che porti ad Anagni, distante sei mig-lia, g'iacchè infatti questo paese non ha che una sola porta, che i apre daxanti a Genaz- zano, e chi arriva dal lato opposto, è co- stretto a fare il giro delle antiche mura. Un sentiero tortuoso, praticabile a cavallo, ma spesso ripido e scosceso per essere scavato nella roccia calcare, che lo rende molto sdrucciolevole, conduce ad Anagni attraverso la campagna deserta.
Ho fatto questa strada a cavallo, insieme con un contadino della campagna romana, che avevo preso per guida, in una splen- dida giornata di settembre, che rimarrà
' InnomineDomini Amen. Anno anativitateejusdem Domini MDXLMI. Pontiiìcatus Sanctissimi in Christo Patris et Domini nostri Pauli divina providentia Pape III anno ejusdem XIII. Indictione \". mensis Fe- bruarii die Martis XV. In presentia mei notarii et testium infrascriptorum ad hoc specialiter vocatorum et rogatorum. Constituta personali! er Illustrissima et Exceìlentissima Domina Victoria Columna Marchio- nissa Pescarie infirma corporis, et in lecto jacens, sana tamen mente, et intellectu ac loquela...
Actum Rome et in Palatio Illustrissimi Domini Ju- liani de Cesarinis vocato Argentina, et in stantiis, vi- ridarii, et in quadam camera in qua ipsa Illustrissima Domina Testatrix infirma jacebat in lecto presentibus audientibus et intelligentibus bis videlicet...
Ita testavi ego Victoria Columna.
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sempre fra le più belle delle pereg'rinazioni da me fatte per la Safiirìiia telliis, tanto la vista di quelle contrade selvag-g-e e di quei monti maestosi era superba. La col- lina di Paliano scende dolcemente verso il fiume, mentre dalle altre parti cade a picco; essa è interamente coltivata a viti; sulla cresta, che noi seguivamo, crescono folti cespugli di lentisco, fragole e mirto, ciò che mi ha sorpreso, perchè il mirto preferisce di solito le coste e l' aria ma- rina. Sulla collina miseri coloni abitano in capanne di paglia a forma di cono, come se ne vedono per tutta la campagna romana. Passando per questa rustica colonia la strada giunge ad un monastero, che sorge solitario fra verdi boschi di elei, castagni ed olmi : si chiama S. Maria di Paliano. Quindi bisogna attraversare per T unico ed angusto sentiero la foresta che circonda tutta la collina. La discesa è così ripida, che difficilmente si riesce a farla a cavallo. Giunti in fondo, si troxa una pittoresca e selvaggia pianura, che si stende fra la col- lina di Paliano e quella di Anagni. Qua € la si vedono disperse delle solitarie fat- torie di pietra scura o qualche mulino presso un torrente che taglia il sentiero. Il paesaggio ò animato da mandre di vacche e di pecore, ed il pifferarci che scende a l\(ìma nella notte di Natale, appare qui nel suo
— To- stato naturale, e si odono gli strani accenti della cornamusa che il pastore suona, se- guendo passo, passo il suo gregge, che si muove qua e là in cerca di erba, che la terra fertile abbondantemente gli offre.
Verso la ti ne di settembre i greggi di pecore discendono dai monti circostanti e si spandono, per passarvi V inverno, nella pianura, arrivando fin presso le mura di Roma. Nel mio ritorno ne ho incontrato appunto uno che si dirigeva verso Roma : era così numeroso che ingombrava alla let- tera tutta hi strada, ed era diretto e sor- veghato da grossi cani dal pelo lungo, e da pastori a piedi ed a cavallo. Calcolai che fossero circa 3000 pecore, ma un pa- store mi disse che erano quasi 5000 capi di bestiame che venivano dalla Serra e si recavano a Roma. I belati delle pecore e degli agnelli empivano Tarla dei mansueti lamenti che risuonano nella campagna di Roma in ottobre ed in novembre, sì che par di vivere in mezzo ad un grandioso idillio classico.
Intanto ci avviciniamo ad Anag'ni e ci troviamo ai piedi della collina, su cui sorge superba l'antichissima metropoli de- gli Ernici. Dinanzi a noi si apre una porta alta e maestosa, che reca in chua lo stemma della città : un leone sul cui dorso un'aquila affonda gii artigli.
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An'dgnì mi ha sorpreso : abituato alle strade strette dei villaggi della campagna romana, ed alle loro case meschine, ho trovato qui delle lunghe file di fabbricati di bell'aspetto e dei palazzi che fanno pompa dello stile sfarzoso del xvii secolo e che danno al paese l' impronta di una certa agiatezza. Questo aspetto moderno mi sor- prese ed io non riuscii a spiegarmelo che dopo aver studiato la storia della città.
Sono arrivato sulla piazza di Anagni, che ha la forma di un piccolo rettangolo, di cui i due lati più corti son formati da pa- lazzi; delle case di semplice aspetto chiu- dono il terzo lato, un parapetto di pietre cinge il quarto che sorge sulla cresta della collina, di là si scorge la pianura del Sacco, attraverso la quale si svolge tor- tuosamente la via Latina che parte da Val- montone. Essa non tocca Anagni, ma gira intorno alla sua collina e passando per Fe- rentino e Prosinone, giung'e alle sponde del Liri, di là da Ceprano. Il panorama che da questa piazza si gode, è così stupendo che impressiona anche chi abbia visitato minutamente tutta fltalia, dalle Alpi sino al marejonio e al mare Africano. Si scorge hi catena dei monti \^olsci, i cui pendii il- luminati dal sole si vedono così distinta- mente da potercontare le finestre dei \illaggi che vi sono sparsi ; oxuniiue si scorgono le
città dei Volsci, che sono sehiei"atc iungo i monti : Montefortino, la gloriosa Segni, Gavignano, Rocca Gorga, Sgurgola; più in là^ Morolo, Supino, Patrica, dietnj la quale a forma di piramide si leva azzurro e mae- stoso il monte Cacume ; e piìi lontano an- cora le cime seguono le cime, poi altri paesi : qua Ferentino, dietro ad una collina Prosi- none di cui si vede anche il castello. Amara, Pofi, Ceccano, e qualche altro ancora che l'occhio abbraccia in un solo sguardo. Verso Roma si stende l'ampia pianura, coronata dai monti di Palestrina, visibile anch'essa a questa distanza. Si vedono anche i monti Laziali, di modo che da questo punto senza sforzo alcuno l'occhio abbraccia la mag- gior parte del Lazio.
Ben diverso invece è il paesaggio, se si guarda dal lato opposto della piazza, e sol- tanto allora si comprende la posizione di Anagni. La collina, sul margine estremo della quale è costruita la città, appare unita alla Serra, e si stacca da questa con una curva a forma di falce. La roccia è scura, ripida e brulla, e dal paese si sale in una regione selvag-gia, dove è il villaggio di Monte Acuto, un erto e nero castello, che prende nome dalla vicina altura.
Nell'osservare questa posizione non ci si stupisce pili che Anagni sia stata nel medio evo preferita da tanti papi come
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luog^o di rifucrio e di villeggiatura, essendo una cittadina nell'aperta campag-na, posta su di un'altura che ne rende l'aria salubre, mentre le sue rocce e le alte mura la fanno un forte baluardo.
Del resto la città deve la sua impor- tanza storica soltanto al medio evo. Seb- bene sia stata capoluog"o deg-li Ernici, forte tribii del Lazio, essa non ha avuto alcuna importanza al tempo dei Romani, e, dopo essere stata da questi sog-giog-ata, ri- mase sempre una piccola città sottomessa. Anche oggi qualche rovina ci ricorda il dominio romano; qua e là si vedono avanzi di mura ed a nord della città una tìla di archi giganteschi che si appog- giano sull'erta scoscesa della collina. Que- sto caratteristico monumento dei tempi romani offre una vista imponente. Non esi- stono più tracce dell'antica rocca, la quale molto probabilmente occupava il punto dove oggi sorge il duomo. Neppure esistono in Anagni mura ciclopiche, come se ne ve- dono a Ferentino ed a Segni.
Solo verso la fine del xin secolo Ana- gni acquistò importanza, ax'endo avuto la rara fortuna di vedere in un secolo quat- tro de' suoi cittadini ascendere al seggio pontifìcio. Il primo fu Inncìcenzc^ TU, Conti (1 lMcS-r216), il secondo Gregorio IX, Conti (1L^L>7-1L>41), poi Alessandro'lV, Conti (l'J.V)-
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1261), ed infine Bonifacio Vili, Gaetani (1294-1303).
Anche prima però la città era preferita da papi"; sin da quando Roma si era or- dinata a g-o verno repubblicano, parecchi pontefici si rifugiarono dentro le mura di Anagni. Quivi morì nel 1159 Adriano IV, Breakspeare, l'unico inglese che abbia por- tato la tiara, sottraendosi alle pressioni del senato romano per il ristabilimento della repubblica: ivi pure si rifugiarono T illu- stre suo successore Alessandro III ed il successore di questi, non meno famoso, Lucio III.
La città ritrasse molto vantaggio dal- l'aver dato, in sì breve intervallo, quattro papi alla Chiesa; si arricchì, così, di mo- numenti e di palazzi in stile g-otico-romano, stile che prevalse fino al xv secolo in molte parti d'Italia. Anche a Genazzano abbiamo trovato sifiatte costruzioni gotiche ; po- che ne rimangono in Anagni, se si eccet- tua la cattedrale, lo stupendo palazzo mu- nicipale e la casa Gigli.
Il palazzo municipale ha un imponente porticato, che sorregge un solo piano. La strada passa sotto a quei portici come attraverso ad una porta. Sulla facciata si ■. vedono, scolpiti nella pietra, stemmi del medio evo; in mezzo ad essi vi è il busto di un capitano della città, della casa della
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Rovere, appartenente al xv secolo. Nella facciata posteriore del palazzo sono note- voli gli ornati architettonici del corni- cione e le sue finestre, adorne di colon- nette di stile moresco, simili a quelle che si vedono a Rovello, sopra Amalfi.
Il palazzo municipale si è salvato dalla rovina medioevale, ed è qui, con la casa Gig-li, il principale monumento del passato. La casa Gigli, un piccolo fabbricato che ap- partiene certamente al secolo xiv, mi ha ricordato le case di Palermo : essa è qua- drata, con un tetto piatto ed un portico. Questo consiste in due arcate rotonde so- stenute, a] punto in cui si riuniscono, da una sola colonna; sotto di esso si trova una scala esterna di pietra, clie porta nel- rinterno ; questa architettura è ripetuta nel- l'unica finestra, del pari ad arco tondo, con una colonnetta nel mezzo. Sugli archi corre una piccola cornice ondulata, sem- plice ed armoniosa; sopra il tetto sono vasi di fiori che danno all'edificio un ca- rattere grazioso e tutto meridionale.
Dopo aver visitato questa casa, mi son seduto sopra un banco di pietra che stava lì di fronte e mi sono accinto a farne uno schizzo nel mio album : sono stato su- bito circondato da molti cittadini, e nel ve- derli soddisfatti di ciò che staxo facendo, ho compreso che cfuel monumento del pas-
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sato ispira\'a loro un sentimento di org-o- o-]io patriottico. Si son lagnati però meco amaramente di quei quattro papi, loro com- patriotti, che sì poco avevano fatto per la loro città natale, non provvedendola nep- pure di un acquedotto. E' questo vera- mente per g-Ji abitanti di Ana,i>"ni un o-rave danno : essi non hanno altr'acqua da bere che quella delle cisterne, che mi è parsa molto cattiva ; e d'altra parte non sarebbe possibile costruire un acquedotto senza enormi spese, perchè bisognerebbe portarvi l'acqua da monte Acuto, facendole attra- versare una larga valle. « E' A^ero, dice- vano quelli, sarebbe occorsa una grave spesa; ma pensate che sono stati quattro i papi, e se avessero dato qiialcìie cosa per nomo l'opera sarebbe stata compiuta ».
Il duomo di Anagni è costruito sul punto più alto della collina, presso la porta di Ferentino, in mezzo a molti altri edifici, in modo che la sua facciata ed il suo cam- panile isolato non producono quasi nessun eftetto. Questa chiesa è una delle più an- tiche del Lazio, più antica anche della maggior parte delle cattedrali degli Stati della Chiesa, rimontando ai tempi della prima crociata. La fece edificare nel 1074 . Pietro, vescovo della città, della stirpe dei principi longobardi di Salerno, il quale prese parte alla prima crociata come com-
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pag-no d'armi di Boemondo, principe di Taranto. Sulla porta principale del duomo si legge, scolpita nella pietra, la seguente iscrizione :
QUISQUIS AD HOC TEMPL UM TENDIS VENERABILE GRESSUM
MOX CONDITOREM CUNCTORUM NOSCE BOXORUM
CONDIDIT HOC PETRUS MAGNO CONAMINE PRAESUL
QUEM GENUIT TELLUS NOBIS DEDIT ALTA SALERNUS
SIC MISERERE SIBI SUPERI PATRIS UNICE FILI.
La forma dei caratteri di questa iscrizione appare moderna: è forse del secolo xvi, ma lo spirito e l'espressione appartengono certo al tempo in cui la cattedrale fu innalzata.
Quantunque piìi volte restaurata dai ve- scovi della città, la cattedrale ha conser- vato il suo carattere primitivo, gotico-ro- mano. La facciata è di architettura rozza: termina con un frontone pesante, a forma di triangolo, di cui l'angolo superiore è ot- tuso e la base è formata da una semplice cornice. Nel centro si apre una finestra circolare, senza ornamenti, ed al disotto di questa un'altra finestra grande e quadrata, aperta molto probabilmente in un'epoca posteriore. La porta, ve n'ò una sola, ha una cornice d'un gusto mediocre, formata di strisce di pietra ornate di teste di leoni e di tori, rozzo lavoro del medio evo.
Da un sol lato della porta, senza sim- metria e senza ragione alcuna di essere, sorgono due pilastri con capitelli, inca-
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strati nel muro. Al disopra v'è un arco di pietra adorno di semplici arabeschi.
Tutto Tedificio è costruito col tufo cal- careo bruno, fornito dalle montao;"ne vicine. Si vede facilmente che la facciata ha con- servato nelle linee generali la sua forma primitiva, ma che è stata in seguito re- staurata alla men peggio, per necessità.
All'interno il duomo è vasto e bello, non a forma di basilica, bensì costruito in quello stile semigotico, di cui in Roma porge esempio la chiesa di S. Maria sopra Mi- nerva. Ha tre grandi navate ed un coro a volta alto, in forma di croce ; il pavimento, in mosaico, fu eseguito nel 1226, dal ce- lebre Cosma, romano, a spese del vescovo Alberto e del canonico Rinaldo Conti, che salì pili tardi sul seggio papale col nome di Alessandro IV.
Dal coro si discende nella cripta sotter- ranea, veramente bella e degna di una de- scrizione minuta. Consiste in una volta non molto alta, sorretta da colonne ; tanto la volta che il pavimento sono decorati di mosaici colorati, mentre le pareti sono in- teramente ricoperte di antichi affreschi, di- sgraziatamente molto sciupati ed in certi punti addirittura irriconoscibili. Si nota su- bito che essi appartengono ad epoche di- verse, perchè, mentre alcuni dei soggetti biblici che vi sono rappresentati sono di
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un rozzo stile bizantino, altri presentano i caratteri di un'arte piìi avanzata, e vi sono pure alcune belle e g"raziose figure, partico- larmente quelle dell'adorazione della Croce, che sembrano dell'epoca di Cimabue.
In questa cripta è la tomba di S. Magno, patrono della cattedrale, ed un'antica iscri- zione ci fa sapere che nel 1231 lo stesso maestro Cosma fu incaricato di rinnovare la tomba del martire. Così questa famiglia di artisti, che ha arricchito Roma di tante opere preziose, recava pure il suo artistico tributo nei paesi della campagna romana.
Anche nella cappella del coro, nella na- vata posteriore, esiste un monumento ese- guito dai Cosmati, un antico tabernacolo go- tico, poggiato sopra un sarcofago di marmo, la cui forma ricorda a prima vista la tomba del vescovo Consalvo, eretta nel 1298 da Giovanni, tìglio di Cosma, in S. Maria Maggiore di Roma. Non v'è dubbio che an- che questo tabernacolo sia opera sua, ed anteriore solo di quattro anni, perchè Fiscri- zione dice :
IN ISTO TUMULO RE(,)UIESCUNT OSSA D. PETRI EPISCOPI
QUI NUTRIVIT D. BONIFACIUM PAP. Vili. ITEM SUBTUS
OSSA D. GOFFREDI CAJETANI COMITIS CASERTANI.
ITEM OSSA D. JACOBI CAJETANI HIC RECONDITA KAL. AUGUSTI
ANNO D. MCCXCIIII.
Sul sarcofago seniph'cissimo, che rac- chiude le ossa Ji questi membri della fa-
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miglia Gaetani, si scorg-ono le loro armi, ma senza l'aquila, componendosi lo stemma dei Gaetani ordinariamente di uno scudo diviso in due campi, in uno dei quali sono due strisce serpeg-o-janti, nell'altro un'aquila. Nella stessa cappella del coro v'è anche un'altra antichità degma di nota, cioè una antica e bella imagine della Madonna, sotto la quale sta la seg"uente iscrizione :
HOC OPUS FIERI FFXIT DON RAYNALD. PRESBYTER
ET CLERICUS ISTIUS ECCLESIAE.
ANNO DNI M.CCCXXII. MENSE MADII.
Fu dunque un dono fatto dal Conti, quegli che poi fu Alessandro IV.
Pochi altri ricordi di quei papi di x-Vnag'ni rimangono in questa cattedrale. Primi fra questi gli abiti pontificali d'Innocenzo III e di Bonifacio Vili, conservati in un ar- madio della sagrestia. La pianeta d'Inno- cenzo è d' una stoffa turchina, con ricchi e pesanti ricami d'oro, e vi sono tessute figure che rappresentano soggetti del Nuovo Testamento, eseguite con una tale perfezione che si direbbero copie di quadri di Giotto o di frate Angelico da Fiesole, anziché ad un'epoca anteriore. Assai piìi rozzo come lavoro è il pesante piviale di Bonifacio, ri- camato ad aquile e leoni.
Oltre a questi tesori, il sagrestano mi ha fatto vedere delle antiche mitre vescovili e
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dei bastoni pastorali che per le loro biz- zarre ed insolite forme meritano l'atten- zione degli antiquari.
Invano ho cercato busti o ritratti di quei papi : non ve ne sono. Soltanto nel muro esterno della chiesa, in una nicchia o tabernacolo, posta sotto il cornicione, è seduta sul trono la marmorea figura di un papa. JMi fu detto che queir informe statua, che pare un idolo, rappresenta Bo- nifacio Vili.
In tempi posteriori furon collocati nel coro del duomo i busti dei quattro papi, dipinti su tela a forma di grandi meda- glioni, che ora si trovano appesi, ondeg- gianti alTaria, nelle due gallerie del coro stesso; è questa un'idea bizzarra che deve risalire al secolo XMi, e forse anche al XMii.
Prima di lasciare la cattedrale per recarci al palazzo di Bonifacio Vili, \'oglio ricor- dare alcune scene di cui essa fu teatro, scene molto interessiuiti per noi tedeschi, poiché esse si collegano alla storia della Germania, giacche il duomo di Anagni ha avuto grandi rapporti con la casa degli Hohenstaufen. Fu davanti al suo altare che Alessandro 111, nel giovedì santo del 1160, malcdì il grande imperatore Barbarossa ; tu lì che Innocenzo 111 lesse la bolla che sco- municava Federigo il; e fu lì lilialmente che Alessandro IV lanciò Tanalmia contro il
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o-iovane eroe Manfredi. Scene barbare e selvagge del medio evo, scomparse da gran tempo, al pari dello splendore del nostro grande impero e del prestigio del papato stesso.
L'ultimo papa di Anagni fu Bonifacio VITI, della famiglia Gaetani. Chi ignora la sua pri- gionia nello stesso suo palazzo, e la tragica fine che seguì immediatamente la sua libe- razione ?
Nel 1291 la sorte aveva strappato l'ere- mita Pietro da Morone dalla sua profonda solitudine del monte Majella, per innal- zarlo al seggio papale. L'eremita, debole ed inetto, aveva preso dimora a Napoli, di- venendo lo strumento cieco di re Carlo. In- tanto l'ambizioso e risoluto cardinale Be- nedetto Gaetani di Anagni, aspirava alla tiara pontificia. Pietro, o meglio Celestino V, decise di abdicare, e così fece^ cinque mesi appena dopo la sua elezione, fuggendo quindi subito nella sua solitudine. Ma non appena il Gaetani fu eletto papa col nome di Bonifacio Vili, fece arrestare il fuggiasco, lo portò nel suo palazzo di Anagni e da questo poi lo relegò nel vicino castello di Fumone, dove l'infelice eremita finì i suoi giorni.
Bonifacio non aveva dimenticato che i due cardinali della casa Colonna, Jacopo e Pietro, avevano osteggiato la sua elezione, e giurò di umiliare questa potente famiglia.
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Nel 1297 la ruppe con essa per motivi o pre- testi che non importa qui riferire. Ne seg"uì una crociata del papa contro i Colonna; essi fuggirono dinanzi al suo sdegno; i due cardi- nali, privati della porpora, si ritirarono a Rieti e Sciarra Colonna, allora capo della famiglia, si recò in Francia, dove Filippo il Bello lo accolse con piacere, poiché egli era in guerra con Bonifacio Vili, che lo aveva scomunicato e dichiarato decaduto dal trono. Egli decise con Sciarra di sor- prendere Bonifacio in Anagni, dove si tro- vava nell'estate del 1303, e di farlo prigio- niero ; a questo scopo Sciarra si unì a Gu- glielmo di Nogaret, che godeva la fiducia del sovrano. Furono radunati segretamente trecento cavalieri e maggior numero di fanti, e dopo che Nogaret si fu accampato a Ferentino, con alcune truppe pronte ad ogni evento, Sciarra, nella notte del 7 set- tembre, uscì dal vicino borgo di Sgurgola. I ghibellini di Anagni, che erano del com- plotto, gli aprirono le porte ; egli assalì il palazzo Gaetani e penetrò nelle stanze del papa. Bonifacio oppose alle violenze sof- ferte un'eroica dignità. Rimase per tre giorni prigioniero di Sciarra e di Nogaret che lo minacciarono di morte, intimandogli di scen- dere dal trono papale come egli aveva co- stretto a scenderne l'infelice Celestino. In- tanto il cardinale Luca Fiesco incitava i>ii
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abitiinli di Aliatili a liberare il papa, loro concittadino, dalle mani di quella turba fu- ribonda. Il popolo die di pio'lio alle armi e cacciò 0-] 'invasori dal palazzo. Poi ricon- dusse a Roma il papa liberato, che \'i morì ril ottobre per T ingiuria patita e per la rabbia.
I cardinali suoi concittadini, membri della Curia, avevano tradito Bonifacio. Quando poi fu eletto a suo successore Benedetto XI, questi lanciò una bolla contro coloro che avevano perseo-uitato Bonifacio, ed ebbe ad esclamare : « La stessa sua patria non lo pro- tesse ; il suo palazzo non oli servì di asilo ; la pili alta dig'nità della Chiesa è stata in- sultata ; la Chiesa ed il suo Sposo sono stati avvinti dalle catene. Quale luogo potrà d'ora innanzi offrire sicurezza? Quale asilo resta ancora inviolabile, se lo stesso papa di Roma è stato offeso nel suo? Delitto abbomine- vole, sacrilegio inaudito ! Guai a te, Anagni, che hai lasciato compiere un tale misfatto fra le tue mura ! Non cada piìi sopra te ne rugiada, ne pioggia, cada invece sugli altri monti, e l'una e V altra sfugga te che hai as- sistito alla caduta dell'eroe senza impedirla, ed hai tollerato gli fosse fatta violenza! ».
La maledizione di Benedetto XI non pesa più oggi sopra la città di Anagni ; ma nel- l'anno 1616 gli abitanti superstiziosi si cre- devano ancora sotto T influsso di quelle ter-
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ribili parole. Allorché in quel tempo il fa- moso viaggiatore Leandro di Bologna visitò la città, la trovò un mucchio di macerie e lo stesso palazzo dei Gaetani in rovina ; la tremenda guerra della campagna romana, condotta dal duca d'Alba, aveva devastato tutta la contrada, e gli abitanti di Anagni, ridotti alla miseria, narrarono al bolo- gnese, piangendo, che dal giorno in cui Bonifacio era stato tradito fra le loro mura, erano stati oggetto di continue ca- lamità.
Ho cercato in Anagni il luogo dove si svolse questo dramma, che pose fine, con Bonifacio Vili, alla potenza universale del papato, fondata da Gregorio VII : ma il pa- lazzo Gaetani è stato distrutto da molto tempo, e quello a cui ora gli abitanti di Anagni danno tal nome, è un edificio mo- derno del marchese Traetti, che sorge sulle fondamenta di quello stesso palazzo, sul mar- gine della collina, non lontano dal duomo, col quale mi fu detto che l'antico palazzo avesse comunicazione. Nel cortile esisto-, no ancora antiche mura della residenza di Bonifacio VIII, e dietro 1' attuale edi- fizio sono le rovine grandiose di un'an- tica loggia, di cui rimangono ancora tre grandi archi, appoggiati alla collina. Ai piedi di questa sorge una grande mura- glia di antica costruzione, che mi si è
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detto essere un avanzo delle stalk- di Bo- nifacio VITI.
Trovai anche qui, come altrove, che il presente ha mag"^ior diritto alla nostra at- tenzione che non il passato, perchè alla vista dello stupendo paesa^^'^^'io che si sten- deva dinanzi ai miei occhi dimenticai su- bito la storia di Bonifacio. Di lassia si scorg'e una selvag"gia reg^ione sassosa, di aspetto severo, sulla quale sorge solitario un tempio dorico, di costruzione mo- derna, che è il camposanto di Anagni. Più in là si leva maestoso il bruno monte Acuto. Salendo per pochi passi la collina si scorge alla distanza di sei miglia al più una rupe grigiastra e sel- vaggia, sulla quale, in triste abbandono, sorge un cupo villaggio. « È Fumone ! » mi disse una donna che passava ; e sog- giunse con disprezzo : « Ouaiido Finuoìie fuma la campagna trema ». Non a\endo compreso questo proverbio, gliene chiesi il senso, ma la donna non mi seppe ri- spondere che questo: « Guardate, guar- date come è misero! Là vi si muore sem- pre di fame! ».^ Quello era dunque Fumone, dove fu rinchiuso Celestino V, l'unico Papa
' Fumone sta sulla sommità di un alto e nudo monte conico spesso avvolto pel contrasto dei venti tra le nubi, quasi come tra fiumi. Di qui quel detto poiché gli abitanti dei dintorni riguardano quelle nubi come sicuro pronostico di temporale. fX. d. T.J.
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che abbia abdicato, di cui tutta la storia è un romanzo, quanto tutto il medio evo.
Qui debbo ricordare un curioso incidente. Avevo tratto di tasca, per osservare Fumone, un cannocchiale guarnito in metallo lucido, quando per caso lo rivolsi su uh giovanetto che stava sulla strada, a poca distanza da me. Il ragazzo gettò un grido e fuggì in preda allo spavento. Al suo grido accorsero uomini, donne e fanciulli, domandando cosa fosse accaduto : questa scena mi ha ricor- dato quell'altra ridicola di Genazzano, dove con un semplice libro sparsi il terrore come mago.
Abbiamo ormai visto e parlato di tutto ciò che v'è di notevole in Anagni, e pos- siamo lasciare questa città. Ogni interesse per essa cessa con Bonifacio, se non termina con lui anche la sua storia, poiché dopo di allora, due sole volte Anagni è ricordata, e cioè nel 1378, allorquando, dopo reiezione di Urbano VI, i cardinali francesi avver- sari del partito romano, \i si rifugiarono per eleggervi un antipapa dando origine af grande scisma, e nel 1556, allorquando i soldati del duca d'Alba la distrussero du- rante la guerra dclhi campagna.
Questa rovina spiega il suo aspetto mo- derno. Ora ò una città morta di òOOO abi- tanti, fieri ancora delle loro memorie, dei loro Papi e delle loro famiglie patrizie. Fra
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queste se ne eontano ancora diadici, le co- siddette dodici stelle di Ana^-ni, ed ancora esistono quelle dei Gaetani e dei Conti, i più antichi di stirpe. Nuove famiglie si sono ag'O'iunte a queste, fra le quali mi è orrato ri- cordare la gentil famiglia degli Ambrogi.
I MONTI ERNICI
(1S5S)
' H CI u u n u u u U UU '
I monti Ernici.
(1858).
Vi sono nella campagna romana alcuni luoghi speciali che per la loro antichità, o per la bellezza dei dintorni, o per le qua- lità caratteristiche delle popolazioni, o per i monumenti, invitano il forestiero a visi- tarli. La regione di cui mi accingo a par- lare è appunto uno di questi luoghi, e ap- partiene alla Legazione di Prosinone, sten- dendosi sopra il fiume Sacco, sulle pendici dell'Appennino. Le principali città di questa regione, degli antichi Ernici, sono Ana- gni, Ferentino, Alatri, Veroli e Prosinone, paesi tutti più antichi di Roma, le cui ori- gini risalgono ai tempi favolosi di Saturno ed a quelli dei Ciclopi.
Era mio proposito visitare non solo le città, ma arrampicarmi anche su per i monti, per vedere la bella e famosa Certosa di Trisulti, e nelle sue vicinanze la rinomata
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grotta di Collepardo, nonché lo strano poz- zo nelle rocce di Santulia, a torma d'im- buto, detto « Fonte d' Italia », del quale molti parlano ma pochi si recano a visitare.
A cavallo, in compao-nia di un bravo cam- pagnolo, certo Francesco Romano, che ave- vo preso meco come guida e come servo, la- sciai Anagni prendendo un'amenissima \ia.
vSccndendo la collina su cui sorge Ana- gni, ad una distanza di circa otto miglia, si scorge Ferentino, che si presenta come un paese di una certa importanza, collo- cato in cima all'ampia ed estesa vetta, di un colle le cui pendici sono verdeggianti di vigneti e di giardini, mentre sulla cima sorgono pittorescamente nere torri medio- evali, chiese e conventi. La via Latina sa- rebbe molto monotona sino a Ferentino se non fosse animata dal continuo passaggio dei Ciociari^ e qui se ne incontrano molti, perchè la via Latina serve pel trasporto a Roma non solo dei prodotti di queste con- trade, ma anche di quelle dei confini napo- letani, e gli Arpinati, compatrioti di Cice- rone e di Mario, son soliti portare il loro bestiame al mercato della città eterna.
Incontrai molte comitive di gente di quei paesi e file di carri pesanti e grossolani, con due enormi ruote, detti barocci, tirati da buoi bianchi, dalle corna lunghissime. Alcuni di questi barocci erano carichi di
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sacchi di grano, altri di lana, la mag-gior parte però portavano ceste di polli. I cam- pagnoli che li conducevano facevano ve- ramente una splendida figura coi loro cap- pelli a punta, le lunghe giubbe rosse ed i sandali di rozzo cuoio.
Quando giunsi a Ferentino speravo nella gentilezza di una famiglia del paese per la quale mi avevano dato una commissione. Un giovane di mia conoscenza, impiegato nel tribunale di un paese della Sabina, dove mi ero trattenuto a lungo, aveva la sua fidanzata a Ferentino, e siccome questa te- nera relazione si era da qualche tempo raf- freddata, egli desiderava riannodarla e non avendo potuto accompagnarmi nella mia gita, come sarebbe stato suo desiderio, mi aveva pregato di far la parte di Galeotto, o meglio di messaggero d' amore, cosa a cui mi ero volontieri prestato. Mi aveva dunque consegnato una epistola elegante- mente scritta per la sua bella, raccoman- dandomi di non consegnarla all'amica in presenza di suo fratello prete, ma con ogni segretezza. Appena sceso all'albergo, mi recai alla casa indicatami : la bella e gra- ziosa fanciulla stava appunto alla finestra. Salii le scale e tro\'andomi solo con lei nella prima stanza, senza scorgere l'ombra di un prete, le feci prima di tutto i saluti del- l'amico nella miglior forma possibile, poi
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tirai lliuri la lettera e elicla cnnse<4nai. La poveretta era visibilmente imbarazzata : prese la lettera, e divenuta pallida, poi rossa, senza dire una parola, entrò nella stanza vicina e di lì a poco riapparve pregandomi di entrare. Appena entrato mi trovai di fronte al prete, che sta\'a coricato in un letto tutt'altro che pulito : egli aveva in mano ^a lettera d'amore, che stava leggendo atten- tamente.
Capii subito Cile la povera rag'azza stava sotto la dispotica influenza del fratello; che brutte scene dovevano esser accadute in quella casa e che la giovinetta non aveva la forza morale di sottrarsi alla dura_ tiran- nia del reverendo. Questi, che avrebbe potuto essermi molto utile per darmi infor- mazioni sulla storia e sulle cose piìi note- voli della città, mi accolse con molta fred- dezza e con una certa inquietudine, ed io la- sciai poco dopo la casa, dolente di avere con la mia intromissione confuso maggior- mente le fila di quell'innocente intrigo amo- roso. Per fortuna trovai altre persone che si offrirono di servirmi di guida in Feren- tino, e così potei visitare in lungo ed in largo quest'antichissima città del Lazio.
Ferentino, anche oggi importante sede vescovile, si compone di un laberinto intri- cato di strade, per la maggior parte strette, interrotte qua e là da qualche piazza. La
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tranquillità tutta campestre, la mancanza completa di movimento commerciale, la so- litudine che reg-na su quasi tutte le case, danno al paese un' impronta tutta medioe- vale, mentre qua e là tronchi di colonne, avanzi di sepolcri, frammenti marmorei, coperti d' iscrizioni romane, ricordano Tan- tichità classica.
Mi posi a sedere in una piccola piazza quadrata, che dà sulla campag"na da dove si o'ode lo splendido panorama del paese dei Volsci, e non tardai a provare un senso dì profondo benessere. Guardavo le donne che si affollavano intorno ad un'antica cisterna medioevale, calando _:^iù, l'una dopo l'altra, il loro secchio di latta legato ad una corda; lavoro assai noioso e faticoso, ma inevi- tabile, perchè a Ferentino, come in quasi tutte le città del Lazio, mancano fontane. Spesso in queste regioni il viaggiatore dura fatica a scuotersi da quel torpore, da quella pigra contemplazione a cui lo invitano il caldo estivo e l'alta quiete che lo circonda. In quella strana e pur familiare solitudine si ridestano sensazioni già altra volta provate, e ciò che giace in un lontano pas- sato ritorna con dolcezza alla mente come avvolto nell'ombra.
Uno sguardo ad una iscrizione romana vicino a me bastò a richiamarmi alla realtà ricordandomi l'intenzione che avevo
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di visitare le antiche mura di I^^ercniino, Come molte città del Lazio essa era in origine circondata da mura ciclopiche e sul punto più alto delhi collina sorgx-va la rocca ugualmente fortificata. Non fa mera- vio'lia che sussistano ancora notevoli avanzi di quelle opere gigantesche, frutto di una civiltà, della quale non si hanno altii in- cordi, ma che dovette essere straordina- riamente avanzata; reca piuttosto stupore che costruzioni di tal fatta abbiano po- tuto essere in parte rovinate. In molti punti quegli enormi massi sono spostati, in altri furono sostituiti con muri ro- mani, ed in altri intìne si riconoscono co- struzioni del medio evo, nel così detto stile « saracinesco », in modo che con un solo sguardo si vedono riuniti su di un piccolo tratto di muro i caratteri di tre diversi periodi di civiltà, gli uni dagli altri tanto diversi. Meglio che in qualunque altro luogo si può fare questa osservazione pres- so la porta di Prosinone e presso la me- ravigliosa porta Sanguinaria, di struttura ciclopica, che fu da prima ridotta ad arco dai Romani, quindi deturpata da misere co- struzioni medioevali. Le fondamenta però, sino ad una certa altezza, sono costituite tuttora da massi ciclopici voluminosi, ir- regolari, meravigliosamente congiunti fra loro.
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L'antica rocca di Ferentino merita di essere visitata; essa pure è circondata di mura come la città, e sorge in cima ad una collina rocciosa e in origine era inte- ramente cinta da mura ciclopiche. All'e- poca romana vi era una fortezza turrita, le cui fondamenta costruite con grosse pie- tre quadrate esistono ancora. Questa rocca dovette essere inespugnabile, ed anche oggi si potrebbe con poca fatica render tale questa forte posizione. Durante V impero romano vi dimorava il prefetto di città e nel medio evo sostenne più assedi. Si scorgono tuttora all' estremità del piano, in cima alla collina, gli avanzi del ca- stello superiore e specialmente due torri mozze, che certo sorgevano ai due ti anelli di una fortezza quadrata : esse sono di un eftetto straordinariamente pittoresco.
In quasi tutte le città del Lazio si os- serva che le cattedrali furono costruite là dove prima sorgevano gli antichi castelli, e non si potè troxarc per esse luogo piili adatto. I vescovi fabbricarono anche ge- neralmente a fianco delle cattedrali i loro palazzi, trovandosi così situati in modo da dominare la città. II vescovato di Feren- tino è uno fra i pii^i antichi dei dintorni, e quelli che lo fondarono, furono ben consi- gliati a scegliere la rocca, riducendo cosi ad uso di abitazione del \csco\o l'antico
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palazzo del prefetto, mcntic il duonnj venne costruito con i materiali de<4Ìi antichi mo- numenti.
Appena entrati in città da porta Ro- mana, lavoro di meravio^liosa solidità di co- struzione, ci si trova vicinissimi al duomo ed al palazzo vescovile che g"li soro^e a lato. Siamo in pieno medio evo. La chiesa è piccola, ma ben pi-oporzionata, ricca di iscrizioni e di frammenti di meravio-ìiose sculture, alcune delle quali si fanno risalire al X secolo ; queste sculture sono incastrate parte nel muro, parte nel pavimento. Il pa- lazzo vescovile è un miscuglio di vari stili architettonici, e pare un piccolo castello deserto.
A Ferentino vi sono alcuni monumenti medioevali specialmente degni d'attenzione, fra gli altri ricorderò almeno la graziosa chiesa di S. Maria Maggiore. Essa si trova in fondo alla città su di una piccola piazza, ed è una delle opere piìi perfette nello stile gotico-romano del secolo xi\' o x\' che esi- stano nel Lazio. Le chiese di Fossanova e di Casamari, che non ho ancora visitate, devono essere simili a questa nello stile. Sebbene mi occupi particolarmente dei mo- num?nti del medio evo, e la mia atten- \ zione sia specialmente rivolta alle iscri- zioni che appartengono a quell'epoca, non trascurai però di farmi condurre a visitare
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le antichità romane, sparse qua e là per il paese. Però esse non sono molto impor- tanti. Sotto questo rig-uardo Torg-oglio di Ferentino è il così detto « Testamento », ed io dovetti arrampicarmi faticosamente sulle rupi, tra le siepi spinose di una vigna, per arrivare a questa meraviglia, e vidi finalmente dinanzi a me una grande lapide scolpita nella pietra viva. Una lunga iscrizione in caratteri elegantissimi informa che Aulo Quintilio, quatorviro ed edile, era stato benefattore della sua patria, avendo a questa lasciato per testamento tutto il patrimonio, e che la città riconoscente gli aveva decretata l'erezione di una statua da collocarsi nel foro.
Quando, stanco di questa gita, feci ri- torno alla mia locanda, presso la porta di Prosinone trovai una grande confusione. Erano proprio in quel giorno terminati gli esami nel ginnasio e parecchie agiate fa- miglie delle città dei dintorni erano ve- nute a ritirare i loro figli, per condurli a passare a casa loro le vacanze autunnali. Padri, madri, ragazzi, avevano invasa tutta la locanda, e l'impetuosa gioia dei vecchi e dei giovani era senza limiti : gli uni par- tivano, gli altri pranzavano, altri ancora si prepara \-ano a passarvi la notte, di modo che con grande fatica riuscii a conservarmi la camera che avevo già fissato. Riposare
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fu impossibile, perchè- tutta hi notte le donne, i ragazzi, i servi stettero in conti- nuo movimento. Quando poi nel cuor della notte questo chiasso infernale si fu acquie- tato, cominciarono nella via canti festosi e straordinariamente sonori.
Erano gruppi di pellegrini che, approtìt- tando del fresco notturno, s'incamminavano verso non so qual santuario. Le loro litanie, echeggiando nella quiete della notte, pro- ducevano un'impressione profonda. L'udire quei canti nel silenzio solenne della notte invita a pensare, poiché la fantasia segue i passanti che non vediamo e di cui non sap- piamo nemmeno donde vengano e dove siano diretti. Era appena passata una com- pagnia, che in lontananza si udivano gli Ora prò ìiobis di un'altra, che passando davanti alla casa si allontanava per esser seguita ancora da un'altra, e così trascorse tutta la notte.
Finalmente fui felice di veder spuntare il giorno, ed il sole era ancora nascosto dietro ai monti che attraversavo a ca- vallo la città per recarmi ad Alatri. La strada era magnifica : prima passava in mezzo a vigneti, poi si faceva piìi aspra e selvatica traversando una regione mon- V tuosa, ombreggiata da annosi castagni e rallegrata da parecchi ruscelli. Ma avan- zando, la strada si fjiceva più cattiva
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ed il paesag'g'io più deserto, tinche ar- rivai ai piedi di una collina a forma di cono, in cima alla quale in un luogo cupo e malinconico sorg'evano alcune torri sg-re- tolate e mura cadenti. La vista inaspet- tata di questo castello mi sorprese piace- volmente ; Tavevo già contemplato con desi- derio ad Anagni e non sapevo che andando ad Alatri vi sarei passato così vicino. E' l'antico Fumone, il carcere di Celestino V. Qui egli morì il 19 maggio 1296, dopo una penosa prigionia di dieci mesi, nella tarda età di 81 anno.
Nel contemplare Fumone pensai che non sarebbe stato facile davvero trovare un luogo di esigilo piia triste di questo. Non fu certo però la solitudine che maggior- mente addolorò quel prigioniero, che aveva passato la sua vita fra le spelonche in luo- ghi selvaggi.
Dovetti contentarmi di guardare que- sto castello sospeso sulla mia via, simile ad un nido di briganti. Proseguii la strada ai lati della quale si ergevano due alti monti ed una terza altura chiudeva l'oriz- zonte. Giunto in cima a questa mi si pre- sentò dinanzi un panorama sublime. Di lassù si scorgc\'a il più splendido paesag- gio degli Appennini ; colline e pianure si alternavano e dietro si stendevano catene di alti monti su cui, in lontananza, si scor-
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g-evano borofhi e città, fra le quali \'ico e Guarcino.
La strada scendeva quindi dolcemente nella fertile campag-na di Alatri, e final- mente dopo aver girato una collinetta vidi dinanzi a me questa interessante città. Ca- valcando attraverso mura annerite dal tempo, in un meraviglioso mattino d'estate, fui rallegrato dall'aspetto vivace della città, ricca di splendidi palazzi che dimostrano una fiorente vita cittadina nel passato. Non avevo ancor visto una città di così bel- l'aspetto nei monti del Lazio e non ve n'è altra che abbia un'architettura di stile così spiccatamente gotico-romano.
Alatri è il centro principale d' industria e di commercio dei monti Ciociari, vi si fabbricano stoffe, tappeti, coperte di lana, e quelle giubbe e quei cappelli a punta che sono tanto in uso in tutto il Lazio. Il giorno in cui vi arrivai, c'era mercato. Le strade e le piazze, ingombre delle frutta d'agosto, fichi, pesche, albicocche e grosse pere, offrivano un lieto spettacolo, ed erano gremite di gente. I montanari, alti, nerbo- ruti, con le loro giubbe scarlatte, coi san- dali e i cappelli di feltro a punta ornati di fiori, mi ricordarono che mi trovavo nel Latinm ferox di Virgilio, i cui abitanti robusti ed energici hanno conservato du- rante tutto il medio evo il loro carattere.
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Le strade sono quasi tutte strette, oscure e cupe, tutte le case essendo costruite in tufo scuro, di rado imbiancate con la calce. Rimasi stupito di trovarne buon numero che avevano l'aspetto di palazzi, nome che vien dato nelle città romane ad ogni casa, che abbia un portone, tanto più se appar- tiene ad antica famiglia patrizia. In Alatri dovettero essere dunque moltissime le fa- miglie nobili che fiorirono durante i se- coli XV e x\i, giacche la maggior parte dei palazzi della città appartiene a quel- l'epoca. Hanno generalmente il tetto piatto, molto sporgente, e la facciata in massi quadrati tagliati molto regolarmente in pie- tra calcarea, il cui colore scuro produce un bellissimo effetto. Le porte sono di archi- tettura gotica, ad archi snelli ; ne osservai sei in un bel palazzo ; su di esse posava un cornicione di squisito disegno e sopra que- sto erano sei finestre di splendide propor- zioni. Tutte le finestre in Alatri sono di stile gotico-romano, molto simili a quelle degli antichi campanili di Roma, e sono formate da due archi divisi nel mezzo da una co- lonnetta.
Questo stile architettonico dà un carat- tere imponente alla città. Alcuni edifìci mi richiamarono alla memoria quelli del pe- riodo delle repubbliche toscane, quella di Siena specialmente. Il palazzo jacova/zi si
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disting-ue da<4li altri per la sua altezza e per la severità della facciata in stile se- mig"otico: è ora pi"(jpi'ictà e sede del Mu- nicipi(x
Da Roma ero stato raccomandato ad una delle famigiic più distinte di Alatri che per ricchezza e per influenza aveva avuto una parte importante nella storia della città.
Appena arrivato cercai subito il palazzo Grappelli, e trovatolo, mi accorsi che me- ritava veramente la denominazione di pa- lazzo. Un'ampia corte interna, belle scale in pietra, un salone magnitico, dove era stato eretto un teatrino, molte stanze con soffitti dipinti e pareti adorne di affreschi, ed infine in mezzo ad alcune costruzioni la- terali in pessimo stato, una torre in rovina rivelava che un tempo vi era una fortezza e che quel palazzo era stato la residenza di ricchi signori. Oi*a però tutto era in stato di completo abbandono e le stanze povera- mente mobiliate e con reliquie di tempi mi- gliori. Mi si assicurò che questa famiglia, al pari di molte altre della città, era caduta in gran miseria. Ma la gioventù che vidi in questa casa era tutta fiorente di vita e di salute, ed ammirai con piacere le vivaci ■ fanciulle cresciute magnificamente in quella fresca aria montanina. Esse facevano a meno volentieri dei noiosi divertimenti di
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Roma e, sempre in moto, animavano colla loro alleoTÌa le piccole riunioni cittadine ed alla sera si divertivano giocando e ballando.
Quando chiesi quali fossero le cose più notevoli di A latri, mi raccomandarono in modo particolare la chiesa di Santa Maria Mag.g'ioree le mure ciclopiche, che in fondo erano state lo scopo della mia g"ita. La chiesa, situata in una piazza circondata interamente da costruzioni medioevali, è piccola e in stile gotico-rom;jno. Aveva in orio'ine due campanili, ma ora ne ri- mane in piedi uno solo che forse non fu mai finito ed è mezzo roxinato. Le fine- stre sono ad archi romani. Una facciata assai irreo-olare, con tre porte di architet- tura gotica, produce una strana impressione, perchè nella porta di mezzo si apre una finestra circolare che non va affatto d'ac- cordo col resto dell'edificio. Il rosone di questa finestra è guarnito di vetri dipinti.
La cornice della porta ha un ornato di foglie di acanto, ed il suo arco riposa so- pra un gruppo di colonne. Entrando in chiesa rimasi deluso perchè, sebbene le tre navate composte di quattro grandi archi siano di stile semigcìtico, tutto l'interno ap- pare guastato da un cattixo gusto moderno, coperto di falsi marmi e dipinto fin sulla volta a croce con \ariati coKtri com'è di
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moda ora a Roma. La naxata di mezzo è ora rischiarata a ciascun lato da una finestra a rosone, ed anche la tribuna ri- ceve la luce da un'altra finestra simile. Invano cercai antiche sculture: l'unica che meriti qualche attenzione è il battistero, una vaschetta sostenuta da tre cariatidi, lavoro assai grossolano del medio evo.
Mi recai subito alle mura ciclopiche. Al pari di Ferenti fio. Alatri era in origine cir- condata da queste mura, ma quelle intorno alla città sono quasi completamente rovi- nate; solo le mura della così detta rocca, si sono conservate meraviglioso monumento di quell'epoca, di cui non trovasi l'eguale in tutto il Lazio. La sola vista di queste mura, che possono sostenere il paragone con le più gigantesche dell'Egitto, basta a compensare ampiamente della fatica del viagg'io.
L'antica rocca di Alatri (chiamata ora « Civita » quasi città per se stessa) è sulla collina più elevata, attualmente vicino al duomo, giacche, come a Ferentino, la cat- tedrale e il vescovato si appoggiano alla vetusta fortezza. Questa collina, sulla cui cima spianata si erge il duomo, è intiera- mente circondata, sostenuta e quasi ri\e- >stita di mura ciclopiche, alte da 80 ;i 100 piedi. Allorquando mi trovai dinanzi a quella nera costruzione titanica, conser-
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vata in ottimo stato, quasi non contasse secoli e secoli, ma soltanto anni, provai una ammirazione per la forza umana, assai mag- giore di quella che mi aveva ispirata la vi- sta del Colosseo. Perchè in un periodo di maggiore cultura, con mezzi meccanici ben superiori, si capisce come si dano potuti edificare il Colosseo, le Terme di Cara- calla e di Costantino ; senza chiedere troppo alla forza degli uomini, perfino le mura di Dionigi a Siracusa, e perfino le opere piìi grandi che in questo genere io abbia mai veduto fin qui non destano tanta me- raviglia.
Qui vediamo dinanzi a noi mura co- lossali di cui ogni pietra non è un grosso pezzo quadrato, ma un vero macigno di forma irregolare, e se ci domandiamo me- ravigliati con quali mezzi si siano potuti collocare tali massi gli uni sugli altri, si arriva ancor meno a comprendere come sia stato possibile incastrarli gli uni negli altri, in modo da non lasciare il minimo interstizio, producendo l'effetto di un gigan- tesco mosaico lavorato con la massima precisione.
La tradizione attribuisce questo genere di costruzione degli antichissimi tempi la- tini, ai tempi di Saturno, e li sbalza addi- rittura fuori del periodo della ci vi Ita sto- rica. Però la scienza, che in Italia si occupa
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tanto di riceivhc- intui'in^ ao'Ii Indo-Gcrmci- nici e ai PeJasg-i, è costretta a confessare di non saper nulla intorno a quei popoli che hanno costruit(j quelle opere colos- sali. La loro vista sola basta a con\in- cerci che una razza che potè costruire tali mura, doveva già possedere un'impor- tante cultura e lego-i ordinate.
La vicinanza tra di loro di queste città ciclopiche sparse per tutto il Lazio dimo- stra che in tempi antichissimi esistette in questa regione un gran numero di re- pubbliche o comuni autonomi di cui igmo- riamo le scambievoli relazioni, ma dalla costruzione di tali immense fortificazioni possiamo dedurre come esse fossero con- tinuamente in guerra fra loro, ed esposte soprattutto alle invasioni dei malviventi per le loro posizioni isolate e malsicure. Se si volesse stabilire una proporzione esatta fra la forza degli uomini e le di- mensioni delle loro opere, si dovrebbe supporre essere stati giganti coloro che costruirono quelle mura, o che le assalta- vano con nemico furore, ma queste costru- zioni appartengono al periodo delle opere colossali, con le quali s'iniziò la civiltà u- mana presso tutti i popoli ed in tutte le parti . del mondo, finché poi dalla grandezza ma- teriale salì a quella che con mezzi perfe- zionati produce opere belle ed artistiche.
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Non si dovrebbero far risalire queste opere ciclopiche a tempi remotissimi ; forse fu- rono costruite nel Lazio dopo la fondazione di Roma. Non è molto g-rande il passo che separa queste costruzioni di massi irrego- lari da quelle più regolari deg"li Etruschi e dei Romani.
Si usciva dalle mura di questo Campi- dog'lio deirantica Alatri per una porta prin- cipale tuttora esistente : un' immensa co- struzione in pietre disposte orizzontalmente; oltre a questa vi è un'uscita secondaria e, nel muro esposto a mezzogiorno, vi sono tre nicchie quadrate che fanno supporre vi fossero collocate le statue degli Dei, men- tre si può ragionevolmente ritenere che un ciclopico avanzo nel centro del castello fosse l'altare su cui erano offerti i sacri- fizi solenni.
Fino al 1843 queste mura erano mezzo sepolte fra le macerie e le piante rampi- canti e non vi era una strada che permet- tesse di farne il giro. Una visita di Gre- gorio XVI fece nascere negli Alatrini la felice idea di liberare da quegli ingombri queir impareggiabile monumento della più remota antichità. Duemila uomini lavora- rono dieci giorni per sgombrare i rottami, e C(ìsì TAcropoli fu non soltanto liberata dalle macerie che la deturpavano, ma prov- vista di una strada che ne fa il sriro e si
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chiama via Greg-oriana. In quel tempo fu- rono pure riaperte la porta principale e la salita che conduce alla piazza del castello, che è larg'a e bene spianata ed ora è cinta da un parapetto di pietra, che s' in- nalza sopra le mura ciclopiche, e, sic- come non vi è altra costruzione che il duomo, vi si gode liberamente un' am- pia \'ista del paesaggio montuoso. Il colpo d'occhio è splendido ed affascinante per la sua estensione e bellezza, ed io non tenterò nemmeno descriverlo od anche sol- tanto accennare alla linea dei monti che, nel luminoso cielo turchino, si stendono sopra l'amena campagna. In tale quiete perfetta, anzi in quella completa solitudine, in quei luoghi misteriosi, testimoni di un'an- tichissima civiltà, si prova vivamente l'im- pressione del sublime. Non parlerò nem- meno del piccolo duomo che sorge solita- rio da un lato della piazza con un bizzarro campanile ed una facciata che appartiene al secolo xmii. Una larga gradinata di pietra conduce alla porta della chiesa. Purtroppo neir interno tutto è rimodernato, e con di- spiacere dovetti riconoscere che, anche nei luoghi piia remoti del Lazio, la falsa am- bizione dei preti e dei comuni ha gua- stato, restaurandole, le venerate reliquie dell'antichità. La mania di seguire la moda che distrugge a poco a poco i costumi na-
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zionali, si attacca dovunque, anche ai fab- bricati, che rimoderna con facciate senza stile, e ne g-uasta V interno con pueriH pit- ture dai colori stridenti come nella Roma moderna, dove per mancanza di gusto si g-areg'gia coi Siciliani.
Girai per le strade di Alatri e la città mi piacque sempre pii^i. Essa è circondata da giardini abbastanza ben coltivati, e nel- r interno una vita vivace ed operosa rivela un'agiata condizione economica e, siccome in tutti questi luoghi dalla qualità del pane e del vino, come alimenti principali^ si può con ragione dedurre quali siano le condi- zioni economiche del paese, mi persuasi che gli Alatrini non soffrono miseria. Non mi ricordo di essere stato importunato ad A latri da nessun mendicante, come suc- cede nella Sabina e nei monti Albani, dove essi vi seguono a frotte. Però i prigionieri domandano l'elemosina dalle hnestre del loro carcere, spettacolo che, del resto, si può a\cre in quasi tutti i dintorni di Roma. Mentre il nostro rigoroso sistema di pri- gionia usa d'isolare piia che sia possibile i carcerati dal resto del mondo, murandoli anzi nelle loro celle, come se fossero appe- stati, qui la tolleranza meridicMiale concede loro molta libertfi.
Nelle città del Lazio udivo spesso i pri- gionieri cantare le più allegre canzoni die-
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tro le loro inierriiilc, o rispondere ai ri- tornelli cantati nella strada o li vedex'o rac- contare a g'esti storie che un Ibrestiere non poteva certamente capire. Oia persino la questua è loro permessa in carcere. Questi delinquenti, spesso condannati al- l'ozio per lievi mancanze, sporg'ono fuori dell' inferriata una lung'a canna cui, per mezzo di un lilo, è assicurata una borsetta. Si vedono sempre due, tre, quattro di que- ste borse in movimento, ed i prigionieri sembrano dei pescatori i quali colla più grande tranquillità d'animo tengono la loro canna in mano per tirarla su quando il pe- sce ha abboccato all'amo. Così le borsette vuote dondolano nell'aria e, se qualcuno passa davanti alle prigioni, canna e bor- setta gli calano immediatamente davanti al naso ed il carcerato chiede vi si metta una moneta per amore della Madonna. Gra- disce anche un sigaro, che fumerà con piacere dietro le sbarre di ferro, ma se gli riesce di carpire due baiocchi manderà su- bito a comperare del vino o ciò che desi- dera. Non potevo trattenermi dal ridere osservando questa classica arte di mendi- care e ripensavo sempre alla leg'genda che racconta come Belisario domandasse l'ele- mosina ai passanti dalla hnestra della sua prigione. Questa favola dimostra, se non altro, quanto sia antica questa tolleranza,
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e forse anche negli antichi tempi romani i prigionieri sporgevano dalle finestre del loro carcere canne simili a queste.
Partii da Alatri per recarmi a visitare la famosa grotta di Collepardo, di cui avevo sentito tanto decantare le bellezze. Un vero sentiero di montagna conduce lassìi, per- chè alla distanza di poche miglia dalla città la natura del terreno cambia asso- lutamente carattere, ogni coltura scompare e si giunge alla montagna attraversando la selvaggia solitudine d' ignude rocce cal- caree di color rosso.
Un carbonaio del piccolo villaggio alpe- stre di Collepardo, che aveva deposto il suo carico ad Alatri, e che avevo incon- trato per caso, fu il mio compagno e la mia guida attraverso quei monti e, quan- tunque il suo rozzo dialetto fosse un po' difficile per me, ascoltavo volentieri i suoi racconti sulla vita povera ma contenta che conduceva nel suo paesello.
Le rupi erano sempre pii^i erte e sco- scese, la \'alle si anda\a facendo pii^i roman- tica e selvaggia, eravamo giunti al torrente Cosa, che scorre impetuosamente attra- verso quei monti. Le sue acque di una tinta verdognola come quelle dcll'ìnn nell'Enga- dina, abbondano di trote.
Questo torrente si può chiamare l'unica vena di \ ita della montagna, perchè la sola
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uno-usta strisciii di coltura in quel deserto di rupi si trova sulle sue sponde. Dopo un rapido corso si g"etta nel Sacco e con esso finisce nel Liri.
Risalendo il Cosa, al punto in cui esso si apre con violenza la via per una stretta gola ai piedi di un'erta massa di rupi, ,o;"iace CoUepardo. Non si può immao^inare nulla di più malinconico. Un gruppo di misere casupole di calcare, disposte in fila, interrotte solo da una bizzarra chiesa: un muro nero e sgretolato le circonda, nuo\'a prova che anche questo miserabile paesello non era al sicuro dalle rapine del nemico.
Pochi giardini, con scarsi alberi d'ulivo e vigneti danno un'idea dell'estrema po- vertà del luogo, perchè meno il piccolo piano su cui è posto CoUepardo, tutt' in- torno non si vedono che rupi.
Il buon carbonaio m' invitò a salire in casa sua, cosa che feci ben volentieri per- chè, altrimenti sarei stato imbarazzato a trovare alloggio : mi accomodai alla meglio in quella misera stanza per passarvi le ore piì^i calde della giornata. Nel frattempo giun- sero alcuni signori di Velletri a cavallo per vedere anch'essi la grotta, così mi ac- cadde ciò che ave^'0 desiderato molto, per- chè essendo in compagnia mi sarebbe stato possibile osservare quella meraviglia alla luce delle torce.
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La grotta è posta molto al disotto di Collepardo ; vi si scende per un ripido sen- tiero ; laggiù il torrente Cosa rumoreggia in una stretta gola e, per un poco, la strada segue le sue sponde ombreggiate da piante di castagno e d'ambo i lati sorgono im- ponenti pareti di roccia. A sinistra s' in- nalza il monte Marginato che stende nel- l'aria la sua imponente massa, gettando un'ombra cupa e profonda sulle acque che gorgogliano con forza tra le pietre. A destra sorge un'altra rupe non meno scoscesa, ricca di vegetazione, nella quale appunto è scavata la grotta. Anche l'entrata pro- mette qualche cosa di straordinario. Una nera gola si apre fra scure masse di pie- tra, ed una corrente d'aria gelata pare sca- turisca dalla più grande profondità.
Ci coprimmo bene prima di entrare. Le guide ci avevano preceduto colle torce ac- cese, e le leggiere nuvole di fumo che sali- vano su dalle fessure della parete esterna ci avvertirono che esse erano già dentro la grotta. Ho visto molte ca\erne nei monti e, in generale, non sono molto propenso ad am- mirare questi scherzi della natura; perciò en- trando nella grotta di Collepardo non mi ripromettevo nulla di straordinario. Ma no- nostante le mie prevenzioni, confesso che mi fece molta impressione specialmente per la sua grande ampiezza. Si compone di due
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parti principali, come due immense sale che, in mezzo, sono separate da una parete mezzo rovinata. Le pareti sono nere o giallo- scure come il pax'imento, sparso di grosse rocce sulle quali ogni tanto bisogna arram- picarsi, e dalla volta irregolare del soffitto pendono stalattiti delle più s\'ariate forme, mentre altre bizzarre figure isolate o in gruppi pare che sorgano dal suolo stesso incontro a voi. Le figure piìi strane si sono formate nella parte posteriore della grotta e per farcele vedere meglio, le guide ci fe- cero aspettare un poco per illuminarla bene prima che vi entrassimo. Molti uomini e ragazzi si erano messi in piedi qua e là colle loro torcie, e per di piìi avevano acceso in diversi punti grossi mucchi di stoppa. Quando gettai lo sguardo nella sala così il- luminata essa offriva certamente uno strano spettacolo. Ora pareva di entrare in un tempio egiziano sostenuto da nere colonne tra le quali fossero sfingi ed idoli scolpiti. Ora invece sembrava di girare in un bosco di palme o di altre fantastiche piante di pie- tra. Dalle pareti pareva pendessero lancie, sciabole e rigide armature di nani e gi- ganti. Tutto ciò si animava alla luce delle fiaccole che facevano risaltare alcuni gruppi, gettando un'ombra profonda sugli altri. A volte le nuvolette di fumo, errando qua e Là formavano come un velo ; i gufi ed i pi-
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pistrelli, disturbati nella loro quiete, svo- lazzavano nell'aria umida gettando grida selvagge. Queste grotte non si possono descrivere, perchè ognuno le vede in modo speciale e le popola di fantasmi diversi, secondo l' immaginazione individuale. Na- turalmente le più notevoli di queste stalat- titi hanno un nome ma mi è rimasto im- presso soltanto quello dei così detti « Trofei dèi Roìiiani y>. Senza dubbio la grotta di Col] epardo contiene un seguito di sale si- mili a queste e si estende profondamente nella montagna, ma ancora non vi è modo d'inoltrarvisi.
In questa regione \i sono molte grotte scavate nella pietra calcare, che un tempo saranno forse servite di rifugio a qualche eremita. Anche nell'anno i838, presso Col- lepardo, in una grotta del vicino monte Avicenna, abitava un eremita.
Nel settembre di quell'anno si presentò là un giovane francese, a nome Stefano Gautier, e disse di aver seguito un'ispi- razione celeste che lo avev^a chiamato in quella solitudine per condurvi una vita da anacoreta. Lo straniero si stabilì in quella grotta, dove gli portaxano da mangiare e da bere. Prega\'a e portava cilizi ; lo si ve- deva spesso a Collepardo, a Veroli e nella Certosa di Trisulti, dose visita\a le chiese e discorreva coi frati. La sua condotta era
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irreprensibile, anzi passa\a per santo, quan- tunque tosse ancora molto i^iox'ane. Gautier av^eva g^ià trascorso due anni in c|ueireremi- ta<:^g"io, quando un o-iorno gli sbirri circon- darono il suo rifugio, e lo arrestarono, con- ducendolo con loro. Nessuno conobbe la causa di questo arresto e non si potè sa- pere nulla di preciso del suo destino; si seppe solamente che il santo era stato con- segnato nelle mani della giustizia francese e corse voce che egli avesse preso parte ad uno degli attentati contro la vita di Luigi Filippo.
La natura ha riunito molte cose notevoli intorno a Collepardo, perchè solo a poca distanza dalla grotta delle stalattiti, vi sono le famose sorgenti d'Italia, il pozzo di San- tulla, proprio sulla via che conduce alla Cer- tosa. Volevo giungere a questa Certosa prima di sera per chiedere ospitalità ai frati. Dopo una cavalcata di mezz'ora in mezzo agli orti e su di un sassoso altipiano, mi trovai ad un tratto sull'orlo di una cavità circolare che mi rammentò vivamente le grandi latomie di Siracusa. Questa misterio- sa fonte ha una circonferenza di 1500 passi, discende ad una profondità di 150 piedi circa e nel fondo lascia vedere una foresta di un verde cupo di arbusti e piante rampicanti che al pili leggero soffio della brezza si agi- tano mollemente come le onde di un lago.
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Il sole dairalto del limpido cielo lasciava cadere delle strisele di luce in quella pro- fondità e vedevo delle bianche farfallette svolazzare alleg"ramente qua e là fra le piante di quello strano bosco sprofondato Jagg'iìi. Tralci fioriti coprivano i rami di questi alberi che, a quanto si assicura, sono alti fino trenta piedi, e pure visti dall'alto sembrano piccoli arboscelli. Quella splen- dida fioritura cresciuta a quella profondità, i selvaggi sentieri che si confondevano come un laberinto nell'oscura boscaglia, lo svolazzare delle farfalle nate laggii^i, sedu- cevano la fantasia che si figurava in quel magico boschetto sotterraneo un paradiso di fate ed un giardino di delizie per Obe- ron e Titania.
Laggiìi scaturiscoiìo abbondanti sorgenti dal corso misterioso che mantengono il verde dell'erba, mentre questa vasta conca tira a se la rugiada notturna.
Discendendo collo sguardo lungo le pa- reti giù nel profondo si osserva una mera- vigliosa vegetazione : in forme bizzarre e fantastiche, simili alle stalattiti, crescono dappertutto cespugli di lentischi e ginestre selvatiche dai fiori dorati. Le pareti pre- sentano tutti i \ariati colori dell'iride perche ora la roccia si tinge di un delicato grigio argenteo, ora invece è di un bel rosso acceso, giallo o turchino scuro, op-
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pure nero addirittura. Il paesag'g"io alpestre che circonda questa fonte offre uno spet- tacolo di straordinaria bellezza. Qui, dietro gli alberi verdegg-ianti, sorge melanconi- camente l'oscuro villaggio di Collepardo, laggiìi una lunga distesa di valli rocciose discende a perdita d'occhio, più in là si elevano monti giganteschi dalle forme mae- stose sulle cui cime ancor vergini si librano solitarie aquile reali e le nubi dalle forme fantastiche stendono il loro bianco velo. Sull'orlo dell'abisso erano sdraiati, in- sieme con le loro capre, pastori dall'aspetto quasi selvag-o-io, ciociari della montagna coi lunghi bastoni a foggia di lancia, ed animavano colla loro presenza la scena grandiosa, mentre alcuni robusti ragazzi si divertivano a gettare dei sassi che cadevano in quella profondità con un sordo rumore, facendo uscire dai loro nidi i colorhbi selva- tici che svolazzano qua e là sopra le piante. Quantunque questi pastori mi volessero dare ad intendere che in fondo a quel mi- sterioso abisso vivesse una tigre, pure am- mettevano che di quando in quando vi face- cevano scendere le capre legate ad una corda. Queste bestie trovavano laggiìi acque ed erba in abbondanza e vi rima- rne vano dei mesi finché non le andavano a riprendere riportandole su ingrassate ed in ottimo stato.
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Se il pozzo fosse in Germania od in Sco- zia la fantasia popolare lo avrebbe certa- mente popolato di esseri favolosi, ma gl'ita- liani in genere non hanno nessuna tendenza per le favole. L'aria è troppo limpida e serena in Italia perchè i racconti del so- prannaturale possano essere gustati. Trovai il racconto dell'origine di questa fonte, nar- ratomi da quei pastori, molto caratteristico perchè è una leggenda. Il pozzo, mi dissero, era una volta una grande aia circolare; i contadini un g'iorno osarono battervi il grano benché si solennizzasse l'Assunzione della Beata Vergine. La Madonna adirata di quel sacrilegio fece sprofondare ad un tratto l'aia con tuttociò che vi si trovava sopra e così si formò il pozzo circolare. Del resto, non essendovi nei dintorni al- cuna traccia di vulcani, potrebbe essere giusta l'opinione di alcuni che suppongono che il pozzo fosse una caverna di cui sia sprofondata la volta.
Mi staccai con dispiacere da questo me- raviglioso fenomeno immaginando con de- siderio il meraviglioso spettacolo che esso deve offrire di notte, quando la luna è sospesa su quelle montagne deserte ed i suoi pallidi raggi illuminano le pareti della fonte pene- trando tra le piante del magico bosco.
I pastori guidarono me ed il mio com- pagno per sentieri sassosi, finche giun-
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o-cmmo alla strada mulattiera che conduce alla Certosa di Trisulti. Quest'abbazia tanto famosa doveva essere distante circa un mi- glio tedesco e non si vedeva ancora ma ci additarono lassù, in cima alla monta.o'na che avevamo dinanzi, la scura linea di un bosco di querele, dietro al quale si trovava un podere, vero modello di coltura alpe- stre. Ricordo pochi paesaggi montuosi piìi belli e d'aspetto piìi selvaggio di quello che traversavamo allora. Ora lo sguardo si sprofondava giìi in un vertiginoso abisso in fondo al quale rumoreggiava il Cosa, ora si elevava alla splendida catena di monti, fra i quali spiccava gigantesca la piramide del Monna spingendo la sua cima verso il cielo.
Seguitammo a scendere e dopo una mez- z'ora di cammino, reso molto malagevole per dover girare le grigie roccie, che poste sulla strada come sentinelle sbarravano il passo, giungemmo al torrente che si è a- perto la via tra due montagne e tuonando precipita le sue acque spumeggianti attra- verso le nere gole.
Il sole era già calato dietro i monti e i suoi ultimi raggi infuocati indoravano an- cora le vette circostanti. Cominciammo a salire e nel voltarmi indietro vidi a poca distanza da me otto o dieci soldati che si avanzavano a rapidi passi sul sentiero
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dietro di noi. Dubitai che dessero la cac- cia ai briganti, ma non era probabile, per- chè la famigerata banda di Gasperone non abitava più quelle montagne, dove ancora in molti luoghi si possono Itggere nomi di briganti famosi da loro stessi scolpiti sulle roccie coi loro pugnali.
Quei soldati, come mi disse il mio com- pagno che si mostrava bene informato, venivano da Alatri per visitare la Certosa, godendo dell'ospitalità dei frati, perchè dovete sapere che le ricche tonache bian- che sono obbligate dalla loro regola ad ospitare gratuitamente per tre giorni ogni viandante, e se anche un intero esercito volesse entrare nella Certosa, non potreb- bero chiudergli in faccia la porta del con- vento. Siccome sapevo che la brigata in- sieme alla quale avevo visitato la grotta di Collepardo aveva passato la notte prece- dente alla Certosa, mangiando alle spalle di quei monaci, quando vidi dietro di me quei soldati mezzo affamati, che già pre- gustaxano col pensiero il buon pranzo del convento, fui preso da una certa inquietu- dine, cominciando anch'io a sentire gli sti- moli della fame: « Vieni, Francesco, dissi, affrettiamo il passo, perchè quei soldati non arrivino prima di noi alla Certosa, se no correremo il rischio di trovare i frati di cattivo umore quando busseremo alla loro
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porta per chiedere vitto ed 'dììoggio ■'. Fran- cesco sorrise e prosej^uimmo la nostra via con maggiore alacrità.
Ero giunto all'altura su cui sorge la Certosa di Trisulti : essa si trox'a sul largo altipiano delle magnifiche montagne che le si aggruppano intorno. Uno splendido bosco di quercie mi toglieva ancora la vi- sta del convento. Andando avanti vidi da lontano due frati vestiti di bianco che pas- seggiavano su e giù nella fresca ombra di quegli alberi maestosi, ed invidiai la quiete filosofica che sembravano godere. Se vi è un luogo in cui lo spirito umano possa raccogliersi nella più seria ed elevata me- ditazione, dev'essere qui in una delle più sublimi solitudini che io abbia mai visto.
Una leggera brezza vespertina soffiava, agitando le vette di quelle ombrose piante secolari, ed intorno sorgevano solenni e maestose le montagne. Ad un tratto la campana del convento echeggiò nel bosco e sentii in me l'influenza potente dello spirito medioevale.
Mi avvicinai ad un frate presentandomi come viaggiatore e g'ii chiesi ospitalità per una notte. Il frate ben pasciuto, dall'aspetto imponente, m' indicò il convento e mi disse che dovevo presentarmi al guardiano. Dopo un breve tratto di strada attraverso al bosco la Certosa si presentò al mio sguardo.
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Giunto ad una tale altezza su di una mon- tagna quasi impraticabile, dopo essersi do- vuto arrampicare faticosamente per pendii diruti e rocciosi, il viandante prova una deliziosa ed ineffiibile impressione, trovan- dosi ad un tratto dinanzi ad una fiorente oasi di coltura. Quel piccolo paradiso, l'E- den di quei monaci, spiccava sul fondo delle foglie verdi^ solitario, fantastico, meravi- glioso. La Certosa non si compone di un unico fabbricato, ma di un gruppo di cap- pelle, di chiese, di cortili cintati, di costru- zioni di ogni genere, la cui comoda disposi- zione denota ricchezza e tranquilla felicità. Le fanno corona folte piante annose isolate od in gruppi. Nei recinti chiusi vacche, pe- core e capre pascolavano mentre i frati camminavano su e giù sorvegliando i servi che lavoravano ; vi era un animato movi- mento di ogni genere di persone, tutte man- tenute dal convento.
11 guardiano, uomo alto e serio con una lunga barba ondeggiante, mi accolse cor- tesemente alla porta del vestibolo e mi disse ■ di presentarmi al superiore che avrebbe poi dato l'ordine che fossi ricevuto.
Indi venni condotto nel vasto cortile in- terno di forma quadrata, circondato dai di- versi fabbricati del convento e dalla facciata della chiesa.
Tutto è mantenuto colla più scrupolosa
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cura e nettezza, ma le costruzioni nr'm hanno nulla di antico anzi portano l'impronta dello stile sfarzoso del secolo xviii. Nell'interno vi sono dei corridoi luno^hi ed ariosi sui quali si aprono d'ambo i lati le celle dei monaci. Trovai il superiore seduto dietro ad uno scrit- toio in una stanza spaziosa, occupato ad ascoltare alcuni domestici che pareva gli esponessero qualche richiesta. Egli accettò volentieri la mia preghiera di essere rice- vuto nel convento senza farmi alcuna do- manda sulla mia patria o sulla mia reli- gione. Certamente a quei frati bastano un rapido sguardo alla fisonomia del forestiere e le poche parole scambiate con lui per ri- conoscere subito il cattolico od il prote- stante.
Salutai il superiore dopo che mi ebbe con- segnato ad un laico incaricato di condurmi alla foresteria. Si dà questo nome alle ca- mere appartate che in questi conventi sono destinate ai forestieri : ve ne sono di prima o seconda classe secondo la condizione del- l'ospite. Chi è giudicato piìi distinto ha una camera nella foresteria nobile o dei signori, gli altri si contentano di un modesto al- loggio, e quelli d'infima condizione sono condotti nelle camere dei servi o nelle stalle dove i poveri A'ian danti si devono sdraiare sulla paglia. Mi fu assegnata una buona ca- mera vicino al refettorio. Un letto pulito,
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cambiato di fresco prometteva un buon ri- poso ed il cameriere, un giovane svelto, che era stato garzone d'albergo in diverse città, ed ora era addetto alla foresteria, mi dette la consolante notizia che all'ora prescritta dalla regola sarebbe stata servita la cena nella sala attigua. Nel frattempo, mi disse che ero libero di visitare il monastero come più mi piaceva.
Un frate laico mi accompagnò in giro fa- cendomi da cicerone.Vi sono però poche cose notevoli nella Certosa, poiché purtroppo tutto ciò che vi era di antico è sciupato o scomparso, così non trovai nulla d'interes- sante per i miei studi. Però la posizione stessa del monastero su quegli alti monti, la vita di quei monaci nella loro solitaria repub- blica, la loro influenza pratica sulla società, la storia di questi ordini singolari offrono ampia materia di osservazione. Brunone, uno di quei santi leali dell'epoca delle cro- ciate, fondò la regola dei Certosini alla fine dell' XI secolo. Questo ordine che riuniva in se la vita sociale dei monasteri e quella degli anacoreti, condannato alla più rigida rinunzia di ogni cosa terrena, prese il nome dal luogo detto la Certosa vicino a Gre- noble dove venne fondato. I suoi statuti {coiisiiefiidines Cartusianae) risalgono al- l'anno 11 34 ed ottennero l'approvazione del Papa ncirann(3 1170. L'ordine si estese pre-
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Sto in molti paesi. Fino dall'anno 1208 que- sti padri si stabilirono a Trisulti, di cui In- nocenzo III fece loro donazione. Essi tro- varono qui un monastero in rovina che era appartenuto un tempo ai Benedettini, e nel- l'anno 1211 eressero su quelle rovine la nuova Certosa. Si dice che un Castello Tri- salto abbia dato il nome a quel Iuoo-q co- munemente designato a tribus salfibus da tre alture boscose.
Quantunque il voto di povertà sia impo- sto ai monaci dalla regola, esso non esclude la ricchezza del convento e Trisulti acquistò col tempo vaste tenute, che possiede an- cora, nella provincia di Prosinone. Questa Certosa non si distingue certamente, come quella di Pavia, per la bellezza deircditicio e per le opere d'arte, anzi ha un carattere assolutamente rurale. Non vi si trovano nemmeno gli splendidi locali che vanta la Certosa di Roma nelle Terme di Diocle- ziano, questa del resto è una fondazione più recente, del secolo xvi, e riconosce come madre la veneranda Certosa di Tri- suiti. La piccola chiesa del convento co- strutta da Innocenzo III nell'anno 1211 e re- staurata nell'anno 1768 è adorna di svariati marmi e di molte pitture. Sulla porta d' in- gresso vi è una pittura che ricorda la fon- dazione della Certosa e vi è rappresentato Innocenzo III che ne mette in possesso i
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certosini. Ai due lati della chiesa è dipinto il martirio dei Maccabei a cui fa riscontro la persecuzione che i Certosini ebbero a soffrire in Inghilterra sotto Enrico Vili. Nel coro, meravigliosamente adorno, si vede Mosè che fa scaturire una sorgente dalle rupi e, di fronte, Brunone che ripete lo stesso refrigerante miracolo. Il refettorio, in cui si vede una pittura adattata al luogo, rappresentante il miracolo della moltipli- cazione dei pani e dei pesci, è una sala molto spaziosa. Qui i fratelli nei giorni di festa si riuniscono ad una mensa comune, perchè negli altri giorni la regola prescrive ad ognuno il pasto solitario nella cella. Mi fecero vedere anche la cucina brillante di pulizia ed il forno dove si prepara in grande abbondanza un pane gustoso di due qua- lità una hna e l'altra piìi ordinaria. Un ba- cino d'acqua da cui sbocca un canale, mette in moto il mulino posto in un cortile. La cosa pilli degna di nota però, quella che mi fu mostrata col più giusto orgoglio, è la farmacia e vi entrai con mair^fior devo- zione di quella che mi avrebbe ispirato una chiesa. L'associare le cure del corpo a quelle dell'anima è un'antichissima mis- sione di questi ordini religiosi posti in con- trade isolate. I frati che si dedicano alla medicina vi spiegano un'attività largamente efficace e veramente dc<>na di lode. La na-
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tura dei monti li invita ad un continuo stu- dio delle erbe medicinali, che vi crescono in abbondanza, e infatti, quale più gradita occupazione vi può essere che Terborizzare in quelle montagne, fra quelle roccie e quei ruscelli, raccogliendo piante balsamiche di miracolosa efficacia e prepararne poi delle medicine ?
Un bel frate con una lunga barba ros- siccia che gli dava proprio l'aria di un mago del medio-evo, mi ricevette nel piii lindo tempio di Esculapio che si possa imma- ginare. Il fabbricato dov'è posta la farma- cia non è lontano dall'ingresso del con- vento, neir interno del muro di cinta. Da- vanti alla sua loggia aperta, un giardino molto ben tenuto rallegra l'occhio e Tanimo, offrendo la vista di una quantità di piante fresche e profumate delle più svariate spe- cie, fra le quali non mancano neppure molti fiori ornamentali. La terrazza era adorna di arbusti fioriti dentro grossi vasi. En- trando da una porta a vetri ci si trova in una ricca farmacia. L'erudito monaco mi fece molto gentilmente ammirare i suoi te- sori racchiusi in vasi ed in ampolle, e rim- piansi vivamente di non saperne abbastanza di medicina, per poter comprendere e gu- stare la sua conversazione. Nel frattempo comparvero molti contadini a chiedere delle medicine che sono date orratuitamente. La
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farmacia di Trisulti è conosciuta e vene- rata ovunque come la casa della salute ed i suoi benefizi sono risentiti fin giù nella cam- pagna del Lazio travagliata dalla febbre.
Se nei dintorni si fa molto uso dei me- dicinali di questa farmacia, i frati stessi vi devono ricorrere raramente. Non mi ricordo di aver trovato facilmente dei frati di aspetto pili robusto. La tranquillità d'animo, una dieta sempre ugualmente severa e soprat- tutto l'aria eccellente di quei monti li con- servano in salute; i loro giorni e le loro notti scorrono interrotti od occupati con- tinuamente dallo sforzo mentale delle ripe- tute preghiere e dalle funzioni di Chiesa, ma esente da patemi d'animo.
Il convento possiede una piccola biblio- teca e vi sono dei frati che si dedicano a studi severi, ma in generale lo studio non è troppo coltivato in quel deserto. Me ne persuasi conversando col bibliotecario men- tre passeggiavamo insieme nel grande cor- tile, e vedendo che le mie domande pone- nevano nell' imbarazzo quel bravo uomo stimai conveniente di non seguitare quel discorso. Mi congedai da lui e mi sedetti in uno dei cortili osservando le figure dei monaci che passeggiavano. Essi apparivano veramente maestosi nelle loro tonache bian- che come la neve. Mi sorprese il vedere che non portavano né barba, né capelli
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poiché ogni mese si fanno radere due volte anche hi testa hisciando solo una corona di capelli. Soltanto i laici portano una lunga barba come i frati cappuccini. \^i sono molti gradi fra i monaci, simili a quelli dei mi- stici seguaci di Pitagora. Non vidi i frati più elevati in grado perchè erano nelle loro celle. Il silenzio nel quale si racchiudono, può esser considerato come il sacrifizio su- premo a cui possa giungere il fanatismo umano spinto dalla religione. Rinunciando alla parola, la chiave della vita e delle cose, essi confinano l'anima in una quiete quasi spaventosa che equivale ad una completa cecità morale : Memento inori è il racca- pricciante saluto col quale essi interrom- pono il silenzio incontrandosi.
Pare che a questi morti che camminano, a questi spettri viventi, sia concesso di ab- bellire le proprie celle procurandosi qual- che distrazione. Chi coltiva entro cocci dei fiori coi quali tacitamente conversa; altri si bea la vista con l'effigie di un santo^ o custodisce un uccello in gabbia dilettan- dosi al suo canto, dato però che un uccello possa cantare in quelle celle di spettri. Tal- volta la natura ribelle infrange con violenza la regola, che gli preclude la rivelazione divina della vita, ed il muto volontario co- mincia a parlare, ed è punito subito colla flagellazione. Può darsi che fra questi monti
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sereni e muti, il tormento del silenzio sia più sopportabile che altrove, perchè qui pare che la voce d'Iddio parli sola nello stormire del vento, fra le fog-lie del bosco, nello scrosciare impetuoso del Cosa sel- vaggio, nella bufera che imperversa fra lampi e tuoni, su quelle alte cime. Che spinti tetri e melanconici devono giungere a plasmare la natura, le celle e la regola del convento ! Se lo sguardo avesse la potenza di penetrare in queste anime chiuse certa- mente vedrebbe le cose più straordinarie. Da queste riflessioni mi liberò felicemente la cena, e quando il servitore mi annunciò che essa era pronta, l'appetito e la curio- sità erano ugualmente grandi. Nel convento non si mangia carne ed anche l'ospite deve sottomettersi alla regola, invece si può avere olio ed aceto a piacere. La mia cena era cosi composta : Maccaroni all'olio, senza formaggio, cucinati alla perfezione insieme con erbe squisite cresciute in quei monti, fagioli verdi, freddi, conditi con olio e aceto, un fiasco di vino, più che mediocre con una punta di aceto, e per finire un pezzo di torta cotta colTolio. Quantunque cercassi di fare onore ai miei ospiti potei mangiare ben poca di questa roba e mi contentai dei maccheroni e del pane eccellente. Ap- pena mangiato uscii per vedere come fosse stata trattata la niia guida, e mi disse che
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i^li avevano dato del pesce freddo ed una pagnotta di pane.
Intanto era calata la notte profonda, la luna piena splendeva sul piìi limpido cielo il- luminando lo splendido anfiteatro dei monti. Gli alberi inondati di luce, le nere ombre delle rupi, i vapori luminosi che salivano dalle vallate, il terribile silenzio interrotto dal malinconico grido delF upupa, il grosso gufo della montagna e il sordo mormorio del Cosa, tuttociò pareva circondare il mo- nastero di un influsso magico. A mezza- notte mi destò il suono della campana - suonavano il matutino - sapevo che a quel suono un frate, Vexcitator, andava di cella in cella a destare i monaci. Essi re- citano i primi quattro salmi penitenziali, poi vanno in chiesa dove rimangono tre ore a cantar matutino. Tornati nelle loro celle seguitano ancora la preghiera, indi è loro concesso un breve sonno per ripo- sarsi : e così avanti una notte dopo l'altra. Ascoltai i rintocchi della campana, che pa- revano risuonare strani e f^mtastici nell'aria, e sarei sceso volentieri in chiesa se non avessi temuto di turbare le preghiere di quei santi uomini. Mi addormentai al suono dei loro canti e appena spuntò il giorno la mia guida venne a bussare alla porta della mia cella, per avvertirmi che era Fora di partire per Veroli.
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Lasciai il convento senza poter ringra- ziare il superiore, perchè non vidi anima viva, air infuori del portinaio e del servitore della foresteria che si scusò di non potermi portare il caffè, che mi aveva promesso la sera prima, perchè la regola prescrive un'ora fissa anche per la colazione. Questa notizia mi fece molto dispiacere, perchè la strada attraverso ai monti tino a Veroli è lunga e noi uomini civilizzati ci sentiamo rara- mente disposti ad un assoluto digiuno alla mattina. Francesco mi consolò con un pezzo di pane, che aveva portato con sé, e le pii^i saporite more mi furono offerte, con ospitale gentilezza, da un cespuglio nelle vicinanze del monastero.
In quella natura alpestre la mattinata era di una bellezza meravigliosa, il panorama cambiava continuamente d'aspetto fra quel- le montagne variate. Per un'ora costeg- giammo abissi scaxati dal Cosa, poi il sen- tiero scende giù nelle vaste ed amene pra- terie alpestri. Tutto questo è proprietà dei Certosini. I caxalli del ccMivento pascola- vano a frotte in quei prati e di tempo in tempo si vedevano mandrc intere di capre ; i pastori erano attorno al fuoco, occupati a convertire in formaggio il latte inacidito. Piccole masserie, di cui molte apparten- gono al convento, rompono di quando in quando la solitudine; no iioxai alcunr in
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posizioni così deliziose, nelle xerdi vallate vicino a fresche sorg"enti alpestri, che stimai felici le creature che vi trascorrono i loro giorni nella pace. Parevano tutti ben nu- triti e nessuno domandò l'elemosina al pas- sante.
Dopo parecchie ore di strada, lasciando dietro di me le montagne, giunsi alla fer- tile campagna di Veroli e questo grosso paese, collocato su di un'altura elevata si presentò pittorescamente al mio sguardo. Esso domina un sublime panorama e di là la vista, abbracciando tutto il Lazio, si spinge fino al regno di Napoli, e dovun- que sulle pendici azzurrine dei monti vicini e lontani, spiccano le città e le bianche ca- stella.
Veroli è città vescovile e non manca di una certa industria poiché provvede i din- torni di tappeti di qualità inferiore ma molto richiesta, essi sono tessuti a righe di sva- riati colori, merce strettamente nazionale ad uso dei ciociari.
Le strade sono strette e spesso tortuose e molti quartieri sembrano addirittura la- birinti, pieni di casette strane, che, in ge- nerale, hanno una loggia aperta. Trovai la piazza interamente coperta di frutta estive, vendute ad un prezzo irrisorio, che in questi luoghi non reca meraviglia. In questa stagione il mercato rigurgita di
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cocomeri, che trovai squisiti. Un soldato cong-edato, veterano ancora dei tempi na- poleonici, sentì per caso nel caffè dove mi ero seduto, che venivo dalla Certosa e mcttendomisi vicino fece un'entusiastica pittura della vita di paradiso che si con- duce nella solitudine di quel monastero, e disse che l'ultimo desiderio della sua vec- chiaia era quello di e ssere accettato come frate laico nella Certosa. Disse che si sa- rebbe messo anche subito in pensione nel conxento, se avesse posseduto la lie\'e som- ma che bisogna versare nella cassa dei frati. Poi il discorso prese la solita pieg-a ed egli coprì il governo pontifìcio di tutte le invet- tive che si odono giornalmente da tutte le bocche. Il bravo veterano mi fece nascere la curiosità di vedere la grande tenuta dei Certosini situata sotto Veroli, Il tempo strin- geva, perciò decisi di rinunciare a Prosi- none, che pure era così vicina, e di passare da quella tenuta per recarmi a Ferentino. Lasciai Veroli durante un magnifico tem- porale. [ monti dei V^olsci e degli Appennini erano avvolti in una tinta azzurro-cupa, e le fuggevoli strisele di sole, facendo spiccare in un cupo riflesso ora questo ora quel monte, illuminando ora un castello ora un conxento, producevano su quel fondo oscuro un incantevole effetto. Raggiunto dalla piog- gia affrettai if passo attraxerso ad una lus-
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surc^giantc pianura ricca di frutteti e vi- gneti e mi trovai davanti alla fattoria della Certosa Essa farebbe davvero onore ad un principe romano. I fabbricati della fattoria sono di aspetto g-randioso e, tenuti con somma cura, uniscono in se i caratteri del convento e del castello.
Anche qui la regola dei Certosini pre- scrive che sia dato cibo e bevanda al vian- dante che lo richiede, ed in caso di bi- sog'no essi devono dare anche alloggio per la notte. Non chiesi ne una cosa, né l'altra, ma domandai il permesso di visi- tare la fattoria. L'ispettore, un robusto frate laico, in tonaca bianca, con una lunga barba, non solo mi dette il desiderato per- messo, ma mi accompagnò egli stesso in g'iro. Essendo abituato nel mio paese a figurarmi un fattore come un uomo di maniere piuttosto rozze e dure con alti stivali e speroni, col frustino in mano e la bestemmia sul labbro ; un economo in tonaca da frate, colle maniere di un santo, mi sembrò qualcosa di straordinariamente originale. Con una simile guida i nostri primi passi furono naturalmente diretti alla chiesa che è costruita a fianco della fattoria. Entrando nella cappella la mia guida capì, anche troppo presto, di avere con se un eretico, e il santo economo si gettò in ginocchio con un profondo so-
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Spiro, nel quale credetti distinguere il ti- more per il mio destino dopo morte e la sua bene intenzionata preghiera per la salvezza della povera anima mia.
La tenuta dei Certosini chiamata Tic- chiena è uno dei piìi ricchi possedimenti della campagna. Mille coloni la coltivano, agricoltori che pagano l'affitto dei campi in natura o col proprio lavoro. Sei frati laici amministrano la tenuta e di quando in quando abitano la fattoria. Grano, olio, vino e frutta vi si raccolgono in quantità. La rendita è impiegata ai diversi scopi del monastero, fra i quali primeggia la beneficenza. Il nome della Certosa di Tri- sulti è benedetto e lodato in tutta la con- trada, e mi fu detto che molti anni prima in una tremenda carestia che desolò la Campagna, per molto tempo il convento provvide i viveri. « I Certosini hanno gover- nato la campagna per moltissimo tempo »; ecco la lode che sentii ripetere più volte ed in molti luoghi. E con questa, voglio chiudere queste pagine come si conviene ad ospite riconoscente.
1 MONTI VOLSCI
(1860)
! monti Volscì.
(1860).
La grande catena dei Volsci ha principio nel territorio romano presso Velletri che giace sulle loro pendici, e si stende, in una linea di belle alture in parte coperte da boschi, fino oltre il confine napoletano, venendo a declinare verso Capua. Correndo parallela alTAppennino divide g-eografica- mente il Lazio nelle due regioni Campagna e Marittima che formano le due pro\'incie di Prosinone e di Velletri. ^
Lasciando Genazzano, dove mi ero re- cato a passare un'altra estate nel silenzio della campagna, ho voluto visitare i monti Volsci, che stavano sempre dinanzi a' miei
' La catena dei X'olsci si disiin^ue più precisamente in tre o ruppi : quello dei Lepini da X'elletri e X'almoii- tone lino airiVmaseno; quello deuii Ausoni tra questo fiume ed il lago di Fondi e quello deiili Aurunci tra Fondi e il Garigliano. La regione descritta dal nostro Autore sta nel gruppo dei Lepini. .\'. d. T. '.
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occhi, quasi per in\'itarmi a valicarli per discendere nella pianura marittima, l'na mattina sono dunque montato a cavali d e vi ho passato alcune giornate deliziose.
Da Genazzano ai piedi della catena vi sono appena tre ore di strada, attraverso ad una pianura solcata dal vSacco ed inter- rotta qua e là da collinette e da verdi pra- terie : questa pianura presenta g"li stessi ca- ratteri della campag"na intorno a Roma. Non mancano le torri nere, cadenti in rovina, che si levano ad una data distanza l'una dall'altra, vestigia solitarie e melanconiche dei tempi feudali. Esse danno al paesaggio un aspetto sugg'estivo e ricordano l'epoca di barbarie quando i baroni mcdioevali do- minavano il Lazio. Le famiglie dei Colonna e dei Conti eran proprietarie di gran parte della regione intorno ai monti Volsci. I Conti si suddividevano in più rami, quelli di Segni, di Valmontone e di Anagni; di preferenza però assunsero il titolo di Conti della Cam- pagna, portando nel loro stemma Timagine dell'aquila della campagna romana. Questa casa, illustre per avere avuto piìi papi, è estinta ormai da piìi di trecento anni ; i Co- lonna invece esistono ancora e sono tuttora proprietari di una parte notevole del Lazio.
Pili tardi altre famiglie, nipoti di papi, come i Borghese, i Doria, i Barberini, pre- sero piede in questa regione e tolsero ai
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Colonna la parte migliore dei loro beni. Oggi, se si percorrono queste campagne la- tine e si domanda ad un pastore, ad un con- tadmo, o agli abitanti delle nere castella, a chi appartenga il territorio, i nomi più spesso ripetuti sono Colonna e Borghese, e quest'ultimo ancor più del primo. Quando poi dai monti Volsci si scende nella pia- nura marittima, è il nome e la signoria di un'altra famiglia baronale di Roma, quella dei Gaetani, duchi di Sermoneta, che più spesso risuona al nostro orecchio.
Attraversai il vSacco presso l'dAfoia de'P/- scar/, molino veramente pittoresco, che sorge fra le rovine di un antico castello dei Colonna, del quale rimangono ancora notevoli avanzi. Ne ho trovata menzione in alcuni documenti medioevali sotto il nome di Tiirris de Pi- scoli.
Il Sacco scorre qui aprendosi rumorosa- mente la strada fra le rocce calcaree su cui sorgono le rovine del castello interamente coperte di piante selvatiche. Esso dominava un tempo l'ampia via Latina che parte da Valmontone che si trova a non più di una mezz'ora di strada.
Cavalcavo attraverso i campi deserti, dove non s' incontra che qualche pastore con la sua mandra di pecore. 1 pastori di questa regione portano le gambe a\\'olte in una pelle di capra, ancora pelosa, ciò che dà
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loro un vag-o aspetto di satiri. Si comprende facilmente che da questo modo di vestire abbia avuto origine il mito appunto dei satiri e del dio Pane, poiché così molto probabil- mente vestivano i pastori nei tempi favolosi.
Giunti sulla via Latina, appare a poca distanza Valmontone, che invita a visi- tarlo. In cima ad una bassa collina, ma ta- gliata a picco e nera, sorgono il castello Barberini, e la chiesa, importanti edifici in stile barocco del xvii secolo. Attorno a questi stanno raggruppate le case del paese, con- tornate da giardini, frutteti e vigne. I topo- grafi moderni sostengono che \^almontone occupi oggi l'area dell'antica Tolerhnu. Il nome attuale, appare per la prima volta in do- cumenti del secolo xii, e desig-na un borgo di proprietà del Capitolo della basilica la- teranense. Questa chiesa, un tempo ricchis- sima, vendette il borg'o nel 1208 ad Inno- cenzo III, della casa Conti, ed al fratello di lui, Riccardo, conte di Sora, il quale ne di- venne feudatario e fu il capostipite del ramo di Valmontone e di Segni.
I Conti rimasero signori di questo luogo sino al 1575, nel quale anno si estinsero. Giovanni Battista, l'ultimo capo della casa, non lasciò che una figlia, Fulvia, che portò in dote tutti i beni di famiglia agli Sforza. Gli Sforza vendettero Valmontone nel 1634 ai Barberini, e Camillo Pamphili, nipote
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d' Innocenzo X, lo comperò dal cardinale Francesco Barberini nel 1651. Da allora è ri- masto proprietà della casa Doria-Pamphili. Camillo, uno dei principi piìi ricchi dei secolo XVII, in grazia specialmente della ra- pacità della madre Olimpia Maidalchini, una vera arpia, fece edificare il palazzo e la chiesa di Valmontone. Anche se non si sapesse in quale tempo furono costruiti que- sti due edifici, basterebbe un'occhiata per apprenderlo, essendo entrambi in stile del Bernini, e riportando il visitatore verso l'architettura romana del xvii secolo. Con- templando g'ii edifici, non si direbbe di tro- varsi davanti ad un castello della campagna romana, ma piuttosto dinanzi al palazzo Pam- phili ed alla chiesa di S. Agnese, in piazza Na- vona. I Pamphili impiegarono le loro ric- chezze nell'innalzare principeschi e maestosi edifici ; il nipote d'Innocenzo X costruì presso la porta di S. Pancrazio la villa più bella e pili grandiosa di Roma ; fabbricò sul Corso il magnifico palazzo che porta anche oggi il nome della famiglia Doria e vi pose la famosa galleria di quadri, che è una delle più ricche di Roma. Innocenzo stesso edi- ficò il palazzo Pamphili presso la chiesa di S. Agnese, questa pure da lui fatta rico- struire, e fece innalzare su disegno del Ber- nini, la bella fontana in piazza Navona, che può essere annoverata fra i monumenti mi- gliori della Roma moderna.
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Questa famig'lia ha dunque a,<|.<»'iunto alla fìsonomia della Roma pontificia dei nuo\-i tratti, proseguendo così l'opera iniziata pri- ma con tanto splendore e tanta attixità dai Borghese e dai Barberini. In qualunque modo si voglia giudicare lo stile di quel secolo, non si può fare a meno di riconoscergli, nono- stante le sue stranezze e le sue esagerazioni nei particolari, una certa grandezza: esso ca- ratterizza nettamente tutta un'epoca, quella del lusso baronale, del fiorire di una splen- dida e ricca aristocrazia; Tepoca in cui i baroni oziosi, dissoluti, vestiti di raso e di trine, sfoggiavano le loro ricchezze, la loro eleganza in quelle ampie sale, facendo mo- stra di quell'opulenza che il sudore dei po- veri contadini procurava loro. La rivolu- zione francese ha posto fine col ferro e col fuoco a questo periodo di dissipazione e di prodigalità. In questo secolo i papi non hanno piì^i edificato. Dopo Pio VI, non vi è stato più nepotismo ed il magnifico palazzo di suo ni- pote Braschi che sorge, non lontano da quello Pamphili,in piazza Navona, può dirsi l'ultimo innalzato a spese del popolo angariato ed op- presso. Ora che il nepotismo piili non esiste, non vedremo dunque piì^i costruire dei pa- lazzi Barberini, Borghese, Doria, Albani, Odescalchi, Rospigliosi e Corsini; Roma prenderà un altro carattere, ed invece di sontuosi edifici, di ville eleganti come quelle
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costruite dalle famigiie dei papi, vedremo teatri, stazioni, alberg'hi, villini, ed altre co- struzioni simili a caserme.
Nulla Valmontone ha di notevole. Nessun monumento del medio-evo è sopravvissuto alla distruzione compiuta nel 1527 dalle soldatesche di Carlo V, reduci dalFaver sacchegg-iàto Roma. Appena riedificato^ fu di nuovo demolito dalle truppe del duca d'Alba e di Marco Antonio Colonna. Solo dalla piazza baronale del castello Tocchio può godere una veduta incantevole, quella dei monti V^olsci, sulle cui sommità si scor- g"ono le case di Montefortino, con il grande e cupo castello dei Borghese che le do- mina.
Per quanto piccoloed isolato, Valmontone non è però privo di vita e di movimento, essendo luogo di passaggio fra Roma e la frontiera napoletana. Vi si ^'edono passare senza tregua file di carri, tirati da bianchi buoi, che portano alla città dei Cesari grano, lana, vino, pollame ed altre merci. Anche la posta vi passa tre volte alla settimana, ma non va oltre Prosinone, capoluogo della delegazione, di guisa che per andare a Ceprano o più in là nel regno di Napoli, è necessario prendere una carrozza a nolo.
Da Valmontone la via Patina prosegue per una valle ombreggiata da alberi, e poi attraversa una pianura silenziosa, fra
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vecchie torri, sino ai piedi dei monti Volsci. Ivi dalla strada maestra se ne stacca un'al- tra che dopo a\-er passato il Sacco prosegue per Segni. Da principio si cammina lungo le prime colline dei Volsci; alla destra sorge Monte Fortino, cupo ed oscuro, a sinistra, sopra una ridente collina, Gavignano. La via è monotona, ma più si sale e più stu- penda appare la vista della classica pianura del Lazio, severa e bella, disseminata di colline e di castelli e limitata all'orizzonte dalle azzurre vette deirAppennino, e più in là, verso il Napoletano, da altre mon- tagne, dalle bianche cime.
Ho percorso tutte le più belle regioni d' Italia, ho vagato per le famose pianure di Agrigento e di Siracusa, ma nonostante lo scintillio di colori di queste regioni me- ridionali, confesso di non aver mai pro- vato un' impressione tanto profonda come la campagna romana ed il Lazio hanno saputo suscitare in me. Queste contrade mi son divenute così familiari quanto quelle della mia patria, avendole dovute studiare profondamente per la mia storia di Roma nel medio-evo, e visitandole mi sono ap- parse sempre nuove e piene di grandezza. Quando poi me ne allontano, provo ardente il desiderio di rivederle. Non ho mai potuto contemplare da Monte Mario la valle che si apre fra Palestrina e Colonna verso la
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campagna latina, senza sentirmici attratto come da un' imperiosa seduzione. E' possi- bile che questo paesaggio debba ai ricordi storici gran parte del fascino irresistibile che esercita sul xisitatore, ma anche senza di quelli son persuaso che sedurrebbe per il carattere nobile e grandioso che la na- tura gli ha impresso. Alcuni luoghi hanno un aspetto del tutto mitologico, come, per esempio, la pineta di Castel Fusano, presso Ostia, con i suoi alberi giganteschi che si stendono sino al mare, e la larga foce del Tevere, che la fantasia si sente portata a popolare di figure leggendarie e favolose. Altre regioni invece hanno un carattere del tutto lirico, altre ancora epico, omerico, come Astura e il capo Circeo. Nessuna re- gione però ha un carattere storico, solen- nemente tragico, al pari della campagna di Roma. Essa appare come il teatro più grande della storia, come la scena dell'uni- verso. Nessuna descrizione poetica, nessun pennello di genio, per quanto molti artisti di valore vi si siano provati, saprebbe dare un'idea della bellezza grandiosa e superba della campagna del Lazio a chi non l'abbia veduta e sentita. Là nulla v'c di romantico, nulla di fantastico; tutto è silenzioso, gran- dioso, di una bellezza imponente e severa; dinanzi a quello spettacolo della natura lo spettatore intelligente si sente penetrato
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dall'impressione profonda e o-ra\e che pro- verebbe davanti alla statua di Giunone di Policlete.
Pilli si sale per i monti Volsci, e più, nel contemplare sotto di sé la stupenda regione, si- prova invidia, per quelle aquile, che sono i x'eri cottiti della campagna e vi spaziano a loro piacimento, da padrone. Ora immobili sulle rocce, con aspetto im- ponente, ora sospese nell'aria, esse hanno la nobiltà di questa natura che dominano; il loro volo silenzioso e solenne è in piena armonia col paesaggio.
Non si scorge Segni se non allorquando vi si è quasi giunti, perchè la strada corre sempre tortuosa entro una gola di rocce calcaree, di colore rossastro. I fianchi del monte sono frastagliati, coperti di massi, che si accavallano gli uni sopra gli altri, così da sembrare una grande muraglia edi- ficata da giganti. Esaminando quella forma- zione geologica, che piìi o meno si ritrova in tutti i monti del Lazio, mi è sembrato evidente che debba essere stato questo feno- meno naturale che ha dato all'uomo l'idea delle costruzioni ciclopiche ; quelle forma- zioni geologiche essendo vere e proprie mura ciclopiche, di mole ancora più im- ponente. Gli uomini non hanno avuto che da imitare l'opera prodotta dalle rivoluzioni terrestri.
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Era mezzogiorno ed il sole splendeva in tutto il suo ardore, allorché giunsi in- nanzi a Segni. Questa antichissima città sorge su di un altipiano di rocce ed è tut- tora circondata per buona parte da ciclo- piche mura. A prima vista le sue case nere, che si inseguono a scaglioni, interrotte qua e là da alcune torri insignificanti, fanno un'impressione piii singolare che piacevole. Non v'è una cattedrale, non un antico ca- stello che richiami Tattenzione; non si scor- gono che case noiosamente uniformi, senza alcun carattere architettonico; ed io. che avevo sperato trovare una città antica, ricca di monumenti, rimasi pienamente de- luso. Tutti i paesi del Lazio propriamente detto, come Anagni, Ferentino, Alatri, \^e- roli, recano, più o meno, V impronta del me- dio-evo; quest'antica città di SigJt/a non è invece che un luogo deserto, malinconico e senza il menomo interesse storico ; è in- somma una noiosa città. L'unico ricordo piacevole che di essa mi sia rimasto, è quello degli alberi stupendi che la circon- dano da un lato, e la vista dei rigogliosi boschi che ricoprono i monti vicini.
Mi sono convinto che i paesi Volsci, per quanti ne ho veduti, hanno un carattere affatto diverso da quelli latini; e ciò prin- cipalmente perchè sono paesi di montagna, solitali, appartati dal mondo, senza com-
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mcrcio né industria; taluni scar.sc<j^^'iano perfino di terreni coltivabili, non hanno che olivi, viti e altri alberi fruttiferi. Vi si rac- colgono abbondantemente le ciliegie, le pe- sche, le castagne e soprattutto le ghiande, che servono ad ingrassare i maiali. (Questi animali, tutti di razza nera, vengono alle- vati in grande quantità sui monti Volsci; i prosciutti di queste contrade sono infatti rinomatissimi. Tutti i paesi di questa re- gione, eccezion fatta delle città, come Cori, che sono più vicine a Roma e non si tro- vano proprio sui monti, hanno l'aspetto dello squallore e della miseria.
Le case di Segni son costruite di pie- tra bianca calcarea, alternata con bloc- chi di tufo nerastro e con mattoni. Questa disposizione dà loro un aspetto bizzarro ; essa denota un primo passO; ancora timido ed incerto, nella via dell'architettura pi- sana, che, come è noto, fa alternare stri- sce bianche a quelle nere ne' suoi edifìci. Ho spesso trovato in vecchi documenti l'espressione « Sigruiio opere » applicata alle case, ed a Segni ho appreso cosa si- gnificasse : essa serviva ad indicare il modo di costruzione usata in questo paese. Qui però non mi ha fatto una grande ne buona impressione, avendo trovato nella città di Segni un carattere monotono e grigio, tanto pili triste in quanto che non un giardino,
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non un albero viene a rompere l'eterna uniformità di quelle case di pietra cal- carea.
Sono entrato per la Porta Maggiore, per cercare una locanda, e mi sono subito ac- corto con stupore che questa porta, ad- dossata alle mura ciclopiche, è 1 unico in- gresso della città che, costruita su una ripida collina, rimane da tre lati inacces- sil3Ìle. l^resso questa porta sorge il castello o palazzo dei Conti, altra volta signori di Segni, grande edificio, « signiìio opere >, che in complesso ha piuttosto l'aspetto di un convento che di un'abitazione signorile. Niente gli dà Tidea di un castello, man- cando perfino una torre. Senza dubbio la rocca dei signori di Segni aveva un altro aspetto prima della distruzione della città, compiuta dalle soldatesche di Marcantonio Colonna.
Parlando di Valmontonc ho già osser- vato che Segni fu posseduta dalla fimii- glia d'Innocenzo III, che fu anche quella di Gregorio IX e di Alessandro IV. Dopo il ristabilimento del libero governo muni- cipale, ossia del Senato, in Roma, nel 1143, i papi si sono spesso trovati costretti a rifugiarsi nei luoghi fortificati della cam- pagna, per sottrarsi al furore dei romani, e i luoghi prescelti furono Palestrina, Tu- scolo, Anagni o Segni. Eugenio TU, cac-
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ciato dalla città dal Senato romano, da principio si rifuo-iò a Segni, e \i edificò, nel 1145, una residenza papale. W famoso Alessandro III, Lucio III e Innocenzo III vissero pure qualche tempo a Segni. Que- st'ultimo deve anzi esservi nato, nel pa- lazzo della sua famiglia.^
Anche in seguito la casa Conti rimase per lungo tempo signora di Segni, dove anzi, dopo il lv353, i suoi membri occu- parono la carica di podestà da prima e poi di vicario, a nome del papa. Allorché la famiglia Conti si spense e l'eredità passò a Mario Sforza, Sisto V eresse la contea di Segni a ducato. Le truppe del duca d'Alba, nonostante la sua formidabile po- sizione strategica, s' impadronirono di Se- gni e la distrussero il 13 agosto 1557: ciò spiega perchè in Segni non rimanga traccia di antichi edifìci g'otici. La città venne riedificata , ma la casa Sforza , piena di debiti, non potè mantenersi pa- drona del ducato, ed allora ne venne in- vestito da Urbano VIII suo nipote, il car- dinale Antonio Barberini. Non meno di mezzo secolo durò la lite fra i Barberini
' La famiglia di Innocenzo III si chiamava dei Conti di Segni, perchè imo dei suoi antenati era stato go- vernatore della città; oggi è provato che questa fa- miglia possedette Segni solo dopo il 1353, cioè 137 anni doj^o la morte dt Innocenzo III.
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e gli Sforza, finche questi, verso hi fine del 1700 la vinsero. Oggi ancoragli Sfor- za-Cesarini sono baroni, anzi duchi di Segni.
Tali sono, in brevi parole, le vicende di questa città nel medio evo; se se ne vo- lessero rintracciare le sue prime origini, sarebbe necessario risalire nientemeno che ai tempi favolosi di Giano e di Saturno.
All'arrivo in un nuovo paese, la prima cosa che mi reco a visitare è la cattedrale, perchè generalmente la maggior parte delle chiese sono xerì musei della storia locale, ed è raro che indipendentemente dalle an- tichità architettoniche non si trovi pure qualche altro ricordo del medio evo. Sono per lo più iscrizioni, che accennano ai prin- cipali avvenimenti del paese, o monumenti sepolcrali che, con le loro scolture ed i loro caratteri latini, presentano una grande attrattiva, ed hanno un grande valore per coloro che si occupano o si dilettano di studi storici. Disgraziatamente però il tempo ro- vina ogni cosa, deturpa lo stile primitivo degli edifici, che a poco a poco vanno as- sumendo un aspetto moderno di cattivo gusto, e va facendo scomparire dalle an- tiche tombe delle chiese le preziose iscri- zioni. Quante non ne sono state tolte dalle basiliche di Roma! Le chiese di Roma erano un tempo piene di tombe del me- dio-evo; tutte le grandi famiglie vi pos-
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sedevano cappelle gentilizie o cripte mor- tuarie. Ma dopo che Giulio II osò togliere dallo stesso S. Pietro le tombe dei papi, e rovinarle, distruggerle, il cattivo esem- pio è stato seguito ovunque, ogni qual- volta si è trattato di fare nelle chiese una qualche riparazione, un restauro qualsiasi. Sono poche ormai in Roma quelle in cui lo storico possa trovare ancora nelle tombe e nelle iscrizioni, notizie del passato : ne rimangono alcune in S. Pietro, in S. Gio- vanni Laterano, nella Minerva, in S. Ma- ria in Aracoeli, la famosa chiesa del Se- nato romano durante il medio-evo, ed in altre poche, nelle quali l'antico pavimento non è stato completamento disfatto. Solo ora che è troppo tardi, si comincia a te- nere in gran pregio ciò che è stato di- strutto ; si deve al De Rossi, T illustratore infaticabile delle catacombe, se in Roma sono state salvate dalla completa rovina gran numero d' iscrizioni medioevali, col- locandole nel museo Lateranense.
Mi ero rallegrato pensando che Segni, città vescovile sin dal 499, avrebbe avuto un'antica e bella cattedrale, ma invece ho trovato una costruzione moderna, grosso- lana, decorata neir interno con un pessimo gusto romano, con una cupola dipinta, lusso questo veramente superfluo e senza ragione di essere in una chiesa dove a
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nessuno vien fatto di torcere il collo per contemplare le pitture di una cupola. La chiesa contiene due statue moderne, con- sacrate a due uomini illustri, a cui Segni si vanta di aver dato i natali, il papa Vi- taliano ed il vescovo Brunone. Vitaliano da Seg-ni fu papa dal 657 al 672, nel pe- riodo cioè piÌA obbrobrioso di Roma quando la città era soggetta ai bizantini. Fu lui che ospitò r imperatore Costanzo II, allor- quando nel 663 venne a Roma a toglierle tutte le opere d'arte, sfuggite alla rapacità dei Vandali. Costanzo strappò perfino alla cupola del Pantheon le lastre di bronzo do- rato che la ricoprivano, per portarle a Bi- sanzio.
L'altra statua, mediocre essa pure come opera d'arte, sorge di fronte a quella di Vitaliano. ^ Brunone nacque ad Asti nel Piemonte, fu raccomandato a Gregorio VII e più tardi da Urbano II fatto vescovo di Segni. Contrariamente alle prescrizioni canoniche, abbandonò la sede vescovile e si ritirò a Montecassino, dove l'abate Ode- risio l'accolse fra i seo-uaci di S. Benedetto.
' Sul suo piedistallo si legge la seouente iscrizione: S. BruHOìii uoctori Eucìiaristico Episcopo Si gìiitio Ab- bati Casiiieìisi Qui Berengario Cotwerso naeresini Extiìixit Heurico IV. lììip. Rediicto Schisma Com- pressa Adulpfw Expnlso Tyrannidem Abrogavit P. H. M. Mylord Ellis Congf. Casin. Abbas Episc. Signin. S. Q. S. Protectori Exim. P. P. MDCCXII.
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Sebbene il papa Pasquale li oli avesse in- timato di restituirsi alla sua sede episco- pale, eg-li rimase a Montecassino, di cui divenne poi abate, e dettò i\i, nella tran- quillità del chiostro, le sue opere di eseo-esi.
In seguito alla lotta d'investitura, que- sto stesso papa Pasquale fu fatto prigio- niero da Arrigo V e, cedendo alla forza, promulgò un editto con cui veniva rico- nosciuto all'imperatore il diritto d'investi- tura. Ma non appena Arrigo fu tornato in Germania, i cardinali ed i vescovi spinsero Pasquale a revocare il decreto ed a rom- pere il suo giuramento ; e fra i pii^i zelanti ad indurlo a far questo tu Brunone, che abbandonò Montecassino e fece ritorno nella sua diocesi, dove morì nel 1123. La Chiesa lo santificò nel 1183.
Fu un inglese, certo Ellis, abate di Mon- tecassino e vescovo di Segni, che innalzò questo monumento al suo predecessore. La chiesa di Segni ha inoltre un altro le- game con la lontana Inghilterra : fu in uno dei sinodi tenuti in questo sacro luogo che nel 1173 Tommaso di Canterbury fu da Alessandro III beatificato, pochi anni dopo la sua tragica fine. Un'iscrizione del duomo ricorda questo fatto.
Lord Ellis divenne vescovo di Segni nel 1708. Restaurò la cattedrale e fondò il seminario. In questo collegio vengono
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allievi da tutte le parti del Lazio, per farvi gli studi di umanità, di guisa che può es- sere considerato come un ginnasio. Gli al- lievi indossano l'abito ecclesiastico, anche se non intendono dedicarsi alla carriera sacerdotale. Il seminario sorge presso la chiesa di S. Pietro, nel punto piìi alto e pili bello della città, dove in tempi remoti si elevava l'acropoli volsca, o rocca ci- clopica.
Lassici, sopra un'altura, da dove si do- mina tutto il Lazio, si levano la rocca ed il tempio dell'antica Segni, di cui riman- gono pochi avanzi, fra i quali notevole è una piccola cisterna circolare, situata presso il seminario. Gli abitanti della città hanno fatto di questo luogo la loro passeggiata favorita ; essi vanno a spasso lungo le ci- clopiche mura^ sul punto più alto della montagna, fra quei blocchi di pietra, co- perti di musco e di fiori selvatici. E' diffì- cile trovare una passeggiata più originale di questa, a tanta altezza. La montagna scende a picco e di domenica vi ho tro- vato delle signore, elegantemente vestite in abito di seta e col ventaglio che sembra- vano voler signoreggiare su tutto il Lazio ; poiché di lassù lo sguardo abbraccia un vasto panorama di pianure e di monti po- polato da innumerevoli città, ricche tutte di memorie storiche o leggendarie. 11 pa- li
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norama si stende da Roma, che si scorge confusa fra le nebbie nella pianura, tino ad Arpino, patria di Cicerone, che bian- cheg-gia sui monti azzurri del regno di Napoli.
L'aria v'è lina, quasi cruda. Essa agita di continuo le rose selvatiche e le piante di ginestra, che crescono fra le rocce. Tutto ricorda tempi antichissimi, primitivi di fiera e selvaggia natura, e Tanimo ne rimane profondamente turbato.
Sono salito piìi in alto, per arrivare alle famose mura ciclopiche che, come in tutte le città del Lazio, circondavano qui la rocca, cadendo a picco sul pendio del monte. I loro massi stanno tuttora connessi gli uni agli altri, come se Topera fosse stata com- piuta ieri soltanto : qua e là si aprono pic- cole porte di stile etrusco. In fondo ad un lungo muro esiste ancora la famosa, pit- toresca porta ciclopica, ad arco ottuso, formata da enormi massi quadrangolari. L'aspetto gigantesco di queste mura, la tinta cupa che il tempo le ha dato, le piante selvatiche che le ricoprono, la g-randiosità del monte a cui si appog'giano, producono un'impressione che la parola non sa de- scrivere.
Oltrepassata questa porta, mi sono tro- vato sul versante opposto del monte, dove sparisce la vista del Lazio. Esiste colà
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pure una grandiosa cisterna circolare, sca- vata nella pietra, che ha 30 piedi almeno di diametro. Vi ho trovato delle donne intente a lavare i loro panni. Mi è capitato più volte di vedere nelle città volsce sif- fatte grandi ed antiche cisterne, che sono veramente una loro caratteristica.
Gli abitanti di Segni hanno anche un altro luogo di passeggiata, nella valle, di fronte alla porta della città : essa conduce prima ad un convento, nascosto fra le piante, e poi sale per le montagne. Vi abbononda castagni giganteschi, querele ed olmi ; qui vi è solitudine e incantesimo romantico, quanto ne desidera il cuore.
Era venuta la sera e gli abitanti di Segni erano accorsi colà in gran numero. Qui le classi superiori si vestono già secondo la moda francese, ma il popolo è rimasto fe- dele al suo costume montanino. Nel basso Lazio le donne portano dei fazzolettoni rossi ; nella pianura i colori sono più vi- vaci e più vivaci sembrano essere gli spiriti, perchè la vita v'è più facile che sui monti severi e selvaggi, avvolti nelle nubi. Qui le donne portano degli scialli di lana di color turchino cupo, e la tinta di questi scialli, o mantiglie, come si chiamano in Sicilia, m'è sembrata armonizzare con tutto